mercoledì, marzo 15, 2006

A rat in a Cage.


Even after his death, John Cage remains a controversial figure. Famously challenging the very notion of what music is, Cage remained on the leading edge of both playful and profound experimentalism for the greater part of his career, collaborating with and influencing generations of composers, writers, dancers, and visual artists. One of his best-known and most sonically intriguing innovations, the prepared piano, had become an almost commonplace compositional resource by the end of the twentieth century. Years before the invention of the synthesizer, he was in the forefront in the exploration of electric and electronic sound sources, using oscillators, turntables, and amplification to musical ends. He pioneered the use of graphic notation and, in employing chance operations to determine musical parameters, was the leading light for one cadre of the avant-garde that included Morton Feldman, Christian Wolff, Earle Brown, and Pauline Oliveros. Cage produced works of "performance art" years before the term was coined, and his 4'33'' (1952) — in which the performers are instructed to remain silent for four minutes and thirty-three seconds — takes a place among the most notorious touchstones of twentieth century music.

Il blog chiude, questo è l'ultimo post; grazie a tutti quelli che hanno scritto, che sono venuti qui, che si sono sfogati, che hanno letto qualcosa di interessante, oppure di assolutamente inutile, 'che a volte la differenza è sottile!
A presto, con un altro medium ( e un altro messaggio? ).

g.

116 Comments:

Anonymous Anonimo said...

nooooooooooo!ma perchè?
me stavo a affezionà...sigh

assur...

9:31 PM  
Anonymous Anonimo said...

g. tu ejempio perdura!

assur..

9:32 PM  
Anonymous Anonimo said...

Perchè non ho più niente da dire con questo mezzo; un anno è abbastanza per capire se vuoi proseguire o no, ed è stato un esperimento riuscito, con dei momenti molto interessanti, ma con dei limiti. Il primo è la staticità del blog "in sè" ovvero sempre uguale solito schema foto-post-commenti, il secondo che, come disse Labranca;

D; Hai fiducia nelle possibilità di un mezzo come Internet?

R; No, nessuna fiducia. Internet è una grande caserma, volgare e inutile allo stesso modo. La libertà che il mezzo potrebbe offrirci viene usata solo per insultare e scrivere scurrilità. I tanti siti di "letteratura" non sono che la solita discarica in cui si raccolgono gli scarti di una beat generation di maniera. (...) Internet è un Bar Sport, un istituto per elettrotecnici, una grande parete di cesso dove si lasciano i peggiori graffiti. Spero che la Rete muoia presto e con essa il mio sito."

Comunque grazie ancora a tutti quelli che come te hanno scritto, letto, approvato, disapprovato o provato nausea, dato che questo genere di esperimenti funzionano solo se c'è un minimo di partecipazione!
Vado di nuovo in Liguria a studiare Statistica, a lunedì.

ciao!

g.

11:19 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Cacchio (che non è meno gretto di cazzo, è solo diverso) plenipotenziario...se non fosse nella natura di tutte le cose "belle", le cose che hanno un valore e che possono essere ricordate come tali, finire, sarei solo triste.
Sono stato solo triste nei mentre leggevo le ultime righe; la misura in cui lo sono stato un pò mi ha sorpreso.
Questa tua iniziativa, questa tua creatura è stata importante per me e non credo solo per me. Grazie ad essa posso distillare l'essenza dei miei primi anni a sociologia, dei rapporti con le ottime persone che vi ho trovato. Le mie precedenti esperienze "scolastiche" non sono state particolarmente esaltanti, non ne ho un buon ricordo, dunque capirai quanto il conservare il buon ricordo di quest'ultima mi risulti importante.
So che sono forse spropositatamente sentimentale. Sarà il momento, tanto per cambiare di (auto-)riflessione, sarà che sento imminente il passaggio, incombente il "nuovo livello" e che sono più preoccupato che incuriosito.
Non lo so, comunque...eviterò di dirti che ti stimo (non mi piace proprio come suona) e ti dirò invece che, a prescindere da quanto profonda possa essere la nostra reale conoscenza, l'idea-gabrile resterà significativa a mondo-gert e, qualunque sarà il futuro, nella memoria di mondo-gert.
So che sembra spropositato, ma devo a Felicità libica più di quanto tu possa pensare.
In bocca a Silvio per le tue mirabolanti, postmoderne, pulp, lesive del buon costume e delle comune morale imprese future plenipotenziario g.

Gert_dal_pozzo (AKA Bruno)

11:30 PM  
Anonymous Anonimo said...

Cazzo ( qui ci vuole! ) grazie Mr Bruno!
Non so mai come rispondere alle critiche, o in questo caso a "quando ti dicono qualcosa di molto bello"...merito tuo - vostro - che hai - avete - scritto, tutto qui.
Maestosa Lode Bruno!
a presto


g.

11:39 PM  
Blogger Dr. K. said...

E così tutto questo chiude i battenti, e pensare che mi ci ero affezionato pure io...
cmq credo che tu (e Labranca) abbiate ragione...

ora torno al mio lavoro di stagista non pagato che finge di occuparsi di sviluppo locale in mezzo ad architetti e cape 36enni fighe ma dalla pelle cotta per le troppe lampade.

ma il progetto purple books? prosegue? se pubblica?

saluti uomo, il mio esperimento di blog continua,anche se non sta riscuotendo gran successo e lo aggiorno poco o nulla.

umilmente

Kalius

3:01 PM  
Anonymous gio said...

be, che dire spiace, al prossimo progetto gabri! a proposito il mio amico per purlple books ti è piaciuto? quando esce? ricordati ce voglio il best of di felicità libica in cofanetto epurato dagli interventi di gert dal pozzo (si scherza bruno, sennò poi non sta nel cd!). Come tutte lecose belle anche il blog finisce, mi spiace che non ci sia stato il tormentone dell'anonimo, che ero io, volevo mettere un po' di pepe in discussioni dove tutti son d'accordo...anche se all'inizio era solo un: sto facendo la tesi/non ne ho voglia/internet è immobile e piatto e non cambia mai/aggiorna sto cazzo di blog.
ciao stronzoli, ci rivedremo tutti alla festa di laurea di marco e forse anche mia.

3:37 PM  
Anonymous Anonimo said...

siceramente spero tu ci ripenserai e che questo sia solo uno dei tuoi momenti di scazzo tipo:

"vaffanculo tutti!!"
"il mondo è una merda!!"
etc.. etc..

momenti che poi passano e si risolve tutto..

lo dico perchè, un po' come ha detto l'esimio gert, questo blog ormai era diventato ben altro da una sorta di diario virtuale dei tuoi cazzi (come altro definiresti un blog?!)..

in realtà questo era per lo più uno spazio di incontro, sfogo o più semplicemente di cazzeggio.. era bello.. era un modo per rimanere cmq in contatto.. certo tutte le cose prima o poi finiscono.. però lasciamo che almeno muoiano da sole..

certo questo toglierebbe un po' di pathos al tuo ruolo di perenne egocentrico (eh eh eh..) che riconquista inequivocabilmente la scena con la mossa spiazzante dell'esilio volontario dal web..

bè vero..

ma forse questo spazio molto kitch e senza pretese, con il suo carico di stronzate e volgarità, a noi frequentanti ideali di un ipotetico Bar Sport forse mancherà un bel po'..

con questo non voglio sindacare l'opinione, sicuramente più autorevole della mia, di un genio come Labranca..

però provare a pensare che, forse, la rete è quella che è perchè è esattamente quello che vogliamo che sia..
e quindi sarebbe il caso di prenderla un po' più con leggerezza senza per forza fare gli intellettuali da torre d'avorio sarebbe sicuramente meglio.. e poi perchè una cosa sia bella e utile non per forza deve essere intelligente..

forse ho scritto solo cazzate che non convinceranno nessuno.. ma fondamentalmente io ne sono convinto..

a un tuo prossimo ripensamento..

marco


ps: cmq grazie..

5:32 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Siiiiiiiiiiii! Grande Dio Marco!!! Si fotta l'autoriflessività postmoderna! Si fotta con la torre d'avorio!!

7:26 PM  
Anonymous angelo said...

la mia pressione massima che si è stabilizzata sui 90 negli ultimi due giorni non mi permetterà di essere troppo convincente,ma sostanzialmente sono totalmente d'accordo con le "cazzate"di marco, la scelta è tua Gabry, ma non c'è nessun motivo (se non il tuo personale ovviamente) perchè questo blog muoia e ce ne sono invece molti perchè resti in vita,
i molti mi sa che siamo tutti noi.
Dovesse davvero morire però,ha avuto la sua gran bella vita,uno spaccato di vita collettiva molto significativo,ci resterà qualcosa.

Ang.

p.s gio lo sapevo che eri tu, ti ho riconosciuto subito, testimone Bruno! 6 un grande, davvero!

11:30 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Confermo. Angelo (che continua ad essere un genio, un dio dormiente alla Lovecraft, ma senza la menata sull'orrore cosmico) dice il vero: Giò eri stato sgamato. Nonostante io sia d'accordo con Marco e Angelo resto sulla mia posizione di non pressione.

E comunque...andate a vedere V for Vendetta.

1:46 AM  
Anonymous Layez said...

Non avevo mai scritto nulla, ma lo leggevo spesso, in segreto, come si legge una bibbia perversa.
Peccato.
La chiesa perde un suo nemico

4:44 PM  
Anonymous Anonimo said...

Proficuo periodo di studio in Liguria terminato; il massimo che posso fare, ascoltando le vostre sagge parole, è rendere il blog "open-source", ovvero darvi password e username, così lo aggiornate voi; vi andrebbe?

Anche loro andavano a studiare in Liguria;

Andersen, Byron, Cascella, Capote, D'Annunzio, Dante, Duse, Freud, Gadda, Garibaldi, Hemingway, Hesse, Kandinskij, Kokoschka, Lamartine, Manzoni, Marconi, Marinetti, de Maupassant, Nietzsche, Petrarca, Pound, Quasimodo, Sbarbaro, Soldati, Sibelius, Stendhal, Wagner, Yeats.

g.

(però andavano a Levante, chissà perchè la riviera di Ponente fa cagare a tutti, a me piace.)

7:57 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Magari trasformalo in un forum. E' una cosa un pò diversa...ma almeno non devi portarne il peso tu solo.

11:11 AM  
Anonymous Anonimo said...

Quale peso? Non è la questione del doverlo aggiornare e via dicendo, sono cose che si fanno in pochi minuti, è che è un mezzo "finito", anzi, non il mezzo, ma la mia "creatività" nell'utilizzarlo è finita; la vostra, direi di no! per questo, il massimo che si può fare è "liberare" il blog, e renderlo aggiornabile da tutti!
ciao Bruno

g.

11:58 AM  
Blogger Dr. K. said...

non male come idea...

ciao

k

1:02 PM  
Anonymous Anonimo said...

E' proprio vero che le cose belle finiscono sempre!!!!
Mi mancherà, era il mio legame a voi milanesi, che nell'immaginario collettivo toscano, siete dei gran fighi, o gran figli di papà. ma non era questo il caso!
provavo un gusto voyeristico nel leggerti!
va beh...Gabriele, te la sei cercata...
Rinizierò a subissarti di mail!
Baci a tutti
Luisa

5:03 PM  
Anonymous Anonimo said...

Ciao Luisa, è vero, i milanesi che abitano in centro sono tutti schifosamente figli di papà e schifosamente fighi, schifosamente biondi, schifosamente alti 1,90, schifosamente scout, schifosamente insopportabili.
Purtroppo abito in periferia.
Sono andato a vedere "Notte prima degli esami" speravo ci fosse molto più Venditti e molto meno Giorgio Faletti che si fa le canne e suona l'Hammond(giuro!), però bella la maglietta del protagonista con Madonna e la scritta "Like a virgin", anche il disimpegno che la sceneggiatura incolla ai personaggi, (il film è ambientato nel 1989)
-"Ehi, Chicca va a Berlino, ha detto che tra qualche mese abbattono il Muro!"
-"Uè (facendo il bagno a Fregene) ma a noi cosa ce ne frega del Muro, non cambierà niente...guarda che bel costume! Lo voglio!"
Momenti belli; "Save a prayer" dei Duran Duran che per me dovrebbero mettere anche nei documentari di Piero Angela, alle previsioni del tempo, al TG1, poi eccellente Eleonora Brigliadori madre di due figlie un pò troie,"tutto il resto, è noia" - in realtà no.

Molto meglio "La scuola" con Silvio Orlando!

Allora gente, vi va di fare il blog aperto?

ciao a tutti

g.

1:54 AM  
Anonymous Anonimo said...

ma noooo!!!!!! allora è finito davvero questo tuo blog! pensavo fosse uno scherzo!
sai che, per come la vedo io, è meglio così...eheh...scherzo!
se forse questo è,oletre a uno dei primi miei, l ultimo commento in tutto...ho preso le scarpe a pois!
eh...che non vuol dir nulla però è così!
baci baci

p.s. oggi son particolarmente contenta!

viola!

7:25 PM  
Anonymous Anonimo said...

Evviva gli uomini cui piace farsi calpestare da tacchi acuminati!

g.

12:47 PM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_dal_pozzo (AKA Bruno di nuovo senza password) ha detto...

Il sublime si manifesta in molte forme e non sempre la sensibilità dell'uomo è in grado di coglierle, benchè talvolta (spesso in vero) le sappia produrre.

2:30 PM  
Anonymous Anonimo said...

Il sublime si manifesta a breve nelle "Bruno Sessions Remixes" che sto ultimando, ecco una microanteprima;

Quelli che sostengono la prima versione
dovrebbe essere gente con un minimo di cultura
Oggi il mio umore era (ec)citazione
giù dall'apposito vano del distributore sbattendo contro le pareti
E’ una questione di compensazione
"ingegnose soluzioni"
"antagonisti dotati di buone intenzioni"
“Dov’è finita la “cultura occidentale?”
E' vero, parlare (scrivere),
Sono tutti atti di comunicazione mancata.


g.

4:48 PM  
Anonymous Anonimo said...

ahahha.. w bruno!!!

cmq oggi sono passato lo stesso all'ancora perchè non avevo dietro il telefono.. quindi vi ho cercato inutilmente ma ho conosciuto colui che suppongo fosse il quercia e ho scoperto che nel magazzino, completamente inutilizzato, c'è un fantastico mixer vintage a due canali adattissimo per un impianto voce..
potremmo chiederlo in prestito.. poi nel caso serva di volta in volta lo riportiamo..
è giunta l'ora di chiedere qualche favorino..
zecondo me..

ciao ciao

marco

6:51 PM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_col_pizzo (AKA Bruno senza fottuta, vituperata, spregiata PW) ha detto...

NOooooooooo! NOooooooo!! Vogliamo solo Il Pioggia!!! Le querce in culo ai fascisti!!! Nessun'altra collocazione è a loro più confacente.

Adoro i ceci! Appena un pò meno le lenticchie! Cmq il terzo scomodo morirà presto per mano (zampa) di un drago di Komodo appositamente addestrato per fornire una soluzione di comodo che non preveda alcun versamento di sangue incomodo (la bestiola è usa ingoiare intere le sue vittime, tendenzialmente vive).

Per tacchi in vero legno di cedro vota e fai votare Lega Cedrata: solo noi abbiamo a cuore il tuo futuro ooooo amante del cedro, ooooo amante dei tacchi.

Alle volte il lapalissandro avrebbe maggiori applicazioni e altrettanta fortuna per il pregio che veicola nelle sue complesse venature, nella sua polpa dal forte sentore di clorofilla. Ma daltronde è fin troppo chiaro di che legno si tratti (se lo chiamano così...).
Bando alle bazzecole ed evviva le fecole! Se c'è giustizia nel mondo (ahahahahaha), quel drago assai Komodo sarà ben presto ben pasciuto ed avrà di che digerire per eoni avvenire. La predestinazione è una dottrina affascinante...e noi siamo bisognosi di fascino e carisma...che il cedro torni alla precipitazione così che noi si possa gioire di tanto imperituro fulgore ancoraticamente celebrato da un bancone rinnovato (ormai da tempo).

Mi fermo...prima che questo fiume di parole mi lasci unico superstite su di un globo di affogati.

2:00 AM  
Anonymous Giulio said...

ma allora questo blog non é morto!

5:53 PM  
Anonymous Anonimo said...

Grande pomeriggio, mille cose, prima ho portato una bicicletta di quand'ero piccino a Baranzate, in un quartiere simil bronx, poi al ritorno mi sono perso apposta (più o meno...) e ho fatto quello che credo fosse il cavalcavia Brunelleschi(un'offesa enorme! è uno dei posti peggiori di Milano), poi tutti alla Feltrinelli a prendere libri per la tesi e ho conosciuto un commesso ipertatuato che faceva il giornalista freelance in Palestina, è stato molto colpito dalla tesi su Cronaca Vera "Ne rubavamo sempre una copia, io e i miei amici, all'autogrill..." poi ha fatto commenti interessanti su - quello che pensano di noi in palestina e anche quello che pensano di noi gli amici di Hamas - ovvero l'italiano ottimista spopola all'estero, per cui tutti i gruppi rivoluzionari in giro per il mondo, traviati da italiani ottimisti, credono sempre che la rivoluzione sia prossima en Italie, dato che sono rimasti al sequestro Moro...
la verità è una sola;
Libian Revolution will never die!

saluti a tutti!

g.

7:29 PM  
Anonymous gio said...

ehi! c'è un signore basso che ci ha dato tutti dei coglioni quindi data l'occasione volevo sapere...exit pool all'ancora? è leggenda o verità?
se si vince baldoria, se si perde si distrugge la più vicina sede di forza italia (e lo facciamo a nome della sede ds da cui veniamo...)

4:56 PM  
Anonymous Anonimo said...

è tutto vero.. martedì 11 dalle sette più o meno.. in poi.. cmq a presto la comunicazione ufficiale..

ciao coglioni!!!

marco

8:31 PM  
Anonymous angelo said...

ma gabry sta password??
marco perchè martedì? facciamo lunedì no! perchè lo sappiamo già altrimenti!!! stare nel dubbio è più bello, si beve di +!!! io cmq in entrambi i casi cercherò di dare il max.

11:55 PM  
Anonymous Anonimo said...

abbiamo chiesto, ma lunedì non si può perchè i vecchi, incuranti delle sorti del paese, ballano..

si vede che siamo propri dei coglioni..

marco

1:06 AM  
Anonymous Anonimo said...

Devo essere assolutamente l ultima!!
uhuhuhuhuhuhuhuhuhuh

hugooooo...vio!

8:15 PM  
Anonymous Master said...

Avevo letto: "incuranti delle sorti del paese, bell'ano"

3:50 PM  
Anonymous Anonimo said...

Comicio a chiedere fino a quanti commenti si possa arrivare!

g.

4:05 PM  
Anonymous Anonimo said...

La realtà è che non ci sarà mai un ultimo post.

4:27 PM  
Anonymous Anonimo said...

Il miooooooo...uffa!

5:06 PM  
Anonymous Anonimo said...

mwaahahhahahahhahahahahahhahahhahahhahhahahahhaha!!!!!!!!!!!!!!

guardate www.invideoveritas.tk

ruini merda!!!!!

3:07 AM  
Anonymous Anonimo said...

gabry!
"aggiorna sto cazzo di blog!!!!"
lo so sono un copione del cazzo

3:11 PM  
Anonymous Anonimo said...

ero angelo:)

11:42 AM  
Anonymous Anonimo said...

eheh ,giammai, non ci saranno mai più aggiornamenti; in compenso i commenti di questo post un giorno lontano arriveranno ad essere migliaia e la pagina non si aprirà più!

ciao

g.

5:41 PM  
Blogger whoami123 said...

.
We work like a horse.
We eat like a pig.
We like to play chicken.
You can get someone's goat.
We can be as slippery as a snake.
We get dog tired.
We can be as quiet as a mouse.
We can be as quick as a cat.
Some of us are as strong as an ox.
People try to buffalo others.
Some are as ugly as a toad.
We can be as gentle as a lamb.
Sometimes we are as happy as a lark.
Some of us drink like a fish.
We can be as proud as a peacock.
A few of us are as hairy as a gorilla.
You can get a frog in your throat.
We can be a lone wolf.
But I'm having a whale of a time!

You have a riveting web log
and undoubtedly must have
atypical & quiescent potential
for your intended readership.
May I suggest that you do
everything in your power to
honor your encyclopedic/omniscient
Designer/Architect as well
as your revering audience.
As soon as we acknowledge
this Supreme Designer/Architect,
Who has erected the beauteous
fabric of the universe, our minds
must necessarily be ravished with
wonder at this infinate goodness,
wisdom and power.

Please remember to never
restrict anyone's opportunities
for ascertaining uninterrupted
existence for their quintessence.

There is a time for everything,
a season for every activity
under heaven. A time to be
born and a time to die. A
time to plant and a time to
harvest. A time to kill and
a time to heal. A time to
tear down and a time to
rebuild. A time to cry and
a time to laugh. A time to
grieve and a time to dance.
A time to scatter stones
and a time to gather stones.
A time to embrace and a
time to turn away. A time to
search and a time to lose.
A time to keep and a time to
throw away. A time to tear
and a time to mend. A time
to be quiet and a time to
speak up. A time to love
and a time to hate. A time
for war and a time for peace.

Best wishes for continued ascendancy,
Dr. Whoami


P.S. One thing of which I am sure is
that the common culture of my youth
is gone for good. It was hollowed out
by the rise of ethnic "identity politics,"
then splintered beyond hope of repair
by the emergence of the web-based
technologies that so maximized and
facilitated cultural choice as to make
the broad-based offerings of the old
mass media look bland and unchallenging
by comparison."

4:11 AM  
Anonymous Anonimo said...

Ahahahahahahahahah...
ce l' ho fatta! ve l' ho fatta! sono l' ultima!
BuhAHAHAHAHAHAH

11:09 AM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Dici?

3:27 PM  
Anonymous Anonimo said...

dico propio di si! lasciami vincere!!!! brutto brutto brutto! ah, ciao gabriele! sono tornata ora!

2:58 PM  
Anonymous Anonimo said...

certo che ho vinto! dico dico!!!! brutto tu! lasciami vincere! ah, ciao gabriele, sono apena tornata!
baci baci dall ultima che sarà a prima!

ps forse vengono 2 commenti uguali! forse qualcuno sta cercando di mettermi i bastoni tra le ruote...anzi, i bestioni!

3:03 PM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_dal_pozzo ha detto...

I basettoni fra le rotule cara...temo proprio di si...ridondantella però.

12:49 AM  
Anonymous Anonimo said...

Maledetto! maledetto il tuo pozzo senza fine! senti caro, quando torno su questo sito gabrielesco, voglio pretendo che questo sia l ultimo commento! eheh...però è divertente!

10:04 AM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_ch'è_tozzo ha detto

Vorrei, ti giuro, accontentarti, ma adoro le minacce implicite e gli imperativi categorici, specie se provengono da una ragazza...

2:00 PM  
Anonymous Anonimo said...

Allora prevedo una lotta all ultimo sangue!!!! ma come fai a sapere che sono femmina?! eh...vediamo fino a quando resisti...sto già elaborando qualcosina...!

Ti faccio "viola"..

6:37 PM  
Anonymous Anonimo said...

Grandi entrambi, vi dedico

"Ma che cazzo me ne frega! Genere ragazzi genere! Ehi sbarbo smolla la biga che slumiamo la tele. Sei fatto duro, sei fatto come un copertone. Ci facciamo? Sbarbi sono in para dura! Ok, ok nessun problema ragazzi, nessun problema! Sbarbi sono in para dura. Schiodiamoci, schiodiamoci. C'hai della merda? Ma che viaggio ti fai?! C'hai una banana gigantesca. Oh c'hai della merda o no? Un caccolo! Ma che viaggio ti fai? Intrippato. Brutta storia ragazzi, brutta storia. C'ho delle storie ragazzi, c'ho delle storie pese! C'hai delle sbarbe a mano? No c'ho delle storie pese, fatti questo slego: 1 2 6 9!". E' a questo punto che parte "Eptadone", forse il miglior pezzo in assoluto degli Skiantos: Christian Zingales la definisce magistralmente "una scheggia punk anfetaminica".
Oltre che la mia canzone preferita attualmente!!!

g.

7:00 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Come faccio a sapere che sei femmina? Parli di te al femminile...
Il viola è un ottimo colore, simbolicamente descrive una femminilità a me molto più gradita rispetto a quella del rosa.

Hei g. in bocca al culo per le interviste!!! Una cosa che credo non ti dispiacerà la troverai qui

7:11 PM  
Anonymous Anonimo said...

Grande Bruno stupendo il cartone!!!Tu in cambio scaricati "Eptadone" degli Skiantos che merita!

7:24 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

La mia amica Manju l'aveva citata pari pari quella canzone pochi giorni fa su uno dei suoi blog.

7:35 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

A proprosito dei consigli musicali, conosci i Lali puna? Io ho avuto recentemente modo di apprenzzare alcuni dei loro pezzi (molto elettronico/minimalisti). Bella la voce della cantante. Evocativi.

7:41 PM  
Anonymous Anonimo said...

Non conosco i lali puna ma scaricherò qualcosa, bravissima la tua amica che A) Conosce gli Skiantos e B) Conosce "Eptadone"
In questo periodo ho rifatto la playlist di winamp mischiando John Coltrane, Impaled Nazarene e i Tom Tom Club; il risultato è una palla di merda esplosa in una latta di vernice day-glo, dentro a un negozio di stampe antiche.

g.

1:36 PM  
Anonymous Anonimo said...

bruno soffre palesemente di ipertricosi.. e a noi piace per questo..

marco

8:46 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

In effetti ho davvero un sacco di peli (avessi un sacco di pelo, anzi di pilu, non starei nemmeno a postare).

8:51 PM  
Anonymous Anonimo said...

grandi i lali puna, grande bruno!
lode a bruno
giulio

1:49 PM  
Anonymous Anonimo said...

SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

e dopo molta pena i biglietti sono miei.. 16 e 17 settembre doppio concerto dei pearl jam.. milano e verona..

mi attendono sei mesi di orgasmo.. e c'è un solo modo per festeggiare.. andate su..

http://rockape.qgl.org/crap/badger.swf

da oggi il modo è un po' più bello..

marco

9:33 PM  
Anonymous Anonimo said...

voi siete dio e io vi amo

g.

7:00 PM  
Anonymous Anonimo said...

Oggi mentre ero in stazione a Pietra Ligure, leggevo su un cartellone del 1997 della Banca Ca.Ri.Ge che pubblicizzava un mutuo all'epoca pre euro forse vantaggioso, la scritta "Amore, TI AMO". Ho passato un'ora a riflettere sull'overdose di significato che la frase racchiudeva, oltre che ai suoi simmetrici, come "Odio, TI ODIO".

ciao a tutti
.g

7:04 PM  
Anonymous Anonimo said...

Ultima!
Libera tutti!

8:21 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Hahahahaha....

2:42 AM  
Anonymous Anonimo said...

Ma vivi qui?!

12:58 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

No...ho solo un sesto senso per i tentativi di avere l'ultimo commento.

8:12 PM  
Anonymous Anonimo said...

bruno ha i piedi palmati..

1:36 AM  
Anonymous Anonimo said...

Cupio Dissolvi!!!

g.

3:12 PM  
Anonymous Anonimo said...

non morire dai...
ultima!

5:40 PM  
Anonymous Anonimo said...

Brava che sai cosa significa cupio dissolvi!

g.

6:34 PM  
Anonymous Anonimo said...

Tendo a diventare un archologa...non posso permettermi di non saperlo!
un bacio al p.r.ato! (così non ti imbarzzi)...
ultimaa!

7:23 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Per somma tristezza della sedicente ultima...penso sia meglio "che resti nella carne".

9:10 PM  
Anonymous Anonimo said...

Si allungano i commenti, a quando una dotta disquisizione su Simone il Cirenaico?

eccellenti tutti!

g.

1:39 AM  
Anonymous Anonimo said...

e bravissimo Bruno che senza andare a cercare di sicuro sapeva che la frase completa di San Paolo è "Sono messo alle strette tra due scelte: il desiderio di morire (cupio dissolvi) ed essere con Cristo..., ma d'altra parte è più necessario, per voi, che resti nella carne". ( da Wikipedia )

g.

2:37 AM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

No no, ho proprio cercato, ma non l'ho trovato su Wikipedia, ma su un altro sito dove si parla di santi ed eretici.

8:56 AM  
Anonymous Anonimo said...

Ci rinuncio...hai vinto tu!contento?!Addiooooooooooooo....

6:00 PM  
Blogger mauricehill23427085 said...

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7:54 AM  
Anonymous Anonimo said...

Nel mentre che litigate su chi sarà l'ultimo...ciao a tutti!
Gert...in un post hai augurato a gabriele..."in bocca al culo"!!! ma è un errore o una battuta?
Va beh...baci
Luisa!

11:39 AM  
Anonymous Anonimo said...

Cara luisa...perchè ti ci devi mettere anche tu a rompere?! Volevo esser l ultima ma siete tutti mooolto simpatici!
Ultima?! si vedrà...
viola

12:40 PM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_dal_pozzo (AKA Bruno)

E' bricolage linguistico sincretico cara Luisa, non ha altro senso se non quello della contrazione di omologhi e della magnificazione della funzione apotropaica della frase (Ahahahah, cazzo quanto me la tiro...sarà compensazione visto che sto per sostenre un esame per il quale sono gravemente sottopreparato, cmq mi aspetto insulti, legnate e lancio di vegetali marci).

A proposito cara Luisa, dal momento che ormai sei un personaggio mitico e che nn credo di averti conosciuta (anche se nn rispondo dei miei momenti di amnesia alcolica), ci sarai alla megafesta dell'11? Sono curioserrimo.

12:42 PM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_dal_pozzo (AKA Bruno)

Mi dispiace archeologa mammola, non volevo replicare, avevo deciso di capitolare lasciandoti l'ultima parola, ma mi è stata posta una domanda, sarebbe stato sgarbato non rispondere (Hehe).

12:49 PM  
Anonymous Anonimo said...

Bene...allra io devo rispondere per ringraziarti! Il mio nome mi è sempre piaciuto tanto!
Come mai questa luisa è un personaggio mitico? io l associo a cose poco gradevoli...
Adesso si che voglio una risposta...la mia vittoria come ultima può anche attendere!

Viola Odorata!

1:07 PM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_dal_pozzo (AKA Bruno)

Sticazzi! (come dicevano gli Achei intendendo: "acciderbolina"), Qui c'è aria di catfight! In ossequio ad una serie di stereotipi di genere, mi metto comodo con birra e popcorn in attesa di sviluppi (vendendo biglietti per il match Viola sniffata - Vs - Luisa mitologica).

1:18 PM  
Anonymous Anonimo said...

Parliamo di cose più serie, come il vento che mi entra dalla finestra e mi sbatte addosso le tende, oppure che oggi mi sono dimenticato la chiavetta usb a casa - classico atto mancato; in realtà quindi non voglio laurearmi - e quindi ora sono a casa a scrivere. Se fossero vivi o candidabili i miei candidati presidenti sarebbero;
-Carmelo Bene
-Guy Debord/ Guy TheBore ( fate voi il gioco di parole e compratevi la società dello spettacolo )
-F.T. Marinetti
-Rita Cosenza (questa la capiscono solo Giulio e amici; dio mio, ho visto i manifesti! Sublime.)
-Dave Gahan

saluti a tutti

.g

1:41 PM  
Anonymous Anonimo said...

Ah poi altra cosa; Bruno, stamattina mentre in biblioteca mi assentavo continuamente, oltre che per fumare, mi sono anche fermato a sfogliare dei bellissimi dizionari di giapponese e un gigantesco "Dizionario Enciclopedico del Lessico Amoroso" della UTET; all'interno c'era questa poesia che non ho resistito e ho dovuto copiare;

Poi viè l'arte, er diggiuno, la fatica,
la piggione, le carcere, er governo
lo spedale, li debbiti, la fica.
(Belli, DCCLXXIV )

g.

1:46 PM  
Anonymous Anonimo said...

Gert_dal_pozzo (AKA Bruno)

La verità si trova solo nei momenti di pausa, un pò come la felicità nelle piccole cose. Il problema dell'atto mancato, motivato dalla non voglia di "andare avanti" lo ben conosco, oggi ne darò, credo, una magistrale interpretazione.

PS: il primo caso di blog orizzontale!!! Voglio un menhir (ammesso si scriva così).

2:08 PM  
Anonymous Anonimo said...

Anche a me non dispiace!
saluti!

g.

2:21 PM  
Anonymous Anonimo said...

ViolaViolaViolaViolaViolaViolaViola
AloivAloivAloivAloivAloivAloivAloiv

7:35 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Singolare...aspetto la rissa.

8:18 PM  
Anonymous Anonimo said...

mandria di stronzi!!!!

finitela di dire cose senza alcun senso.. perchè non c'è un post di angelo?! voglio un post di angelo!!!

giovedì festa!!!

..giulio è dio..

marco

12:07 AM  
Anonymous Anonimo said...

We we...che sta succedendo?
mi dispiace che il mio nome ti ricordi cose poco piacevoli...ora però voglio sapere quali!!!
Mi dispiace per Gert ma oggi non sono in vena di risse...
Purtoppo no, non ci siamo mai visti!
L'11 non ci sono...ma non mi perderei per nulla al mondo la festa di laurea di G.!
Vai G., che ho voglia di rivedervi!

Baci mitici!

5:36 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Niente catfight (sigh), ma soprattutto neinte contatto nel mondo fisico con l'iconica Luisa (strasigh). Annegherò nell'alcool il mio dispiacere (annego nell'alcool anche il piacere...a pensarci annego nell'alcool ogni mia sensazione/stato d'animo).

8:05 PM  
Anonymous Anonimo said...

(Auto)fraintendimento; magari fosse la mia festa! La mia festa non è mai, sta diventando una specie di teatro dell'assurdo, un delirio tra Kafka - la burocrazia, l'ultimo esame che non arriva mai, il fascino perverso dell'istituzione burocratizzata fino al midollo, Kafka che lavorava alle Generali, anche mio nonno - e Beckett, e questo Godot-laurea che non arriva mai, però uno è lì, ogni cinque minuti a guardare l'ora, a guardare dalla finestra se sta almeno parcheggiando. Anche stavolta si festeggia, si, ma amiche e amici!!!
"Una cosa che avrei sempre voluto imparare è ballare...poi mi riduco sempre a guardare gli altri che ballano...che è bello, ma saper ballare è un'altra cosa..."
(Un dialogo preso da Caro Diario di Moretti per fare capire come mi sento, vedendo tutti che si laureano e io che non so ballare...)
Al Pistoia non ci sarai perchè sarai dall'altra parte d'Europa, quindi ci consoleremo con Robert Plant, caz!!! Spero a presto!
ciao e un bacio

Gabriele

10:28 PM  
Anonymous angelo said...

giuro, avevo scritto un post anche abbastanza lungo... ma l'ho riletto e faceva troppo cagare,
questo è + bello, a stasera.

8:04 AM  
Anonymous Anonimo said...

Un immenso grazie a tutti quelli che ieri sera sono venuti all'Ancora, grazie grazie grazie, anche se "Siete un pubblico di merda!!!" come avrebbe detto Freak Antoni - era un omaggio - a presto, a tutti!!!

ciao

g.

2:14 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Grazie di essere passato sul mio blog g.
Quello che volevo leggessi non era "Ti odio" (che ho scritto ieri notte ubriaco mica da ridere), ma era "Vomitando sulla polvere", quello che hai detto di aver letto velocemente (lo so che è lunghetto, ma è un racconto non una delle mie solite dissertazioni del cazzo), e se ti capita anche "Calor bianco" il cui finale però non mi convince affatto.
Mi farebbe piacere avere una tua opinione su come scrivo i racconti.
Per la tua "assenza" non preoccuparti, capita quando uno è un "nodo di rete". :)

7:02 PM  
Anonymous Anonimo said...

95..

12:10 AM  
Anonymous Anonimo said...

96..

12:11 AM  
Anonymous Anonimo said...

97..

12:11 AM  
Anonymous Anonimo said...

98..

12:11 AM  
Anonymous Anonimo said...

99..

12:11 AM  
Anonymous Anonimo said...

100!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

viva tutti quelli che c'erano giovedì e tutti quelli che non c'erano..

viva bruno b.a. baracos, angelo koala, gabriele porno rock star, la super americana, le sue mucche e tutti gli altri..

marco

12:14 AM  
Anonymous Anonimo said...

ahah genio sapevo che qualcuno lo avrebbe fatto prima o poi!!!

ciao g.

8:33 AM  
Anonymous Anonimo said...

Tra l'altro "101" - onehundredone- è anche il titolo di un vecchiotto e bellissimo live dei Depeche Mode

g.

8:33 AM  
Anonymous Anonimo said...

Detenuto in attesa di giudizio; ecco la mia condizione attuale. Stamattina ultimo esame, chiedo a Pisati se può correggerlo subito, non può, mi lascia la mail la sua assistente, entro venerdì saprò. "Detenuto in attesa di giudizio" è anche è soprattutto un bel film con Alberto Sordi,

ciao a tutti

g.

3:57 PM  
Anonymous Anonimo said...

becoming panteista; dio si manifesta in ogni cosa. Ho passato Pisati

g.

11:07 AM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Che ne diresti g. di un bel forum? (tipo "ancorati" o cazzate simili) Ognuno partecipa, apre i suoi topic e, se vuoi, ci mettiamo anche delle sezioni tematiche e dei moderatori.

4:09 PM  
Anonymous Anonimo said...

ciao uomo! come stai? tutto a posto? per forum va benissimo, va bene anche farlo "à-là-guestbook" che è più facile - penso, ma penso anche che creare un forum non sia poi così difficile - il sito dei mistici Coltrum Funk ha un forum fatto così, che però in realtà è un guestbook di altervista!
ciao

gee

8:23 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Ottima cosa. Io sto ricucito e convalescente. Vediamo di metterci.

9:15 PM  
Blogger Gert_dal_pozzo said...

Ottima cosa. Io sto ricucito e convalescente. Vediamo di metterci

9:15 PM  
Anonymous Anonimo said...

tutto quello che ho da dire dopo stanotte è

This could be destiny
Oh sweetheart
I've had no sense of time
Since we started
I've got friends in need
Oh sweetheart
I've grown lengths and lengths and lengths of love
Since we started this thing out

Combat salacious removal
Combat salacious removal

There is a bitter breed
Oh sweetheart
They will be watching you sometimes
With their bitter hearts

But we are through with these
Oh we're shifting the heartache
We want strong summer love
The most robust of blood
Just to stay awake

Combat salacious removal
Combat salacious removal

Combat salacious removal

g.

2:54 PM  
Anonymous Anonimo said...

UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI MILANO – BICOCCA
Facoltà di Sociologia
Corso di Laurea in Sociologia



Estetica popolare e giornalismo:
indagine sul pubblico e sulla storia
di Cronaca Vera







Relatore Prof. Gianmarco Navarini

Tesi di laurea di
Gabriele Ferraresi
Matricola 049246




Anno accademico 2005-2006
Sommario:
Introduzione III
Prima parte
Prospettive teoriche e cornice storica dell’indagine.
1 - Quadro di riferimento teorico-metodologico
e schemi di indagine sul pubblico dei media. Pag. 10
1.1 –Che cos’è il pubblico? Pag. 14
2 – Il pubblico dei periodici popolari; cornice storica della ricerca. Pag. 25
2.1 – Genesi di un fenomeno (sotto?)culturale;
contesto e nascita di “Cronaca Vera” Pag. 33
2.2 - L’Italia della carta stampata, tra presente e futuro. Pag. 37

Seconda parte
La ricerca sul campo.
1 – I giornalai; gli ultimi intermediari della notizia. Pag. 42
2 – I lettori di Cronaca Vera Pag. 49
2.1 – Carmine
2.2 – Nino
2.3 - Enzo e Michela
2.4 - Vito e Giorgio
2.5 – Pasquale
2.6 – Davide
3 - In redazione Pag. 76
3.1 - Conversazione con Edoardo Montolli Pag. 76
3.2 - Intervista a Tommaso Vitali Rosati Pag. 82
3.3 – Mazzo di Rho revisited; conversazione con Giuseppe Biselli. Pag. 85

Terza parte
Extra.
1 - Intervista a Tommaso Labranca Pag. 93
2 - Intervista a Giuseppe Genna. Pag. 97


.







“La merce spettacolare (…) presentava come beni straordinari, come la chiave di un’esistenza superiore, o magari anche d’élite, cose del tutto normali o banali; un’automobile, delle scarpe,
o una laurea in Sociologia (…)”
Guy Debord
“La Società dello Spettacolo”.






















Introduzione.

Pare che in Italia si legga poco. La questione in realtà è un’altra, ovvero, che cosa, e, non secondariamente, come, si legga. La diffusione della lettura di quotidiani, periodici e mensili, seppure in diminuzione da alcuni anni, sia a causa della televisione che, e questo soprattutto nei grandi centri urbani, che per la diffusione della free press, è un aspetto da non sottovalutare nella costruzione della vita di tutti i giorni di un qualunque individuo. Le nostre case sono piene di carta, di mensili sistemati ordinatamente in portariviste, di giornali vecchi impilati su sedie in attesa di riciclo, di inserti settimanali abbandonati per mesi nella “biblioteca da bagno”, spesso un mobiletto vicino al wc.
I quotidiani sono poi presenze fisse, immagini che conserviamo dentro come un’imprinting, che ci accompagnano fin da piccoli e la cui abitudine all’acquisto si trasmette in maniera quasi ereditaria; questo perchè i quotidiani, a parte alcune eccezioni, non falliscono mai. Al limite si avvicinano molto al baratro; e a quel punto vengono salvati, come il “Corriere Della Sera” all’epoca dello scandalo P2, quando dalle mani di Rizzoli passa a una cordata di finanziarie cui fanno capo la Gemina (Mediobanca, Fiat e Pirelli) e il gruppo Montedison, oppure muoiono per poi risorgere, ed è il caso de “L’Unità” che all’inizio del 2000 non supera le 50mila copie, ed è costretto a chiudere i battenti per circa un anno . Quasi come le banche quindi, entità apparentemente eterne, imprese che non possono fallire; ciò vale però nell’ambito dei quotidiani, e nello specifico con i quotidiani che non si limitano a “riportare notizie”, ma trasudano storia dalle loro pagine. Alcuni anni fa “La Voce” di Montanelli, una testata senza una grande storia ma guidata dalla firma più prestigiosa del giornalismo italiano fallì, senza che nessuno si sbracciasse per salvarla; non aveva una storia.
Per i periodici, per i quali a parte alcune eccezioni la diffusione è infinitamente più ridotta rispetto a quella dei quotidiani, la situazione è diversa. I periodici, soprattutto i settimanali, nascono, crescono, scompaiono, si uniscono tra loro, modificano radicalmente l’impostazione grafica, falliscono, neanche troppo raramente.
In Italia non si legge poi così poco quindi – e nei capitoli seguenti affronteremo più approfonditamente il discorso - , ma la differenza è sul “come” e sul “cosa” si legga; potremmo partire per esempio dall’infinita differenza tra la lettura di un quotidiano o di un libro.
Ingredienti di base in fondo simili, fogli di carta, inchiostro, un autore, un lettore; il risultato finale ben diverso, diverso per ogni lettore. Segue a ruota l’enorme distanza che può separare due prodotti culturali dello stesso campo. I quotidiani, come i periodici, come i mensili, non sono mai identici tra loro; ed anche quando trattano il medesimo argomento, non trasmettono mai un messaggio identico tra di loro e non offrono praticamente mai gli stessi spunti al lettore, che agisce spesso in maniera più indipendente e critica di quanto si possa essere portati a credere.
Chi analizza queste pratiche, intenzionalmente o meno, tende spesso a semplificare, ridurre, accorpare, rendere lineare e omogeneo ciò che omogeneo non è né mai sarà; e dato che generalizzare è sempre un enorme sbaglio, il nostro caso non fa eccezione. Questo in quanto le pratiche di lettura differiscono enormemente a seconda dell’età, della condizione socioeconomica, dal titolo di studio e dalla collocazione geografica di chi legge. I mezzi di comunicazione di massa invece tendono a negare questa frammentazione, presentando come perfettamente omogenea la massa di lettori; la vecchia storiella “Un uomo mangia due polli, un altro mangia zero polli, in media hanno mangiato un pollo a testa” può essere adattata in altri termini con le abitudini di lettura, inserendo anche un fattore decisivo di cui la storiella di prima non teneva conto. La qualità del pollo, e non solo; dove il nostro pollo viene mangiato, da chi viene mangiato, se lo addenta a mani nude o se, orrore, usa forchetta e coltello.
Le indagini su un singolo periodico settimanale sono piuttosto rare in Sociologia; l’analisi è quasi unicamente incentrata sui media di massa e sui quotidiani. Gli spunti, in questi due ambiti, sono estremamente ampi, e attraversano metodologie di indagine anche molto differenti dal punto di vista sociologico.
Eppure i periodici occupano una fetta importante oltre che composita dell’editoria; gli stessi principali quotidiani nazionali forniscono, settimanalmente o mensilmente, uno o più inserti; il “Corriere della Sera” offre in inserto settimanale “Corriere della Sera Magazine” il giovedì, mentre il sabato propone “Io Donna”, lo stesso fa “La Repubblica”, con “Il Venerdì” e “D; La Repubblica delle donne”. Si tratta di inserti di ottima qualità, a colori, al cui interno scrivono spesso editorialisti prestigiosi, e dove si affrontano anche temi al di fuori dei fatti di cronaca nera o rosa – generalmente i più semplici da comprendere – come politica, economia, filosofia, letteratura, cinema, arte.
In breve, non si tratta di inserti che chiunque potrebbe leggere dalla prima all’ultima pagina senza utilizzare alcuna conoscenza pregressa; in molti casi servono delle basi, come sottolinea Sartori;

“Se l’uomo della strada non sa nulla del mondo, è evidente che non se ne interesserà. Informarsi richiede un costo di tempo e di attenzione; e diventa gratificante – è un costo che paga – solo dopo che l’informazione immagazzinata arriva a una sua massa critica. Per amare la musica bisogna sapere un po’ di musica, altrimenti Beethoven, è un rumore.”

Chi legge questi inserti? La popolazione è estremamente numerosa oltre che eterogenea, come risulta dalle rilevazioni di Audipress. Si tratta però di periodici settimanali allegati a quotidiani di enorme e capillare diffusione, che quindi raggiungono volumi di copie impossibili da paragonare con settimanali o mensili di altro tipo.
Come detto poc’anzi il settore dei periodici in Italia è estremamente variegato, con rotocalchi che trattano pressoché ogni campo dello scibile umano.
Tra questi esiste un giornale che tronca di netto il problema, e che come condizione di base alla comprensione dei temi trattati mette la semplice conoscenza della lingua italiana; si tratta di Cronaca Vera.
Cronaca Vera è un caso unico nell’editoria italiana; si tratta di un periodico popolare, settimanale, che si occupa principalmente di cronaca nera e casi umani nascosti negli angoli più reconditi della penisola. Si passa dal sanguinario delitto d’onore – rigorosamente commesso in Sicilia -, allo studioso – presunto tale – incaricato dalla Santa Sede di combattere il Maligno, rappresentato da Satana in persona, in Puglia. Sparsi tra le pagine, troviamo i fatti più disparati, dal barista bergamasco innamorato della sua Golf elaborata, all’aspirante attrice in cerca di fortuna invariabilmente discinta, all’incredibile storia dell’ultimo ippotrasportatore d’Italia. Questa, la portata principale; il contorno è in grado di mettere a dura prova i palati più resistenti; un paio di pagine dedicate ai misteri dell’occulto, intitolate “L’angolo dell’inconscio” dove si profetizzano segreti della vita svelati da extraterrestri, annunci matrimoniali di donne residenti a Cuba desiderose di fuggire dalle braccia di Fidel, corrispondenze e annunci di carcerati prossimi alla libertà desiderosi di ricominciare una vita nuova, angoli della posta dei lettori dedicati alla salute – “Dottore mi dica”-, al sesso –“I Misteri del Sesso”– o a piccoli problemi legali o pratici -“I vostri problemi”- . Il condimento prevede anche programmi televisivi delle reti nazionali – con una impressionante veste grafica ferma agli anni ottanta nei loghi delle sei reti nazionali -, commemorazione di defunti – anch’essi spesso deceduti lustri fa -, felicitazioni per nascite, responsi grafologici, previsioni di numeri del lotto.
Al primo impatto “Cronaca Vera” è visivamente violento, quasi disturbante; la copertina propone solitamente corpi femminili seminudi accompagnati da titoli interminabili e urlati, come; “Rispettato parroco che vive nell’assoluta povertà – diffondendo il messaggio della “preghiera del cuore” – arrestato con l’infamante accusa DI ATTI DI LIBIDINE AI DANNI DI UNA TREDICENNE”; il mio maiuscolo cerca di riprendere le dimensioni dell’enorme carattere utilizzato.
I colori combattono una guerra che non vedrà vincitori; il bianco e nero delle immagini abbinato al rosso e al giallo utilizzati per i titoli e al grigio utilizzato come sfondo per alcuni articoli, compongono un ensemble quasi futurista.
Poco al di sotto del nome della testata, la sottolineatura; “Settimanale di fatti, attualità e politica” contenente un piccolo falso; trovare tracce di cronaca politica tra le pagine di Cronaca Vera è come avventurarsi alla ricerca di spiedini di maiale alla Mecca durante il pellegrinaggio annuale alla Ka’Ba. In realtà negli anni ’70, Cronaca Vera fu ingiustamente accusato di essere un giornale legato all’estrema destra. Per gli accusatori il capo d’imputazione più grave era la propaganda subdola di Cronaca Vera, che travestito da settimanale di cronaca e attualità, si schierava dalla parte delle destre, senza dichiararlo apertamente. Per non incorrere in guai peggiori, si aggiunge sotto la testata, la denominazione “settimanale di fatti, attualità e politica” e la questione si risolse. La politica è di fatto completamente esclusa dalle pagine del settimanale fatta eccezione per alcuni degli editoriali intitolati “Momento” firmati dal direttore del giornale sotto pseudonimo, editoriali in grado di dare voce all’immaginario dell’uomo della strada, l’eroe comune nel significato a lui attribuito da De Certeau.
Lo scrittore Tommaso Labranca si è occupato per primo di questo settimanale, già nel 1994;

Diffusa tra immigrati italiani in tutte le nazioni, Cronaca Vera è arrivata lì anche dove la Farnesina non giungeva; oggi la si trova alla libreria del Beaubourg come allo spaccio aziendale Volkswagen. L’impatto di Cronaca Vera è notevole sin dall’inizio, sino dalla copertina modulare (…) passando all’interno si resta colpiti dai caratteri usati nella composizione: tutti bastoni, ma moltiplicati in un irresistibile avvicendarsi quasi psichedelico di dimensioni e inclinazioni (…)

La diffusione di Cronaca Vera è effettivamente impressionante, transnazionale; con gli esempi citati si resta in piena Europa, ma Cronaca Vera arriva ovunque nel mondo ci sia o ci sia stato un emigrato italiano, ed è tutt’oggi uno dei giornali italiani più venduti all’estero, senza finire di certo nelle rassegne stampa internazionali di “Le Monde”, ma probabilmente finendo in molte più case di “italiani all’estero” di quanto ci finiscano il “Corriere della Sera” o “La Repubblica”.
Il tono del giornale sembra costruito appositamente per compiacere il lettore più disimpegnato; la titolazione non lascia scampo. A pagina 3 del numero 1716, titolo a caratteri cubitali; “ARRESTATO IL MAROCCHINO CHE STUPRAVA LE VECCHIETTE”, con abbinata immagine del presunto colpevole ingrandita a dismisura. Si tratta di un fenomeno che Labranca definisce “sgranamento garantista”;

(…) ma l’elemento grazie al quale Cronaca Vera non potrà mai cadere nell’oblio è quello che si potrebbe definire sgranamento garantista. Vittime e assassini, pie missionarie e delinquenti incalliti, tutti ricevono lo stesso trattamento fotografico. La tecnica è precisa e personalissima: si prende una foto tessera in bianco e nero, realizzata rigorosamente nelle apposite cabine automatiche che si trovano in metrò o nelle stazioni e la si ingrandisce almeno del 500%, con conseguente esplosione della grana. L’effetto è assicurato; anche gli occhi più innocenti appariranno torvi, ogni pelo di barba raggiunge dimensioni da baobab, ogni graffio assume gravità di sfregio.

Un dato interessante su Cronaca Vera è la totale mancanza di pubblicità di beni di consumo. Niente Barilla, niente Fiat, niente Coca Cola. Gli unici spazi commerciali sono riservati a telefoni erotici, chiromanti e lottologi che offrono consultazioni telefoniche a pagamento. Come mai? Il direttore del giornale, Giuseppe Biselli risponde così;

“Io potrei anche avere la pubblicità del Dash o del Mulino Bianco…ma se me la offrono vuol dire che ho sbagliato a fare il giornale”

La parola chiave è identità. Cronaca Vera nasce nel 1969: da allora il tempo, si è fermato. Si è fermato nel linguaggio dei titoli– “Laureato trentaduenne fulmina a revolverate l’amico studente”, riuscite a immaginarlo nella cronaca di Milano del Corsera? -, si è fermato nella qualità delle immagini inserite, si è fermato nella qualità della carta – nettamente inferiore a quella dei concorrenti -, si è fermato nel prezzo. Forse nessun altro periodico è riuscito a conservare in maniera tanto perfetta e quasi maniacale la propria identità di partenza. Molto spesso sia quotidiani che periodici hanno dovuto adeguarsi al pubblico, mutando radicalmente forma, stile, impaginazione, orientamento politico; tra i quotidiani basti pensare a “Il Giorno”; passato dai fasti degli anni successivi alla fondazione quando tra le proprie firme poteva inserire scrittori come Achille Campanile usati come inviati, e poi Franca Valeri, Vittorio Gassman, Jacovitti, Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Giampaolo Pansa, Bernardo Valli, Gianni Brera e Arrigo Levi, alla decadenza degli anni scorsi.
Il reale oggetto della ricerca non è però tanto il giornale in sé, quanto il suo enigmatico pubblico. Chi legge Cronaca Vera? Come lo legge? Quali sono le sue pratiche di lettura?
Purtroppo non esistono dati ufficiali su Cronaca Vera, e le stesse indagini Audipress non aiutano; quanto di più simile a Cronaca Vera si possa rintracciare nella indagine sulla lettura dei quotidiani e dei periodici di Audipress è “Visto”, ma siamo comunque lontani, innanzitutto perchè i temi trattati da Visto sfociano inevitabilmente nel gossip più infimo – mentre Cronaca Vera non tratta di celebrità nazional-popolari, ma, per l’appunto, principalmente di cronaca, frequentemente la più cruenta – e per una serie di altri fattori, dal linguaggio utilizzato – semplice ma contemporaneo – alla qualità della carta – decisamente migliore - . Nei prossimi capitoli offrirò inizialmente un inquadramento teorico della ricerca condotta, successivamente una cornice storica in cui inserire la storia di Cronaca Vera; l’indagine sul pubblico è stata condotta tramite interviste dirette ai lettori, ai giornalisti e ai giornalai, dalle quali ho estratto gli aspetti più rilevanti e significativi ai fini della ricerca.
Buona lettura.






















Prima Parte: prospettive teoriche e cornice storica dell’indagine.

1 - Quadro di riferimento teorico metodologico e schemi di indagine sul pubblico dei media.

Come analizzare un testo mediale e il suo pubblico? L’interrogativo è a dir poco complesso, si presta a svariati metodi di analisi, si perde tra metodologie diversissime eppure complementari, come la semiotica, l’etnografia, l’osservazione partecipante, l’etnometodologia. Inoltre l’utilizzo di interviste o conversazioni con lettori, giornalisti e “stadi intermedi” della produzione mediale, ovvero nel nostro caso i giornalai, è imprescindibile. Ho scelto quindi di intervistare alcuni soggetti per ciascuna categoria, ed inserire nel VI capitolo, due interviste; a Tommaso Labranca, scrittore e autore televisivo e radiofonico tra i primi in Italia ad interessarsi a fenomeni apparentemente insignificanti o dileggiati dalla “cultura alta”, ma in realtà fondamentali per la comprensione della realtà quotidiana, e a Giuseppe Genna, anch’egli scrittore, occupatosi di Cronaca Vera sul portale internet Clarence. Sempre nel VI capitolo si trova anche una digressione su “La Notte” uno dei quotidiani-eccezione spariti dalle edicole di cui si parlava nell’introduzione; (infine alcune considerazioni sulle pratiche di lettura all’interno di istituzioni totali, nello specifico all’interno del carcere di S. Vittore a Milano.)
Ritornando alle metodologie di indagine menzionate poche righe fa, si può definire, molto sinteticamente la semiotica come la disciplina che studia i segni, non per nulla la stessa denominazione deriva dal termine greco "semeion", che significa "segno". Considerato che il segno è in generale "qualcosa che rinvia a qualcos'altro" - aliquid stat pro aliquo - possiamo dire che la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione e di comunicazione. Per significazione infatti si intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos'altro di assente, come per esempio la luce rossa del semaforo significa, o sta per, "stop". Ogni volta che metto in pratica o uso una relazione di significazione allora attivo un processo di comunicazione, come nel caso precedente; il semaforo è rosso e quindi arresto l'auto. In estrema sintesi le relazioni di significazione definiscono il sistema che viene ad essere presupposto dai concreti processi di comunicazione. Direttamente dalla semiotica deriva la sociosemiotica, che negli ultimi anni ha reso sempre più rilevante l'attenzione della disciplina nei confronti delle significazioni sociali; la sociosemiotica si interessa alla dimensione sociale della discorsività, vale a dire che intende partire dai testi e dalle loro strutture interne per individuarne le implicazioni sociali. Tra i primi ad operare in questa direzione, il semiologo francese Roland Barthes, specificatamente nell’ambito dei discorsi sociali che venivano veicolati dai media di massa. L'idea che la società si rifletta nei testi, quasi osservandosi allo specchio, è uno dei concetti fondamentali di tale prospettiva; così come il fatto che gli stessi testi o discorsi mediali siano spesso una sorta di terreno di incontro/scontro all’interno dei quali diversi soggetti sociali costruiscono i propri simulacri o avatar testuali. Possiamo quindi ritenere che esista una sorta di sistema dei discorsi sociali che permette la circolazione dei testi e dei discorsi nell'universo semiotico in cui viviamo (la semiosfera di Juri Lotman).
Negli ultimi anni la semiotica si è sempre più occupata di analizzare diverse tipologie di discorso sociale e mediale (giornalistico, scientifico, pubblicitario, religioso, economico, ecc.). In tale contesto va ricordato il lavoro fondamentale del francese Jean Marie Floch in particolare nel settore dell'analisi del discorso pubblicitario, del marketing, e della semiotica degli spazi e del design.
Ma la semiotica tende a mantenere comunque una notevole distanza tra l’oggetto dell’analisi e la realtà; tale distanza si annulla con l’etnografia, che azzera la distanza tra studioso e oggetto dello studio, in quanto lo studioso diventa parte della cultura osservata, pur mantenendo il doveroso distacco scientifico che la disciplina gli impone; un formidabile strumento di analisi delle culture lontane dalla propria quindi, oltre che una metodologia decisamente consigliabile in un’analisi dei media e del pubblico dei media.
Il termine etnografia deriva dal greco: ethnos (εθνος) - "tribù, popolo", e grapho (γραφω) - "scrivo"; letteralmente "descrizione dei popoli", ed è il metodo con cui opera l'etnologia, oltre che uno dei metodi di ricerca dell'antropologia culturale. L’etnografia è una pratica di ricerca nata agli inizi del novecento, con l’osservazione da parte degli antropologi di popolazioni e culture “altre” rispetto a quella occidentale; è un sapere che può facilmente diventare un potere; e questo lo sapevano perfettamente gli imperi colonialisti dell’epoca. Fare etnografia significa recarsi tra coloro che si vuole studiare per un certo periodo di tempo, ed utilizzare alcune tecniche di ricerca (come l'osservazione partecipante o l'intervista) allo scopo di collezionare un insieme di dati che una volta interpretati, rendano possibile la comprensione della cultura in esame. Riti, rituali, cerimonie, norme, valori, credenze, comportamenti, artefatti, sono i principali fenomeni di interesse dell'etnografo, attraverso i quali la cultura si rende intellegibile. Esempi di descrizioni etnografiche del periodo classico sono quelli di Bronislaw Malinowski (“Gli argonauti del Pacifico occidentale”, 1922) e di E. E. Evans-Pritchard (“Stregoneria, oracoli e magia fra gli Azande”, 1940). L’intreccio di potere che tende a crearsi tra osservatore e osservato, oltre che le diverse strategie retoriche di scrittura dell’etnografia sono state oggetto di profonde critiche da parte di Clifford Geertz; in particolare secondo Geertz la realtà è il frutto di una negoziazione il cui ordine viene prodotto dall’interazione degli individui, e proprio tramite queste interazioni si produce e riproduce la cultura. Sintetizzando, Geertz arriva alla conclusione che ogni descrizione è già di per sé un atto interpretativo. La strada per l’etnografia a quel punto è spianata; dall’antropologia tradizionale si passa all’antropologia critica e di lì a una nuova via da percorrere, una via che diviene la rappresentazione di differenze reciproche nella voce non solo dell’autore della scrittura etnografica ma anche della cultura che si intende analizzare. Lontano da pretese di una irraggiungibile scientificità, molti dei resoconti etnografici degli ultimi anni evitano l’utilizzo di un linguaggio rigorosamente per “iniziati” alla materia, ma al contrario affrontano i temi oggetto della ricerca con un linguaggio letterario o poetico, spesso anche ironico. L’etnografia prende uno spunto molto importante dall’etnometodologia; la problematizzazione dell’ovvio, vedere fenomeni e pratiche sociali nelle loro “apparenze normali” smontando la “normalità” di tali “apparenze”.
Storico fondatore dell’etnometodologia è Harold Garfinkel, che pubblica “Studies in Ethnometodology” nel 1967; Garfinkel vuole rompere il tabù riguardante la possibilità di contestare l’ordine sociale cercando di mettere a nudo gli assunti dati per scontati, i miti che operano nelle situazioni di interazione. Interesse principale dell’etnometodologia è comprendere come le persone trovino un senso alla attività di tutti i giorni; se la gente prende per scontata la realtà perché dovrebbe cercare di trovargli un senso? La soluzione è trattare come problematico ciò che è dato per scontato, al fine di comprendere la realtà quotidiana e il senso comune.
Ciò che cercherò di fare in questa tesi è quindi analizzare il pubblico dei lettori di “Cronaca Vera” un periodico settimanale, come abbiamo visto nell’introduzione, decisamente unico nel panorama editoriale italiano, utilizzando come strumento principale interviste dirette ai lettori, ai giornalisti del periodico e ai giornalai. Come ha sottolineato Elena Meurat;

Il primo numero della rivista risale infatti al 10 Ottobre del 1969 e da allora, molto poco è cambiato nell’impostazione generale del giornale. Quindi, questo è un primo elemento peculiare che le si può attribuire e che ha destato curiosità. In secondo luogo, sia il tipo di linguaggio che gli argomenti trattati si discostano enormemente da quelli utilizzati dagli altri organi di informazione dai quali in Italia si può attingere.

Le tendenze più recenti nella ricerca sui media, hanno posto un forte accento su tecniche nuove o poco applicate, come l’etnografia; uno strumento dei più promettenti (Boni, 2004) di cui la sociologia si possa dotare per studiare i processi culturali e comunicativi.
“Scendere per le strade e guardarsi attorno” era una delle idee migliori della Scuola di Chicago, ed è quello che ho, nel mio piccolo, cercato di fare; Robert Park, storico membro fondatore della scuola, come unica preparazione accademica aveva la frequenza ad alcuni corsi tenuti da Georg Simmel a Berlino e il desiderio di sporcarsi le mani con la realtà sociale. Con lui la Scuola di Chicago avvia quindi ricerche al di fuori delle mura accademiche, meno legate alla speculazione teorica e fissate alla realtà circostante: quartieri malfamati, prostituzione, angoli di strada dove stazionavano barboni e senzatetto. Servendosi di tecniche nuove o utilizzate precedentemente in ambiti molto differenti, come l’osservazione partecipante o l’analisi della corrispondenza dei soggetti studiati, i ricercatori della Scuola di Chicago ottengono risultati impensabili.
Uno dei difetti, o meglio, delle fortune, in ambito sociologico, è la mancanza di un unico paradigma condiviso, e la possibilità ad ogni indagine di costruire i propri strumenti di indagine prendendoli da una “cassetta degli attrezzi” dentro alla quale, come abbiamo visto, può esserci di tutto, dalla semiotica, all’etnometodologia, passando per l’interazionismo simbolico; e tutto questo, per chi si avventura per la prima volta nell’indagine del pubblico dei media, non è un vantaggio da poco.






















1.1 - Che cos’è il pubblico?


Dalla fine degli anni settanta un notevole cambiamento ha investito l’analisi dei media e del loro pubblico; una sorta di svolta etnografica, che ha portato con sé nuove tecniche di analisi e di interpretazione dei pubblici. Mantenendo però fisso l’obiettivo primario: delineare il senso che i consumatori di media attribuiscono ai testi e alle tecnologie che incontrano nella loro vita quotidiana. Roger Silverstone, in “Perché studiare i media” sostiene che;

(…)non possiamo sfuggire ai media, perchè essi sono coinvolti in ogni aspetto della nostra vita quotidiana(…)in quanto dimensioni sociali, culturali, politiche ed economiche del mondo contemporaneo e in quanto elementi che contribuiscono alla nostra capacità variabile di dare senso al mondo, di costruire e condividere i suoi significati.

Nessuna (id)entità stabile può in realtà essere isolata come pubblico, in particolare se ci riferiamo al pubblico dei media. Se “scendiamo per strada e ci guardiamo attorno” potremmo avere grosse e ragionevoli difficoltà ad individuare cosa sia il pubblico dei media; non si tratta di un oggetto immobile che non attende altro che essere analizzato, ma al contrario un’entità dai contorni viscidi e sfuggenti, e che va “cacciata” con astuzia.
Il concetto di pubblico è estremamente complesso, i suoi significati variano a seconda dei cambiamenti sociali, economici, tecnologici; si parla di pubblico, pubblici, fruitori, audience. Nomi differenti che richiamano diverse concezioni della realtà. Esplorando l’etimologia della parola (Radway 1988, in Moores 1993) pubblico – ovvero in inglese, audience – scopriamo che nell’uso originario essa si riferiva all’atto individuale di ascoltare, nell’ambito della comunicazione verbale faccia a faccia – to give audience, dare ascolto – e solo successivamente, con l’avvento della comunicazione di massa, il suo uso ha contagiato i destinatari di messaggi veicolati attraverso apparecchiature elettroniche (Moores, 1993). Naturalmente le parole, nella loro beata innocenza, non fanno caso agli stravolgimenti di significato che l’evoluzione del linguaggio a volte impone loro; se nel primo caso la relazione può essere assolutamente paritaria, e quindi produttore e ricevente sono copresenti nella situazione di comunicazione, nel secondo caso, che possiamo tradurre in “lettori di un periodico” come con “radioascoltatori” o “telespettatori”, l’audience è ovunque, può trovarsi in due continenti diversi come nella stessa casa, e da ciò ne consegue che i confini del pubblico nel suo nuovo significato, sono intangibili, così come i contesti di fruizione degli individui/audience. Davvero?
In realtà si è usi pensare al pubblico come qualcosa di tangibile, dotato di confini precisi; qualcosa di quantificabile in un numero, in uno share, principalmente per gli interessi delle istituzioni mediali, che per motivi economici devono categorizzare il pubblico, basti pensare all’Auditel.
C’è addirittura chi sostiene che in realtà i prodotti mediali siano solo una finzione che serve ai bisogni dell’istituzione che li ha concepiti, e che il pubblico quindi non sia affatto un oggetto reale e quindi esterno alla costruzione discorsiva (Hartley, 1987); un’affascinante posizione decostruzionista che però non affonteremo ora.
L’aspetto del pubblico cui siamo interessati è infatti più simile a quello del pubblico di massa; tra i primi autori che ne forniscono un’ampia definizione teorica – e pratica - troviamo Herbert Blumer, tra i massimi esponenti dell’interazionismo simbolico. Blumer nasce nel 1900, frequenta G.H. Mead e Robert Park della Scuola di Chicago ; a lui si deve la definizione di pubblico di massa, una nuova formazione sociale della società moderna, contrapposta ad altri tipi di aggregati collettivi. Le formazioni individuate da Blumer sono quattro; c’è il gruppo, dove tutti i membri si conoscono, cementati dalla comune appartenenza e da una serie di valori condivisi, e i quali componenti interagiscono in vista di un qualche obiettivo comune. La folla, è differente; è più grande, ma nonostante questo ancora ristretta entro confini osservabili in uno spazio particolare, confini che però più che nello spazio, delimitano la folla nel tempo, che effimera e sfuggente, mai si riforma allo stesso modo. La folla spesso condivide il medesimo “umore”, ma la sua composizione morale e sociale non è strutturata né ordinata, proprio per questo motivo le azioni compiute dalla folla possono avere un carattere emotivo, irrazionale, finanche violento. Il pubblico, terza formazione individuata da Blumer è ancora differente; tende ad essere relativamente grande, disperso e stabile; spesso si forma attorno ad un problema o a una causa, a sostegno di un interesse o di una opinione, o in favore di un cambiamento politico e proprio questo lo rende un elemento essenziale delle moderne democrazie. Con la massa, Blumer chiude la sua schematizzazione; la massa ricalca lo schema del pubblico radiofonico o televisivo, ma con dimensioni ancora maggiori. Individui disgregati, lontani magari centinaia di miglia l’uno dall’altro, che non si conoscevano e mai si sarebbero conosciuti.
Caratteristiche fondamentali della massa; disgregazione, incapacità di autocoscienza e identità, incapacità di organizzarsi collettivamente, alto grado di eterogeneità dovuto alla presenza di diversi strati e gruppi sociali. Difficile non riconoscere nella definizione di Blumer il pubblico dei mezzi di comunicazione di massa; e proprio questo è il pubblico a cui si rivolge il nostro sguardo. I fruitori di un mezzo di comunicazione di massa, la stampa, e nella fattispecie, di un periodico, Cronaca Vera.
Sebbene i media siano internamente segmentati per tipi di tecnologia – stampa, radio, tv, internet – e sottotipi legati alla dimensione geografica della produzione e della ricezione – edizione locale/nazionale, tg regionale/tg nazionale – hanno alcune caratteristiche comuni. Si occupano di produrre e costruire “conoscenza”, intesa come informazioni, idee, cultura alta e bassa, spettacolo, immagini, rappresentazioni, e inoltre forniscono canali di comunicazione tra gli individui che compongono il pubblico, che si sente unito dalla comune fruizione di un determinato consumo mediale.
In che modo queste informazioni, queste idee, queste rappresentazioni interagiscono con il pubblico?
Agli inizi del ventesimo secolo la Storia inizia a scorrere più velocemente, profondissimi cambiamenti sociodemografici e culturali, come i fenomeni di urbanizzazione legati ai processi di industrializzazione, la nascita delle prime metropoli, alcune invenzioni destinate a rivoluzionare la comunicazione, come la radio e il cinema, sconvolgono lo status quo;

l’immagine della società che si andava delineando era segnata dal mutamento di un sistema tradizionale e stabile nel quale le persone erano rigidamente vincolate le une alle altre in una grande realtà complessa in cui gli individui erano socialmente isolati (…)la società era un sistema ampio e complesso e stava diventando ancora più complicato.

chiunque si affacci all’epoca allo studio dell’ordine sociale non può fare a meno di notare, sia positivamente che negativamente, due fenomeni completamente nuovi; da un lato un indiscriminato aumento dell’eterogeneità e dall’altro una crescita dell’individualismo. L’individuo vedeva crescere la sua estraneità nei confronti della comunità nel suo insieme, allo stesso tempo veniva meno la capacità della società di controllare i suoi membri in modo informale; tutto ciò in un contesto in cui si moltiplicavano le relazioni frammentate e contrattuali come mai prima era avvenuto. In questo periodo nasce l’espressione società di massa, riferita non solo alle dimensioni, ma soprattutto al tipo di relazioni che intercorrono tra gli individui che la compongono e all’ordine sociale. Nella società di massa chi ne fa parte si trova a vivere una condizione di disaggregazione, dove i membri non si conoscono; la società di massa non agisce, perché, come detto, non ha autocoscienza o identità. Semmai viene agita ed è quindi in teoria – e in pratica - manipolabile (McQuail, 1996). In questo contesto si sviluppa la prima teoria degli effetti dei media sul pubblico, la Magic Bullet Theory, un approccio globale focalizzato sulle conseguenze che l’esposizione al messaggio ha sul pubblico. Partendo dal presupposto che ogni individuo membro del pubblico è personalmente e direttamente attaccato dal messaggio, la Magic Bullet Theory , postula che il pubblico sia composto da individui indifferenziati e isolati tra di loro – e per questo più facilmente attaccabili dal messaggio – e che allo stesso tempo gli effetti del messaggio siano diretti e immediati sulle persone che vi si espongono (Capecchi 2004). Il pubblico è una spugna, assorbe tutto ciò che viene gettato su di lui, indistintamente, acriticamente. Per meglio inquadrare la teoria del “proiettile magico” è doveroso ricordare il clima sociale e culturale in cui si sviluppò, ovvero il periodo tra le due guerre mondiali; caratterizzato dall’instaurazione di regimi totalitari che fecero un uso indiscriminato di stampa, radio e cinema a proprio vantaggio. Tali eventi finirono per confermare agli studiosi ciò che la Magic Bullet Theory postulava, ovvero che l’audience era totalmente passiva e acritica, oltre che composta da persone disposte a credere senza riserve a tutto ciò che viene loro comunicato. Naturalmente il pessimismo degli intellettuali era motivato; l’uso massiccio della propaganda da parte dei governi entrati in guerra per convincere la popolazione della necessità dell’intervento bellico e instillare l’odio nei confronti del nemico aveva perfettamente funzionato, e non era neanche una novità, si era già visto, seppure con modalità differenti, nel corso della prima guerra mondiale . Fino alla fine degli anni trenta la Magic Bullet Theory fu la cornice teorica predominante nell’analisi dell’influenza dei mezzi di comunicazione sulle masse e nonostante non avesse in realtà precisi e puntuali riferimenti empirici proseguì a lasciare sulle masse l’ombra della passività totale (Gasperini e Ottaviano, 2005).
Il decennio successivo porta con sé un significativo passo in avanti al superamento della Magic Bullet Theory; si affermano le teorie dell’influenza selettiva, che mettono in evidenza i fattori sociali e psicologico-individuali che entrano in modo significativo nei processi di influenza sui soggetti da parte dei mezzi di comunicazione. La mente di chi riceve non è più una tabula rasa dove l’emittente può indiscriminatamente inserire il messaggio che desidera avendo la certezza matematica del successo; le caratteristiche individuali intervengono nel processo di ricezione. I messaggi non colpiscono persone che vivono nel vuoto sociale (Capecchi 2004) e in una condizione di totale isolamento psicologico e relazionale ma;

anche nella società di massa gli individui sono inseriti in una rete di relazioni sociali la cui influenza limita il potere dei media.

Dalla tesi si passa molto rapidamente all’antitesi; il dominio e la forza persuasiva dei media, sopravvalutati in una prima fase, ora sono quasi sottovalutati . In questo contesto è necessario soffermarsi sulle intuizioni di Paul M. Lazarsfeld, tra i primi studiosi a dedicarsi a ricerche sul pubblico empiricamente e sociologicamente fondate. Per Lazarsfeld il linguaggio della ricerca sociale è il linguaggio delle variabili ; per studiare e comprendere davvero il significato e l’effetto di un prodotto mediale è necessario dividere in tre parti il campo della ricerca. L’analisi del contenuto, l’analisi delle caratteristiche dell’audience, lo studio delle gratificazioni.
L’analisi del contenuto permette di intuire gli utilizzi da parte del pubblico del prodotto mediale, l’analisi delle caratteristiche dell’audience di rilevare le caratteristiche sociodemografiche e psicologiche, e infine lo studio delle gratificazioni che consiste nel domandare direttamente ai soggetti il significato che il prodotto ha per loro. Per Lazarsfeld è necessario indagare direttamente presso gli individui consumatori del prodotto mediale i significati rappresentati; lo sguardo di chi si dedica alla ricerca inizia quindi a focalizzarsi direttamente sul pubblico, composto da individui che differiscono tra loro per età, sesso, classe sociale, per caratteristiche psicologiche e che vivono e consumano media in contesti socioculturali estremamente differenziati, - ricordate la storiella del pollo nell’introduzione? - e raramente identici l’uno all’altro.
La successiva svolta nello studio del pubblico avviene con la teoria degli usi e delle gratificazioni, naturale applicazione del funzionalismo allo studio dei media di massa. La domanda che si pone il ricercatore in questa fase, cambia; si passa da “Che cosa fanno i media alle persone?” a “Che cosa fanno le persone con i media?”, ed il capovolgimento è totale (Wolf, 1985). L’assunto di base è che anche il più potente messaggio mediatico che possa essere veicolato non può influenzare un individuo se non in relazione al contesto socio-psicologico in cui vive. In questa prospettiva l’effetto dei media sul pubblico è da interpretare come conseguenza delle gratificazioni ai bisogni sperimentate dal ricevente, ed i media sono efficaci solo se chi ne fruisce crede nella loro efficacia
–l’ascolto di un discorso radiofonico di Hitler non farà necessariamente dell’ascoltatore un seguace del partito nazionalsocialista - . L’effetto dei media viene quindi adattato dal pubblico; una prospettiva vicina a quella di Michel De Certeau, che sottolinea come;

I più (…) sono presi dalle reti dei media, della televisione – che catturano nove francesi su dieci – della stampa – otto su dieci – del libro – sette su dieci, di cui due leggono molto, e secondo un’inchiesta dell’autunno del 1978 cinque leggono ancora di più – (…) così alle folle non resterebbe che brucare la razione di simulacri che il sistema distribuisce a ciascuno. Ma questa è precisamente l’idea che noi contestiamo; una simile rappresentazione dei consumatori è inaccettabile.

E inoltre riguardo alla presunta debolezza dell’individuo di fronte al messaggio mediatico;

In generale, quest’immagine del “pubblico” non si ostenta. Ma abita nondimeno la pretesa dei “produttori” di informare una popolazione, ovvero di “dare forma” alle pratiche sociali (…) l’élite preoccupata dal “basso livello” dei giornali e della televisione postula sempre che il pubblico sia plasmato dai prodotti che gli vengono imposti. Ma ciò significa fraintendere l’atto del “consumare”. Si presume che “assimilare” significhi necessariamente “divenire simile a” ciò che si assorbe e non renderlo simili a ciò che si è , farlo proprio, appropriarsene o riappropriarsene. Fra i due significati possibili si pone una scelta (…)

In questo senso quindi gli effetti dei media sui riceventi del messaggio, sul pubblico, sono mediati dall’utilità che l’individuo ripone nella fruizione; in questa fase il pubblico, pur continuando ad essere sprovvisto di un ruolo autonomo e simmetrico rispetto a quello dell’emittente, diviene un soggetto comunicativo a pieno titolo, ed emittente e ricevente diventano entrambi partner attivi (Gasperini e Ottaviano, 2005). Ma le critiche alla teoria degli usi e delle gratificazioni non mancano, e giungono quando la teoria è ancora in corso d’opera; alcuni sostengono pecchi un po’ troppo di ottimismo. Inoltre presuppone una massa di individui perfettamente razionali nel perseguire gli scopi che desidera soddisfare tramite il consumo mediale; in effetti non sempre questo tipo di consumo è intenzionale o ha dietro le spalle uno scopo; si compra il giornale anche solo per abitudine, senza magari neanche sfogliarlo tutto, volando con una rapida occhiata dalla prima pagina allo sport, oppure si accende la televisione e poi si resta in un’altra stanza senza seguire il programma. In questo caso è facile evidenziare come il principale limite metodologico nel basarsi sulle risposte delle persone presupponendo che esse siano perfettamente consapevoli dei propri bisogni – oltre che completamente sincere -, sia quello di annullare totalmente la possibilità di fare emergere i bisogni inconsci e latenti. Dopo tesi – fase degli effetti forti – e antitesi – fase degli effetti limitati – ecco puntuale la sintesi; negli anni settanta si avverte l’esigenza di rivedere radicalmente le teorie che vedono un pubblico attivo, e molti autori tendono a profetizzare un ritorno del potere mediatico forte, ma in una veste completamente diversa da quella semplicistica e legata alla concezione stimolo-risposta della Magic Bullet Theory. I media e in particolar modo la televisione, che negli anni settanta e ottanta vive la sua age d’or, sono portatori di un mutamento non immediato e basato su un riflesso pavloviano del pubblico nei confronti dei messaggi ricevuti, ma sono più uno strumento in grado di agire sul lungo termine e sul versante cognitivo del pubblico. Non dunque marionette, i cui fili sono in grado di innescare un movimento immediato, ma schiere di inconsapevoli fedeli del tubo catodico – o in misura minore della carta stampata o della radio, o di tutti e tre e i media contemporaneamente – lentamente indottrinati da sermoni elettrici, in grado di coltivare “certi” modelli e “certi” valori e infine un “certo” modo di vedere il mondo(Gasperini e Ottaviano, 2005).
In conclusione, il pubblico è oggi concepito come un insieme di soggetti differenziati tra di loro in base a molteplici caratteristiche sociodemografiche, soggetti attivi - e per inciso pubblici attivi? - , che a causa e grazie a tali caratteristiche partecipano alla costruzione del senso dei messaggi che fruiscono, attraverso le infinite variatio che i differenti contesti sociali, culturali ed economici impongono alla ricezione del messaggio.
Approfondiremo ora le pratiche sociali e i bisogni individuali del pubblico; per farlo è necessario riallacciarci ad almeno due prospettive teoriche e metodologiche (Boni, 2004) la sopramenzionata teoria degli usi e gratificazioni e la tradizione dei cultural studies. Come accennato in precedenza, tra i presupposti della prima delle due teorie, vi è l’idea di fondo, ereditata dal funzionalismo, che gli individui utilizzino i media per scopi precisi e per soddisfare determinati bisogni.

La lista dei bisogni che i media gratificherebbero è piuttosto articolata; sono quelli cognitivi (acquisizione di conoscenza, aggiornamento delle informazioni e così via), quelli affettivi estetici, quelli integrativi, sia al livello della personalità (aumento dello stutus, rassicurazione ecc.) sia al livello sociale (rafforzamento delle relazioni amicali, familiari e sociali in senso lato) e infine i bisogni legati all’evasione (l’intrattenimento visto anche come allentamento – seppure momentaneo – delle tensioni)

Come detto in precedenza però, uno dei limiti della teoria degli usi e gratificazioni è il suo essere lacunosa dal punto di vista dei processi sociali e culturali attivati dal consumo mediale.
La tradizione dei cultural studies colma questa lacuna; si tratta di una prospettiva teorica che al suo interno include numerosi autori e scuole diverse, tutte accomunate dal considerare il consumo mediale una pratica culturale attraverso la quale vengono prodotti, riprodotti ed espressi i significati ed i valori della società (Boni, 2004). Il modello di riferimento in questo caso è quello di encoding-decoding di Stuart Hall, già approfondito esaustivamente in altre sedi . In questo caso il consumo viene considerato la fase ultima del processo comunicativo, che comincia con la codifica, la produzione dei testi culturali, e prosegue con la decodifica ovvero la fruizione da parte del pubblico, che interpreta tali testi, che a loro volta contribuiscono attivamente alla riproduzione dei discorsi veicolati, in un eterno serpente che si mangia la coda. Per quale motivo? Il motivo è semplice; il momento della codifica è incentrato sulla produzione di discorsi di matrice egemonica, che riproducono il punto di vista di una élite della società dominante. La decodifica è però a sua volta un procedimento più articolato e complesso (Hall, 1980) e che permette al pubblico di mettere in atto le tecniche di guerriglia testuale suggerite da De Certeau e che successivamente approfondiremo meglio.
Il momento della decodifica si riparte in decodifica dominante, decodifica negoziale e decodifica oppositiva. Nomen omen possiamo risalire alle loro caratteristiche; la prima riporta esattamente il significato inteso in fase di codifica, tramite una cultura di dominio consensuale dei media, la seconda quando si accetta il quadro generale di riferimento dei media ma lo si modifica in alcuni particolari e infine la terza quando si comprende correttamente il testo mediale ma si attua un’interpretazione che risponde a codici opposti. Si tratta di tecniche – chiaramente riferendoci alla decodifica negoziale e oppositiva – che dimostrano come il consumo dei media sia in realtà un consumo produttivo dove vengono prodotti e riprodotti testi differenti da quelli messi in circolazione in origine dall’emittente (Boni, 2004). Ma in che modo il consumo dei media – sia stampa che radio, televisione o altro - da parte del pubblico contribuisce alla costruzione del senso e dell’identità? In questo caso faremo riferimento alla prospettiva etnometodologica; gli individui all’interno della realtà che li circonda – e nei contesti situati in cui si trovano ad interagire – fanno spesso uso di pratiche di glossa. Si tratta di una frenetica attività di descrizione e commenti con cui integriamo ogni atto compiuto, sia da soli, pensando, sia con altri individui, commentando, lamentandoci, scherzando e via dicendo. Le pratiche di glossa hanno la funzione di rendere più facilmente intelligibile l’azione, magari mettendola in relazione con qualche regola o norma di comportamento (Boni, 2004). In questo senso, l’agire sociale è un’azione perennemente raccontata, spiegata, giustificata, chiosata ; qualcosa di simile a una meta-azione, parlare dell’azione mentre la si compie. Questi metodi però non sono un’invenzione del soggetto che li applica, ma un insieme di metodi condivisi socialmente con cui si costruisce il senso della realtà sociale. Federico Boni offre nel III capitolo di “Etnografia dei media” una interessante panoramica di questi metodi, riferendosi principalmente al consumo del media televisione; si tratta però di pratiche il cui uso può essere agevolmente traslato nel consumo di altri media, come la carta stampata. Tre le procedure di costruzione del senso in questo caso; “l’eco” al discorso mediale, il riferimento a esperienze mediali precedenti, il riferimento a esperienze o vissuti personali.
Nel primo caso, per “eco” del discorso mediale, si intendono i commenti che accompagnano i contenuti e le immagini: “l’eco” si adatta benissimo anche al discorso mediale della carta stampata, l’oggetto della nostra ricerca, Cronaca Vera, dalle sue pagine sembra dire: guardate che schifo di mondo! Stavamo meglio quando stavamo peggio! Che svergognate le ragazze che si spogliano! Per poi agire esattamente alla maniera opposta, ovvero pubblicando immagini cruente, casi di vita da libro cuore, ragazze seminude in copertina. Per una interessante digressione a riguardo si rimanda all’intervista a Tommaso Labranca contenuta nell’ultimo capitolo.
Il riferimento a esperienze mediali precedenti relaziona quanto il pubblico fruisce, con le competenze precedenti all’esperienza di quel momento; il tono della notizia su Cronaca Vera e il tono della notizia di un quotidiano sono quanto di più lontano si possa immaginare – fatta eccezione per “Libero” e “La Padania” ma si tratta di quotidiani dichiaratamente o meno, di partito. – e il lettore non può non notarlo; forse direttamente lo cerca.
In questo caso, quando il lettore mette in relazione due parti del suo universo di spettatore, si parla di glossa mediale.
Il riferimento a esperienze e vissuti personali lega invece la lettura al sistema valoriale; in questo caso si fa riferimento a glosse esperienziali che al significato proposto dal testo sovrappongono il “sapere” maturato attraverso esperienze pregresse . Un tema che affronteremo diffusamente nelle interviste ai lettori. Il classico esempio può essere il lettore che di fronte a un omicidio compiuto per legittima difesa pensa fra sé e sé; “Ha fatto bene!”.
Non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte alla stessa notizia; sovrapporre il sapere maturato precedentemente permette ai lettori – e ai fruitori di un qualunque prodotto mediale - di reagire in modalità diametralmente opposte. In questo contesto è possibile introdurre la pluralità del vero, e la pluralità del pubblico; come detto in precedenza non esiste un solo pubblico, ma pubblici, segmentati al loro interno per genere, età, istruzione, condizione socioeconomica.
Non solo; la vera distinzione, è fondata sulla divisione tra estetica popolare e estetica dominante; in quel luogo c’è la frattura. Pierre Bourdieu affronta il tema della “sociologia del gusto”, sfidando l’idea che le preferenze per certe attività culturali siano innate e che i significati degli oggetti culturali siano fissi e precostituiti; Bourdieu contesta apertamente l’idea secondo la quale alcune persone abbiano naturalmente “buon gusto”, mentre le attività di altre persone siano naturalmente “volgari” sostenendo che tutte le preferenze, le interpretazioni e i giudizi di valore siano in realtà socialmente costruiti (Moores 1993). L’estetica dominante comporta un gelido distacco e un interesse formale per gli oggetti culturali, mentre l’estetica popolare cerca gratificazioni più sensibili e immediate preferendo forme di rappresentazione visiva che “riproducano la realtà”. Come esempio, immaginiamo di confrontare “Domus”, raffinato mensile di architettura e design – estetica dominante - , e “Cronaca Vera”, l’oggetto della nostra indagine – estetica popolare -. Immaginiamo le due riviste appoggiate su un tavolo; due scelte di sensibilità estetica opposte, divise da una distanza siderale. Da un lato la sofisticata grafica minimalista di “Domus”, dal’altro i titoli urlati e la grafica disturbante giallo-rosso-grigio e foto in bianco e nero di “Cronaca Vera”.
La cultura secondo Bourdieu riguarda soprattutto i processi di identificazione e differenziazione; in quanto le identità sono prodotte tramite pratiche di distinzione. Potremmo sintetizzare dicendo; io sono io soprattutto perché non sono come voi. La teoria di Bourdieu è chiaramente influenzata dallo strutturalismo; ma questa influenza non cristallizza i mutamenti culturali; cambiano i contesti sociali del consumo, cambiano i valori culturali. Ed ecco che ciò che prima era “out”, torna ad essere “in”, un fenomeno visibile soprattutto nella moda, dove spesso si vive in una condizione di eterno ritorno.
I beni culturali quindi non hanno un valore costante nel tempo, il loro valore può aumentare o diminuire; come sostiene Featherstone

“la commercializzazione di massa della Ouverture del Guglielmo Tell o l’offerta di uno champagne relativamente poco costoso nei supermarket o in negozi come Marks e Spencer comporterà necessariamente che i gruppi superiori passeranno ad ascoltare pezzi musicali più di avanguardia o compreranno un nuovo drink più raro o uno champagne più pregiato”
spostando l’asticella del gusto sempre un po’ più in alto i dominanti si affrettano a ristabilire le gerarchie; e così se l’Ouverture del Guglielmo Tell diventa cultura popolare, la classe dominante si tuffa su John Cage e Xenakis . Lo stesso, con modalità differenti avviene con il consumo mediale, e con i consumi culturali in genere. Pochissimi artefatti hanno un significato univoco, ovvero sono accettati sia nella sensibilità dell’estetica dominante che in quella popolare. Questo sistema di dominio serve principalmente a sostenere e riprodurre le relazioni di dominio e di subordinazione tra le diverse classi. Bourdieu inserisce in questo campo il concetto di “economia culturale”; le classi privilegiate non solo hanno maggiori possibilità finanziarie, ma cercano soprattutto di assicurarsi che anche i loro consumi culturali abbiano un valore maggiore, ed in questo modo svalutano i gusti altrui – che volgarità! che cattivo gusto! mi fa vomitare! – e rivalutano i propri. Come sempre la realtà è più complessa; economia finanziaria ed economia culturale operano in realtà con un grado di autonomia più o meno elevato e le classi sociali possono contare al loro interno frazioni che sono impegnate in una lotta competitiva (Moores 1993). Le lotte sono anche interne, per esempio tra gli intellettuali le fratture possono ritrovarsi tra conservatori e d’avanguardia; e questo dimostra come nessuno sia mai libero dal gioco della cultura, del potere della distinzione, tantomeno gli intellettuali che credono di osservare la realtà con solenne distacco e calma olimpica (Featherstone, 1991 ).













2 – Il pubblico dei periodici popolari: cornice storica della ricerca.

Tratteggiare una storia, seppur breve, del giornalismo italiano dal dopoguerra ad oggi non è un compito facile. Ci troviamo di fronte a un tema che potrebbe richiedere centinaia di pagine, ma che sarà necessario sintetizzare, pur con estrema cura, in uno spazio decisamente minore; come riferimento principale per questo capitolo c’è “Storia del giornalismo italiano” di Paolo Murialdi, opere avvincente ed estremamente esaustiva, mentre i capitoli successivi sono frutto delle conversazioni con Stefano Gramegna, attualmente viceredattore capo dell’ANSA, e la cui storia si è intrecciata varie volte con “Cronaca Vera”. Prenderemo come punto di partenza gli anni finali della guerra, e una data in particolare, il 6 agosto 1943.
Andiamo con ordine; il ritorno alla libertà di stampa nell’ormai – quasi - ex Italia fascista è condizionato dall’andamento della guerra di liberazione, dalle clausole imposte dall’armistizio, e non secondariamente dalle gravi distruzioni belliche, particolarmente gravi nel sud e a Roma. Nei primi tempi, la stampa gode di un regime di libertà vigilata; l’esercito americano, tramite il P.W.B., acronimo di Psychological Warfare Branch, controlla radio e stampa; rilascia autorizzazioni a trasmettere o pubblicare notizie e soprattutto controlla il flusso dell’informazione tramite le agenzie di stampa alleate; Reuters, Associated Press, United Press e International News Service. Con il P.W.B. l’esercito alleato promuoveva una vera e propria guerra psicologica, tramite la produzione di materiale di propaganda allo scopo di minare il morale del nemico, oltre che un controllo effettivo e censorio; sulle notizie belliche vigeva infatti il controllo dei comandi militari.
I primi giornali compilati da giornalisti italiani escono in Sicilia e in Calabria, nei mesi immediatamente successivi alla ritirata delle truppe tedesche; si tratta di giornali composti di pochi fogli, ma che vanno a ruba; dopo il ventennio la fame di informazione è tanta. Con il passare dei mesi molti di questi giornali spariscono però dalla circolazione.
Il primo di essi ci permette di inserire una data, un momento preciso; il 6 agosto 1943 compare a Palermo “Sicilia liberata”, destinato a sparire di lì a pochi mesi. I quotidiani di maggiore importanza e diffusione del Regno del Sud saranno in quel periodo a Bari e Napoli, nel capoluogo pugliese “La Gazzetta del Mezzogiorno” mentre all’ombra del Vesuvio vedrà la luce “Il Risorgimento”. I temi che affrontano i giornali del periodo sono per forza di cose limitati; di politica si parla in maniera molto differente da oggi, vuoi per le limitazioni imposte dal P.W.B., un po’ perché i veri temi sono altri; il vero dibattito è fra monarchia e repubblica, e divide i vecchi gruppi affezionati al potere dei Savoia e i favorevoli al rinnovamento. “La Gazzetta del Mezzogiorno”, sorta con il placet di Benedetto Croce, è palesemente influenzata dai circoli monarchici, mentre “Il Risorgimento” si attesta su posizioni più progressiste, antifasciste e repubblicane. Lo stretto controllo esercitato dall’esercito alleato sull’informazione in Italia si allenta lentamente; agli inizi 1944 alcuni poteri precedentemente conferiti al PWB vengono passati al governo di Brindisi. La vera svolta avviene però con la nascita del governo Badoglio di unità antifascista; ricompaiono, o fuoriescono dalla clandestinità, testate come “L’Unità” e “L’Avanti” cui presto se ne aggiungono molte altre. L’atteggiamento degli alleati cambia; visto il sopravanzare dell’informazione “di partito” – spesso orientata a centro sinistra, con comunisti, socialisti e azionisti – offrono il via libera alla fondazione di testate di orientamento opposto. Oltre al contrasto tra monarchici e repubblicani, vi è un ulteriore tema che appassiona e divide l’Italia del tempo; l’epurazione. In particolare a Roma il tema è molto sentito dai ceti medi; il foglio che sfrutta con maggiore successo i timori di quello strato sociale è “L’uomo qualunque”. Una testata ideata da un commediografo, Guglielmo Giannini, che fa della presa di posizione reazionaria e dell’aggressione verso ogni partito le sue colonne portanti; è un successo strepitoso, con punte di 800.000 copie vendute.
Terminato il governo di Badoglio, gli succede Bonomi; le forze moderate frenano la revisione delle norme fasciste sulla stampa. Si discute sull’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, istituito dal fascismo; gli angloamericani ne suggeriscono la soppressione, considerandolo uno strumento da regime autoritario, mentre la F.N.S.I., da poco ricostituitasi, preme per il suo mantenimento, pur con sostanziali modifiche.
In quel periodo nasce anche l’A.N.S.A.; un problema non trascurabile per l’editoria e l’informazione del tempo era l’approvvigionamento di notizie, e con la fondazione in forma di cooperativa di quella che tutt’oggi è la prima agenzia stampa italiana, il problema viene risolto.
Il risalire dell’esercito alleato lungo la penisola permette la rinascita della stampa anche oltre il sud e Roma; a Firenze si da vita a “La Nazione del Popolo”, a Milano la notte del 26 aprile Mario Borsa e Gaetano Afeltra preparano il primo numero del “Nuovo Corriere”. Lo stesso accade a Torino, Genova e Venezia, dove tutti i partiti organizzati rimettono in circolazione i propri fogli, con il beneplacito del C.L.N.; in questo momento l’influenza dell’esercito alleato è ancora forte. Gli angloamericani premono perché compaiano anche - soprattutto – quotidiani indipendenti, non necessariamente organi di partito. Dopo vent’anni di dittatura, il ritorno alla libertà deve concretizzarsi sia nel campo politico che in quello dell’informazione, e per questo motivo gli alleati impongono che direttori e redattori vengano scelti tra personalità che non abbiano avuto connivenze con il nazifascismo: la presa di posizione alleata si concretizza, a Milano, con la nascita del “Corriere d’Informazione”, testata composta con gli stessi caratteri del “Corriere della Sera”, ma gestita da un commissario del C.L.N.. Il “Corriere d’Informazione” ha un buon successo e porta via lettori soprattutto al “Giornale lombardo” al tempo l’organo ufficiale del P.W.B..
Dalla seconda metà del 1945 in poi le testate in uscita aumentano, a Roma si contano ben 23 quotidiani, anche se ancora in formato molto ridotto rispetto a come vediamo un quotidiano oggi; al massimo di due pagine, a causa della carta contingentata e diffusi, nel migliore dei casi, a livello regionale, sia per le arterie di comunicazione impraticabili, sia per motivi finanziari. Al governo ora c’è Ferruccio Parri, ex partigiano azionista, ma il “vento del nord” non riesce a far sentire tutta la sua forza; Parri è schiacciato tra le effettive enormi difficoltà dell’Italia dell’immediatissimo dopoguerra, la fortissima dipendenza dell’Italia dagli aiuti americani, le pressioni delle forze moderate e reazionarie, l’anticomunismo viscerale della Chiesa e la poca convinzione con cui lo sostiene il P.C.I.. In quel periodo il P.W.B. allenta le redini su altri quotidiani, in quanto “Il Resto del Carlino”, “Il Secolo XIX”, “La Nazione”, “Il Messaggero” e “Il Giornale d’Italia”, sono tutti ancora in quarantena; nonostante il P.W.B. offra in regalo ai giornalisti il quotidiano dove lavoravano, l’iniziativa non riscuote il successo sperato. In Lombardia per esempio “Il Giornale lombardo” viene prima ceduto al Gruppo Franchi, l’organizzazione partigiana guidata da Edgardo Sogno, personaggio controverso che in futuro mischierà la sua storia a trame eversive e golpiste .
In quel periodo di nuove libertà, le maggiori novità sono i quotidiani del pomeriggio, oggi del tutto scomparsi, ma al tempo una novità assoluta; ispirati sia dai giornali parigini, sia dalla narrativa, dal cinema e dai rotocalchi, ottengono un grande successo. Un piccolo antesignano di “Cronaca Vera” di quel periodo è il “Giornale lombardo” che imposta la linea editoriale su una titolazione che sfrutta in maniera sensazionalistica le notizie di cronaca nera, e le immagini, per il tempo estremamente audaci, di dive d’oltreoceano come Rita Hayworth.
Il 1946 è ancora un buon anno per la stampa; Milano riprende il ruolo preminente di capitale del rotocalco, soppiantando Roma, e nascono periodici destinati a scrivere pagine di storia del giornalismo italiano, come “L’Europeo”, e altri periodici popolari, come “Oggi” tutt’ora estremamente diffusi. Le tirature sono ancora piuttosto basse, intorno alle 40000 copie, ma in rapida crescita.
Un nodo ancora non sciolto è quello dell’epurazione nei giornali; eliminare chiunque si fosse compromesso con il fascismo è impossibile e probabilmente controproducente, ma nonostante questo, alcuni direttori di testate vengono processati e condannati, per esempio Ermanno Amicucci del “Corriere della Sera”, Bruno Spampanato de “Il Messaggero” e Concetto Pettinato de “La Stampa; le pene non sono lievi, si va dai trenta ai nove anni di carcere. Puntuale l’amnistia togliattiana del 1946 chiude, momentaneamente, i conti con il passato.
Con il passaggio dei poteri del 1946 il P.W.B. toglieva la sua tutela anche dalla radio, oltre che dalla stampa; il momento è delicatissimo, in quanto si avvicina il referendum tra repubblica e monarchia. L’Italia è già divisa; la politica, fatta eccezione per il mondo cattolico che afferma una discreta egemonia nel settore radiofonico, ha come medium privilegiato la stampa. Si affermano i quotidiani d’informazione rispetto ai quotidiani di partito, soprattutto per un menu di notizie più ricco, frutto del contributo delle agenzie internazionali come France Presse e Reuters che all’epoca impiantano i primi uffici in Italia. Rinasce, sempre nei quotidiani d’informazione, la tradizione, molto italiana, della “terza pagina”; oggi la “terza pagina” è almeno a pagina venticinque, ma al tempo era davvero il terzo foglio. All’interno vi scrivono firme prestigiose che propongono articoli culturali, polemici, o elzeviri.
Nel 1946, anno del referendum, i quotidiani in Italia raggiungono un numero notevole; 146 testate, alcune pubblicate solo nei mesi immediatamente precedenti alla consultazione elettorale che sancì la fine della monarchia. I maggiori quotidiani d’informazione godono inoltre di una buona autonomia rispetto ai proprietari, il che si traduce in una “scelta di campo” a favore della repubblica, operata anche da quotidiani legati alla media borghesia, come il “Nuovo Corriere della Sera” diretto da Mario Borsa. La repubblica vince il referendum e alla costituente la DC si afferma come primo partito; c’è aria di rigurgiti neofascisti, e la pressione della Chiesa e delle forze capitalistiche limita, in nome di una morale perbenista e reazionaria l’effettiva libertà di stampa. Il lavoro dell’assemblea costituente porta alla redazione dell’articolo 21, approvato il 15 aprile 1947, che recita testualmente;

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo d'ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Soprattutto le norme sul sequestro vengono duramente contestate dai giornalisti e dagli editori, che le vedono come una stortura da correggere il prima possibile. Un primo passo in avanti avviene con la legge stralcio dell’8 febbraio 1948, ma rimangono ancora molti punti irrisolti; lo resteranno per decenni, come la norma sulla trasparenza dei finanziamenti, che arriverà solo nel 1981. In sintesi, tutti i dibattiti sull’articolo 21 della costituzione dimostrarono come la classe politica – e ampie parti dei giornalisti - non avesse compreso appieno le vere necessità di un giornalismo “libero” in uno stato moderno.
Il 18 aprile 1948 si tengono le prime elezioni libere in Italia dopo il ventennio fascista; la propaganda, soprattutto a mezzo stampa, con la radio in secondo piano e senza televisione, assume toni apocalittici, da scontro di civiltà. La maggiorparte dei quotidiani d’informazione si schiera con la Democrazia Cristiana, fiancheggiata anche dalla destra, mentre i partiti della sinistra oltre che sui giornali di partito fanno affidamento anche su testate nuove, alcune destinate a durare il lasso di tempo della contesa elettorale, altre destinate a durare più a lungo, come “Il Paese”.
Le elezioni vedono il successo della Democrazia Cristiana; la Chiesa e la Confindustria estendono il loro potere e una longa manus sull’informazione in Italia, improntandola ad un moderatismo e ad un conformismo pressoché totali.
Avvicinandoci agli anni cinquanta la stampa vive un periodo di fermento irripetibile; gli anni del centrismo vedono una netta polarizzazione dei giornali in due schieramenti, divisione consolidata da eventi come il blocco di Berlino, la vittoria di Mao e la guerra di Corea, sul fronte internazionale, oltre che da crescenti fratture interne, politiche e sociali – sul fronte nazionale -. Proprio in questo periodo vedono la luce i primi settimanali di cronaca e attualità, anche se è ancora presto per Cronaca Vera, che vedrà la luce solo nel 1969, in un momento storico ben diverso. Agli inizi degli anni cinquanta i quotidiani sono ancora fermi, graficamente, agli anni trenta; molti quotidiani arrivano al massimo alle sei pagine, la formula è ancora quella collaudata dell’omnibus , del giornale per (quasi) tutti. Anestetizzata ogni differenza di orientamento politico sui quotidiani d’informazione a fare la differenza sono le “firme”, gli inviati e i corrispondenti esteri, capaci di offrire un grande valore aggiunto alla testata. Il “Nuovo Corriere della Sera” presenta corrispondenze dagli Stati Uniti di Ugo Stille, articoli di Indro Montanelli e racconti di Alberto Moravia. Il rivale di sempre, “La Stampa”, non è da meno; da ricordare le corrispondenze romane di Vittorio Gorresio.
La grande novità del momento sono i quotidiani del pomeriggio e della sera; portano un linguaggio nuovo, ispirato ai giornali popolari inglesi, come il “Daily Mirror”. Sono i primordi di un fenomeno che porterà anni dopo alla nascita di Cronaca Vera; titolazione sensazionalistica e urlata, cronaca nera in abbondanza, informazioni curiose – alieni e ufo in primis -, grandi foto di dive, ancora “vestite”, a causa della rigida censura. Periodici come “Oggi” iniziano a sfruttare quelli che si dimostreranno i temi migliori per conquistare lettori “semplici”; soddisfando il desiderio di “favole moderne” dei ceti più popolari si pubblicano storie di famiglie regnanti o spodestate, di miracoli veri o presunti e di celebrità di vario genere.
Il momento per l’editoria permetterebbe di osare; ma è l’immobilismo a distinguere gli editori italiani in quel periodo, che adoperano grande cautela politica, e soprattutto imprenditoriale: il resto dell’Europa propone situazioni profondamente diverse, soprattutto in Francia e Inghilterra. Se i quotidiani si assestano su posizioni conformiste, i periodici vivono una stagione di grande sviluppo; nascono “La Settimana Incom”, “Epoca”, “L’Europeo”.
Il 5 marzo 1953 muore Stalin; pur mantenendo fra di loro una netta contrapposizione, i due blocchi si avviano ad una fase di lenta distensione. In Italia, nel frattempo, il centro perde le elezioni del 1953, ed è la fine di De Gasperi, fine che giunge in un’Italia che lentamente si avvia alla ricostruzione, con un’espansione industriale e uno sviluppo decisamente squilibrati a favore del Nord, ma in grado di trainare l’intera penisola.
Nella stampa quotidiana d’informazione il conformismo è imperante, nessuno alza la voce contro la legge elettorale “truffa”, e le notizie sull’opposizione di governo vengono relegate in pagine secondarie . In una incandescente atmosfera pre-elettorale, si manifesta il primo dei tanti misteri italiani del dopoguerra, un mistero ancora irrisolto; l’omicidio di Wilma Montesi. Il caso Montesi fu il primo evento mediatico del dopoguerra in grado di catturare l’attenzione collettiva e di fissarsi nella memoria in maniera indelebile; furono coinvolti esponenti della Democrazia Cristiana, delle opposizioni, della magistratura e della polizia di stato, in una caccia al colpevole fortemente alimentata dal sensazionalismo dei giornali, senza che però si arrivasse ad individuare un responsabile. Tra i giornalisti che all’epoca si occuparono con particolare attenzione del caso Montesi, c’era un giovane corrispondente dell’Unità, Antonio Perria. Qualche anno dopo Antonio Perria fu tra i fondatori di Cronaca Vera.
Le condizioni della libertà di stampa in Italia sono ancora lungi dall’essere quelle di una democrazia; con il Codice Rocco ancora in vigore aumentano le incriminazioni per “vilipendio”, in particolare per “vilipendio delle forze armate” c’è addirittura chi finisce in carcere per avere scritto un soggetto cinematografico sulle avventure amorose dei soldati italiani in Grecia .
Dai dissidi tra Arrigo Benedetti e Angelo Rizzoli, oltre che dalla lungimiranza di Adriano Olivetti ed Eugenio Scalfari, nasce “L’Espresso”, destinato ad avere un grande successo con inchieste e scoop di vario genere.
La grande novità a metà anni cinquanta però è un’altra; è il “Giorno” che scardina molti degli schemi precostituiti che guidavano la realizzazione di un quotidiano, presentandosi con un orientamento politico a metà strada tra i democristiani e i socialisti, con un’impaginazione vivace, e con novità per i tempi inimmaginabili in un quotidiano, come inserti in rotocalco di sport, cinema, varietà e spettacoli, oltre che una pagina di giochi e fumetti. Nel giro di pochi anni “Il Giorno” fa lievitare le proprie copie, fino ad affermarsi come maggiore concorrente del “Corriere della Sera” e de “La Stampa” .
Gli anni cinquanta sono anche gli anni della lenta ma inesorabile affermazione di un nuovo medium nelle case degli italiani, la televisione. I giornali si trovano in un momento di svolta; delle ormai lontanissime 146 testate del 1946, si passa nel 1960 a 93, che si riducono nel giro di altri cinque anni a 86. Solo quattro quotidiani in quel periodo superano le 200000 copie e solo altri tredici le 100000; tra i quotidiani di maggior rilievo ha inizio una fase di espansione, aumentano le pagine e si svecchiano grafica e stile, per venire incontro ad un pubblico, nuovo, “modificato” dalla televisione e molto interessato ad un mondo in continuo fermento.
Sono gli anni di Krusciov, di Kennedy e di Giovanni XXIII. In Italia il governo Tambroni interviene pesantemente sui giornali che non sostengono la sua politica repressiva del dissenso ; nel dopo-Tambroni la strada per il centrosinistra è spianata, ma non a livello mediatico. I giornali si dividono in due schieramenti; contro il patto D.C. – P.S.I., come il “Corriere della Sera” e a favore, come “Il Giorno” e “L’Espresso”.
Di lì a poco i grandi giornali d’informazione attraversano una metamorfosi che li rende più progressisti e meno conservatori; accade per mano di direttori come Italo Pietra – al Giorno – e Alfio Russo – al Corsera – che modificano l’indirizzo politico dei due maggiori quotidiani del tempo, insieme a “La Stampa”. La prima metà degli anni sessanta non è un buon momento per la stampa, almeno dal punto di vista finanziario; migliorare i quotidiani, aggiungere pagine, pagare nuovi inviati, rispettare i contratti di giornalisti e poligrafici, ha un costo, che diventa sempre più esorbitante, nonostante la crescita egli investimenti da parte degli inserzionisti pubblicitari. Si verifica in quegli anni un fenomeno particolare, ingigantitosi con il passare degli anni, una questione che non ha mai ricevuto le necessarie attenzioni da parte della politica, il problema delle concentrazioni; i primi imprenditori a riunire nelle proprie mani più di un quotidiano sono Attilio Monti e Nino Rovelli. Monti riesce a riunire sotto la sua proprietà “Il Resto del Carlino”, “Stadio”, “Il Giornale d’Italia” e “Il Telegrafo”, tutti quotidiani molto diffusi in Toscana ed Emilia Romagna, e che sommando le tirature, arrivano a 600000 copie giornaliere. Rovelli, più modestamente, si accontenta di acquistare “L’Unione Sarda” e “La Nuova Sardegna”; ora chiunque acquisti un giornale realizzato in Sardegna, acquisterà un giornale di Rovelli. Seguono interrogazioni parlamentari, ma non vengono introdotte norme antitrust o correttivi di un qualunque tipo, per evitare eccessive concentrazioni di potere mediatico nelle stesse mani, un problema, inutile dirlo, estremamente attuale e ben lontano dall’essere risolto.
Siamo ormai in prossimità del biennio 1968-69; due anni che segneranno la vita di milioni di persone, e che hanno modificato radicalmente, e per molti versi definitivamente, il corso della storia.
In quegli anni l’editoria italiana è in fermento, si polemizza sulla libertà di stampa e sulla necessità di mantenere l’Ordine dei Giornalisti, mentre in cinque dei principali quotidiani avvengono cambi di direttore, portando alla ribalta giornalisti di impronta liberale e moderata; nascono anche in quel periodo molti settimanali che oggi siamo abituati a trovare in edicola, come “Panorama”, ispirato dallo “Spiegel” della Germania Federale.
Nel 1969 infine, nasce un piccolo giornale, destinato ad avere un enorme successo negli anni a venire; era “Cronaca Vera”.


2.1 – Genesi di un fenomeno (sotto?)culturale: contesto e nascita di “Cronaca Vera”.

P. F. attualmente è inserito ai vertici di una importante agenzia stampa a Milano. Abbiamo appuntamento per le dieci davanti al cinema Cavour a Milano. Perché dovevo incontrarlo? Perché, nelle parola di Franco Abruzzo, a Milano lui “saprà dirti molte cose di Cronaca Vera”.
Ci fermiamo a parlare in un bar nei giardini di via Palestro, la statua di Montanelli, ancora orrendamente lucida, ci osserva da lontano.
P. è un uomo di mezza età, ma molto giovanile; mi racconta del lavoro in agenzia. Una frenetica rincorsa, un continuo susseguirsi di notizie da cercare, verificare, smentire, trasmettere; un lavoro che ti fa uscire dall’ufficio alle nove di sera, forse più spesso di quanto dovresti. Inizia raccontandomi del momento storico in cui nacque Cronaca Vera; siamo alla fine degli anni 70, è il 1969: in Italia si legge molto, e la stampa ha ancora un ruolo di primissimo piano nell’informazione, non ancora scalzata dal media televisivo. La televisione e la radio dei tempi inoltre, sono sotto stretto controllo statale, e solo l’informazione della stampa garantisce una gamma più articolata di scelte; la Rai degli anni settanta non è immaginabile per chi è nato negli anni ottanta; per un motivo molto semplice. Al telecomando sarebbero bastati due tasti; Rete Uno, e Rete Due. Niente televisione commerciale, niente televisioni private, niente RaiTre – che arriva nel 1979 -.
Leggono tutti i ceti sociali, sia gli appartenenti all’estetica dominante, che leggono da sempre, sia chi appartiene a quella malintesa “serie B” dell’estetica che può essere l’estetica popolare, e che prima, magari quarant’anni prima, era analfabeta e quindi evitava di porsi il problema.
Cronaca Vera ha alcuni antenati degni di rilievo; “Crimen”, “Cronaca”, “Stop” e “ABC”.
“Crimen” e “Cronaca” sono due settimanali degli anni cinquanta-sessanta, che si occupavano principalmente di cronaca nera; racconti gialli, delitti, drammi vari, un accenno alle questioni di politica e poco altro, il tutto confezionato in maniera a volte piuttosto scadente. La svolta, ed il successo dell’editoria popolare avviene con tre pubblicazioni; “Stop”, “ABC” e “Grand Hotel”. “Stop” è il vero antesignano di Cronaca Vera; sia nella grafica che nei colori, i punti in comune sono molti, ma i temi sono differenti, in quanto “Stop” si occupa principalmente di quello che oggi definiremmo gossip, pettegolezzi, a voler essere raffinati si occupa di “favole moderne”, raccontando le vita da sogno dei regnanti europei e nel frattempo strizza l’occhio ad un erotismo che oggi appare teneramente infantile. “ABC” è diverso; siamo sempre nel campo dell’editoria popolare, ma ad un grado di impegno diverso; la politica e l’attualità hanno un rilievo maggiore, c’è sempre un pizzico di eros all’acqua di rose, ma soprattutto, ad “ABC”, lavora Antonio Perria, personaggio chiave della storia di “Cronaca Vera” di cui riparleremo a breve. Un caso ancora diverso, ma sempre di successo nel campo dell’editoria popolare è “Grand Hotel”; composto di fotoromanzi a cui prendevano parte anche futuri divi della televisione e del cinema, ha un successo clamoroso e nei periodi di maggiore tiratura arriva al milione di copie. Sparirà inghiottito dal primato dell’immagine televisiva.
Manca però in questo quadro dell’editoria italiana sul finire degli anni 70, un periodico che si occupi specificamente di cronaca nera. La lacuna verrà colmata da “Cronaca Vera”; a finanziare l’operazione è Sergio Garassini, vulcanico imprenditore, attivo non solo nel campo dell’editoria – tra i suoi successi imprenditoriali ci fu anche un allevamento di branzini nella laguna veneta -. Garassini aveva già tentato l’avventura editoriale con “Kent” un periodico per soli uomini, una versione di “Playboy” all’italiana che rapidamente incorse nelle maglie della censura; è utile ricordare che a quel tempo non era poi così raro che per questioni di censura il direttore responsabile di un periodico o di un quotidiano finisse in carcere.
A “Cronaca Vera” Garassini riunisce vari giornalisti esperti di “nera” del tempo, come Carlo Gramegna e Nando Pensa, a dirigerli c’è Antonio Perria, giallista e giornalista, che in precedenza aveva lavorato come inviato al “L’Unità”, indagando sui casi più importanti di cronaca nera del tempo, come l’omicidio di Wilma Montesi o l’omicidio di Mauro De Mauro. L’idea di Garassini è quella di realizzare un settimanale innovativo, con una grafica d’impatto, impostato principalmente sulla cronaca nera, di taglio popolare, e con bassissimi costi di realizzazione, quindi niente colore nelle immagini e carta di qualità inferiore alla norma. La scelta del nome non ha nulla di casuale; da un lato raccoglie l’eredità di “Cronaca”, altro periodico del tempo con cui condivide anche alcuni temi, ma non si tratta più di semplice cronaca, si tratta di “Cronaca Vera”, ed il cambio di prospettiva è totale. Le implicazioni e il risultato finale sono completamente diversi. Inserire nel nome stesso del giornale il termine “vera” crea un rapporto di fiducia totale con il lettore, che come vedremo meglio successivamente, “crede” ciecamente a quello che legge nel giornale; se l’ha scritto “Cronaca Vera”, non può essere falso, non si chiamerebbe “Cronaca Vera”. Si tratta di una tendenza che non ha avuto in “Cronaca Vera” l’unico esempio; anche altri prodotti editoriali presentavano o presentano nel nome qualcosa che richiami alla “verità” o alla realtà, a qualcosa che non possa essere messo in dubbio o discusso. Pensiamo a “Visto”, storico rivale di “Cronaca Vera”, che nel titolo richiama la forza dell’immagine, che non può mentire – mentre sappiamo che non è così – in questo caso, se l’hai visto, è vero. Anche trasmissioni televisive di vario genere si richiamano nel nome agli stessi principi; pensiamo a “Verissimo” rotocalco quotidiano di Canale 5, dove si tratta sia di cronaca, anche nera, che di pettegolezzi, e che impone al telespettatore, in una confezione luccicante e patinata, qualcosa che va oltre la verità, qualcosa che addirittura travalica il vero, qualcosa che è “verissimo”. Naturalmente non c’è nulla di più lontano della realtà del telespettatore di “Verissimo” che “Verissimo” stesso, e la verità dei fatti e le storie che vi vengono narrate e rappresentate, ma non ha importanza, perché la forza evocativa del nome ha già compiuto la sua missione; far credere che sia tutto vero.
“Cronaca Vera” sceglie come pubblico di riferimento un pubblico spesso trascurato dagli editori; si cerca di realizzare un periodico più che popolare, dedicato ad un pubblico con una bassissima scolarità, sottoproletari, casalinghe, carcerati, emigrati, uomini delle forze armate, e di offrirgli un periodico che tenga conto dell’ideologia “dell’uomo comune”, se di ideologia si può parlare. Un periodico che nelle parole di P. F. doveva essere “un giornale da sconfitti”, un giornale che non era di destra, pur avendo una certa tensione al populismo, e che non era nemmeno di sinistra, pur cercando di annullare nello spirito ogni distanza tra lettori e redattori, creando un rapporto di fiducia e comunanza che sarebbe stato impossibile creare in qualunque altro giornale.
Lo stile di chi scriveva su “Cronaca Vera” doveva essere improntato su due fattori; l’aggressività nella titolazione e la semplicità della scrittura; se il primo problema veniva risolto – e viene risolto tuttora - con una titolazione sensazionalistica e urlata, il secondo presentava qualche difficoltà in più. Per dirla con un gioco di parole, non è per niente facile scrivere in maniera semplice.
Gli argomenti trattati dovevano essere quelli dimenticati dagli altri media; e quindi si scelgono storie di un’Italia di provincia, rurale, che ai tempi era molto più distante di quanto lo sia ora dalle grandi zone urbane. L’Italia del tempo era un paese profondamente diverso da quello che vediamo oggi, dove la distanza tra le grandi zone urbane e la provincia era sconfinato, un’Italia dove la televisione stava operando la “mutazione antropologica” che avrebbe cambiato il paese negli anni successivi;

Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

Il pubblico cui “Cronaca Vera” era rivolto non era un pubblico particolarmente interessato ad articoli lunghi e approfonditi, era un pubblico che si trovava più a suo agio con articoli brevi e immagini d’impatto, piuttosto che con lunghi editoriali di politica interna. Ed infatti il giornale viene impostato proprio su questi canoni, articoli lunghi intorno alle 70 righe, immagini a tutta pagina, titoli formati da un occhiello superiore che doveva essere un collegamento telepatico con la mentalità del lettore ( “Certa gente dovrebbe stare in gattabuia!” – “Dove sono finiti i valori di una volta?” ), e da un titolo principale enorme, frequentemente ad effetto (“Sessantottenne con il cervello tarlato si costruisce un rudimentale fucile(…) ” tanto per fare un esempio).
Dopo un primissimo periodo difficile, nel quale pare che “Cronaca Vera” non riesca decollare sul mercato dei periodici, le cose cambiano; le vendite iniziano a crescere – vedremo in seguito come - , e lo faranno per tutti gli anni settanta, restando stabili fino alla metà degli anni ottanta, e di lì in poi inizieranno a scendere. Le motivazioni sono molte, dall’avvento della televisione commerciale, alla sofisticazione dei gusti del pubblico; o semplicemente, alla fine di un’epoca.







2.2 – L’Italia della carta stampata tra presente e futuro.
Molta acqua è passata sotto i ponti dal 1969 ad oggi; il lavoro del giornalista, che, a detta di Alain Giraudo, direttore di “Le Monde”, prevedeva come attrezzi del mestiere un foglio di carta, una matita, inchiostro, forbici e colla per inviare un lavoro fatto di ritagli di dispacci incollati al redattore capo affinché li mandasse in macchina e ne facesse un giornale stampato , è mutato radicalmente, perdendo buona parte dell’aura romantica e idealista di un tempo.
In Italia il mondo della stampa ha visto una radicale evoluzione a partire dai primi anni novanta. A provocare quella che fu una vera e propria rivoluzione furono aspetti di varia natura, sia prettamente tecnici, che socioeconomici. Nei primi anni novanta due invenzioni, risalenti a qualche anno prima, cambiano, con la loro diffusione di massa, il modo di concepire la diffusione dell’informazione e la costruzione stessa di un quotidiano. Si tratta del telefono cellulare, che ha rivoluzionato in maniera radicale non solo il giornalismo e il modo di trasmettere le informazioni, ma la socializzazione in genere, e il personal computer, anche se ancora “isolato” e incapace di comunicare in rete via internet, ma solo tramite elitarie BBS.
Fin qui, le rivoluzioni tecnologiche, estremamente influenti, di portata storica, in grado di portare la “mutazione antropologica” denunciata da Pasolini a nuovi stadi; ma nell’Italia di quegli anni avviene anche altro, le inchieste di Tangentopoli, con il crollo di una classe politica e di un sistema che aveva retto per oltre quarant’anni che collassa improvvisamente, in un crescendo wagneriano da caduta degli dèi. L’informazione cambia, e continua a farlo man mano che gli anni passano e l’evoluzione tecnologica si diffonde in strati sempre più ampi della popolazione. Gli stessi giornali, con l’avvento di internet, devono prepararsi ad un nuovo terreno di scontro, la rete, che impone un ripensamento totale degli schemi classici dell’informazione.

Alle 6,30 del pomeriggio del 14 marzo 2000 la Cnbc, un canale televisivo via cavo dedicato agli affari, dava la notizia esclusiva di un'imminente fusione tra Yahoo e E-Bay. Il conduttore Ron Insana passava rapidamente la parola a Steve Frank, un giornalista del Wall Street Journal che aveva raccolto le indiscrezioni. Frank confermava.
In pochi secondi la notizia si materializzava sul sito Internet della Cnbc, una joint venture della Nbc e della Dow Jones and Company, la casa madre del Wall Street Journal, scatenando l'agitazione fra la concorrenza. Bloomberg, Reuters, la stessa Dow Jones, la Associated Press, CbsMarketwatch, The Street.com (controllata in parte dal New York Times) riprendevano le indiscrezioni della Cnbc. Nella confusione, il sito del New York Times decideva di non riprendere la notizia, anche se se la ritrovava in rete grazie alla Reuters.
Poche ore dopo, con la stessa velocità con cui era montata, la notizia spariva. Il Wall Street Journal in edicola il giorno dopo dedicava allo "scoop" soltanto cinque righe in una pagina interna: «Dopo le prime indiscrezioni abbiamo fatto controlli incrociati e, con l'aiuto di Steve, abbiamo deciso che non c'erano novità, rispetto a un trafiletto pubblicato alcuni giorni prima» ha dichiarato al New York Times Paul Steiger, il direttore del Wall Street Journal.
L'episodio è emblematico. La raccolta e distribuzione delle informazioni nell'era di Internet e del "tempo reale" genera spesso confusione sulle priorità, le responsabilità, i ruoli, la gestione, la qualità. E per una volta il prodotto "giornale", cartaceo, con l'inchiostro nero, antiquato al cospetto degli schermi lucidi dei computer, esce vincente, grazie al suo innegabile valore aggiunto: consente maggiore riflessione e accuratezza dell'informazione, è gestito da una struttura collaudata e, in molti casi, non è pervaso dal sensazionalismo che monta la notizia in quella spirale ossessiva - lo "spin" - che passa dall'agenzia alla radio, alla televisione, al giornale.

Con la nascita delle prime testate web il giornalista tradizionale è piuttosto spiazzato; si trova di fronte a un medium che non conosce e che spalanca possibilità di interazione inimmaginabili fino a pochi mesi prima. Non solo; lo spazio, in un sito web, deve sottostare a vincoli molto meno rigidi rispetto a quello di un quotidiano fatto di carta e inchiostro, e la stessa longevità della notizia – che in formato cartaceo è di ventiquattro ore, da un’edizione alla successiva – si annulla, in quanto gli aggiornamenti possono essere trasmessi in tempo reale. Ancora, il processo di convergenza delle tecnologie digitali trova in internet il medium ideale in cui svilupparsi; il sito di un giornale permette non solo di inserirvi articoli, ma soprattutto di inserirvi file audio e file video, creando così un ibrido multimediale che unisce i pregi del giornale tradizionale e i pregi del giornalismo televisivo e radiofonico, senza doversi sobbarcare anche i difetti. In un mercato che ora è globale, e non più regionale e nazionale come in precedenza, anche i meccanismi della concorrenza tra giornali cambiano. I grandi gruppi si trovano naturalmente avvantaggiati nella realizzazione di testate web, per esempio sia il “Corriere della Sera” che “La Repubblica” dispongono di siti estremamente lontani dall’essere una semplice trascrizione delle notizie del giorno. Gli aggiornamenti sono continui, si possono visionare file multimediali, interagire in chat, come accaduto recentemente nella campagna elettorale per le elezioni politiche, con giornalisti ed esponenti di partito, e non solo, l’interattività permessa al pubblico si estende ai forum, ai blog dei giornalisti, in un intreccio apparentemente senza fine.
Come detto in precedenza, la trasformazione che attualmente ha rivoluzionato il modo di intendere il quotidiano, affonda le sue radici lontano. Dal 1992 i lettori iniziano a diminuire, quando negli anni precedenti la stampa aveva visto il massimo picco di lettori, con circa sei milioni di copie giornaliere. Le cause sono varie, tra tutte, una; la sempre più ingombrante presenza della televisione, che assorbe sia lettori, che investimenti pubblicitari, ma che soprattutto riesce a dettare in un certo modo i temi di cui dovranno parlare i giornali. Il generale conformismo dei mezzi di informazione in Italia dipende in larga misura anche da questo fenomeno di agenda setting interno ai media. La nascita di nuovi telegiornali, anche nelle reti commerciali, che finora non facevano informazione, mette di fronte la stampa a nuove difficoltà, ovvero doversi adattare a un lettore nuovo; Paolo Mieli, al tempo direttore del Corriere della Sera, dichiarò a chi criticava i cambiamenti del giornale di via Solferino, che il suo compito era quello di realizzare un giornale competitivo con la televisione.
Un momento, nel bene o nel male, rivoluzionario..
In quel periodo per cercare di riguadagnare lettori prende piede tra i maggiori quotidiani l’abbinamento del quotidiano a un prodotto culturale di altro tipo ; una tendenza che ad oggi non conosce freni.
Agli inizi del ventunesimo secolo il mondo dell’informazione presenta una situazione articolata, in cui si alternano ottimi risultati finanziari e successi di pubblico con violente crisi, che portano alla chiusura di testate storiche, e incognite relative alla sconfinata potenza rivoluzionaria di internet. Alcuni dati; i telegiornali della sera hanno avuto in media 22,5 milioni di telespettatori, ed i telegiornali in onda sulle principali reti nazionali sono sette, mentre le 107 testate quotidiane hanno venduto una media di circa sei milioni di copie giornaliere. Nella classifica delle vendite di quotidiani siamo al terz’ultimo posto in Europa. In questa fase inoltre i periodici settimanali vedono un calo della tiratura, mentre aumenta quella dei mensili. Gli investimenti pubblicitari sono attratti naturalmente in massima misura dalla televisione, che ne raccoglie il 55,3%, seguita dalla stampa, con il 35,6% e dalla radio, in netta crescita rispetto agli anni precedenti, con il 16,1% .
Un ulteriore aspetto preoccupante per la stampa quotidiana, è la disaffezione del pubblico giovane; soltanto il 19% degli uomini e delle donne fra i 16 e i 24 anni dichiara di leggere un quotidiano, e anche nel caso lo legga non vi si sofferma mai più di dieci minuti, in una disparità che è non solo di età, ma anche geografica, tra il nord e il sud Italia.
Per fronteggiare la crisi i quotidiani che se lo possono permettere ricorrono al gigantismo, offrendo sempre più inserti, sempre più promozioni, sempre più pagine, inserendo immagini a colori. Il sensazionalismo impera, e la credibilità della stampa non è comunque ad alti livelli.



Fig 1.1 ; dal “Corriere Lombardo” del 3 marzo 1954; i classici stilemi del giornalismo popolare nei suoi primi anni di vita; sensazionalismo – è facile costruire dischi volanti – celebrità estere – Gary Cooper – giochi enigmistici – quasi antenati del sudoku - e strip a fumetti.

Seconda parte: la ricerca sul campo.
1 - I giornalai; gli ultimi intermediari della notizia.
Nel perpetuum mobile delle strade di un qualunque centro urbano, grande o piccolo che sia, esistono osservatori privilegiati. I giornalai rappresentano perfettamente questo genere di guardiano; osservano, parlano, vendono. Vendono informazione, svago, cultura; vedono passare tutte le generazioni, ogni fascia di età, qualunque classe sociale. Vedono crescere i bambini del quartiere. Per questo motivo è interessante cercare tra di loro quello che intervistando i lettori ancora non abbiamo trovato, ma abbiamo potuto intuire. Queste tre interviste non hanno naturalmente la minima pretesa di offrire un campione rappresentativo, ma solo di tastare il polso, peraltro in una zona limitata di Milano, della diffusione di Cronaca Vera.

La Stazione di Greco Pirelli è uno snodo dal quale ogni giorno transitano migliaia di persone. Lavoratori, diretti verso le sconfinate e postmoderne sedi di Siemens e Deutsche Bank, studenti, diretti verso gli edifici dell’Università di Milano Bicocca. Gli abitanti della zona hanno due scelte per rifornirsi di giornali; l’edicola della Stazione di Greco Pirelli gestita da Duilio e quella lungo viale Sarca angolo viale Rodi-Emanueli, gestita da Hu, un ragazzo cinese sulla trentina. Duilio ha una cinquantina d’anni, bianco di capelli, barba incolta, Entrando nell’edicola, lo trovo seduto, in fianco a lui, sul tavolo, un portacenere stracolmo. L’ambiente non è ben delimitato dalla sala d’attesa circostante, più che di contorni netti, si può parlare di sfumature tra l’esercizio commerciale di Duilio e la stazione.
Duilio vende poche copie di Cronaca Vera;

Mah…me ne mandano due a settimana, ne vendo due.

Pur in una zona di grande passaggio come può essere una stazione ferroviaria, le copie vendute settimanalmente sono solo due. Altre interviste ai giornalai compiute nei mesi precedenti, avevano confermato una diffusione di questo livello, tra le due e le otto copie settimanali, secondo la zona, se fosse di grande passaggio o più isolata. Uniche eccezioni, gli edicolanti della Stazione di Cadorna e della Stazione Centrale, che dichiaravano di venderne rispettivamente una ventina e una cinquantina di copie a settimana; un aumento del volume di vendite prevedibile, trattandosi di snodi non paragonabili per dimensioni e flusso di viaggiatori con la stazione di Greco Pirelli.
Potrebbe essere un effetto della scolarità dei viaggiatori; in una stazione come Greco Pirelli transitano principalmente studenti universitari, docenti o impiegati, generalmente si tratta di soggetti in possesso di un capitale culturale medio alto. Questo non avviene invece alla Stazione di Cadorna e in Stazione Centrale, dove i viaggiatori tendono a non essere facilmente individuabili come a Greco Pirelli, ma infinitamente più eterogenei. Duilio ammette di avere sfogliato qualche volta Cronaca Vera, ma non ne è rimasto particolarmente bene impressionato;


Uh…è un giornale macrabo , pieno di morti assassini ammazzamenti no? C’è un po’ di tutto su quel giornale lì, ci sono le uccisioni e ci sono le ragazze che vogliono fare successo c’è tutto il peggio…del peggio – ride - ! E ammazza questo e ammazza quest’altro – ne prende in mano una copia – to’ guarda, guarda, gente morta, coltellate, schifezze…
Duilio, come tutti i giornalai interpellati, ammette di avere letto Cronaca Vera; il suo è però un giudizio negativo, piuttosto ironico. Dicendo “E ammazza questo, e ammazza quest’altro” e ancora “gente morta, coltellate schifezze” Duilio dimostra di avere un occhio piuttosto critico nei confronti del tipo di informazione à-la-Cronaca Vera. Molto interessante è anche il parallelo tra le “uccisioni” e “le ragazze che vogliono fare successo”, messi sullo stesso piano, in un massimalismo un po’ forzato, che prende di mira, dal punto di vista dell’uomo della strada, il malcostume diffuso. Una presa di distanze che in seguito confermeranno anche gli altri giornalai intervistati. Duilio conosce personalmente i due lettori di Cronaca Vera;
Guarda, i due che lo comprano li conosco. Uno è un parrucchiere, l’altro è un camionista. Il parrucchiere avrà una cinquantina d’anni, il camionista forse qualcuno di più, mi da l’idea che sia gente che non è che abbia potuto ammazzarsi sui libri, nella vita…
Duilio mantiene l’atteggiamento sottilmente critico assunto in precedenza, affermando che il lettore medio sia tendenzialmente un soggetto con una bassa scolarità, di certo “non è che abbia potuto ammazzarsi di studio nella vita”; a suon di litote Duilio prosegue nel suo ragionamento. Inoltre ricorda perfettamente anche cosa essi acquistino oltre a Cronaca Vera.
Il parrucchiere prende anche “Oggi” e “Gente”…che saranno i giornali che tiene in negozio immagino, il camionista invece prende solo Cronaca Vera…tò il parrucchiere prima prendeva il “Corriere”, adesso ha rinnegato e prende “Libero” , dimmi tu se si può….
Raccontandoci delle abitudini di lettura altrui, Duilio parla anche, involontariamente, di sé; mentre racconta del lettore che ha abbandonato il quotidiano di via Solferino per quello diretto da Vittorio Feltri, lascia trapelare il suo orientamento politico, probabilmente molto distante dal centro-destra di “Libero”. Concludendo l’intervista Duilio si lascia andare a un giudizio che deriva dalla sua esperienza di edicolante perennemente a contatto con ogni tipo di quotidiano, di qualunque orientamento politico. La sua fiducia nell’informazione è molto bassa;
Da quindici anni ho l’edicola e che io mi ricordi, ne ho sempre vendute poche copie di Cronaca Vera, si, forse una volta qualcosina di più, ma poche. Un po’ è la gente che in generale legge di meno, e poi sai…uhmpf…i giornali più che stronzate non dicono, e anche la televisione…è uguale…la metà della roba che c’è scritta il giorno dopo c’è qualcuno che salta su e dice “Ma io non l’ho mai detta quella cosa lì!“ per me si inventano tutto molto più spesso di quanto si creda…di vero non so quanto ci sia…
Le continue smentite e conferme di dichiarazioni di ogni tipo cui la classe politica italiana ha abusato negli ultimi anni hanno portato Duilio ad una forte sfiducia nell’informazione, sia della carta stampata che televisiva; dalla sua posizione in un certo modo, privilegiata, – non tutti possono leggere almeno i titoli di tutti i quotidiani ogni giorno – Duilio ha avuto modo di osservare la perenne contradditorietà delle dichiarazioni riportate sulla stampa, e ha tirato le sue conclusioni.
Il secondo edicolante intervistato è Hu. Hu è cinese, ha 27 anni, la sua edicola è un piccolo prefabbricato all’incrocio tra viale Sarca e viale Rodi-Emanueli. All’esterno, attaccate con molto ordine e molti ganci, dispense, collezioni di boccali di birra, orologi, riproduzioni di microvasi di porcellana finta, dvd, videogiochi, il tutto ovviamente in versione edicola. Il prefabbricato è inserito in un’aiuola, sulla quale come funghi spuntano pannelli di varie testate; “Oggi”, “Starbene”, “GQ”. L’incrocio dove è situato l’esercizio commerciale di Hu non è una zona di grandissimo passaggio. Le macchine scorrono, ma non si fermano, i passanti non sono poi frequentissimi, nonostante nei paraggi ci siano fermate di tram e autobus. In compenso il bacino di utenza di Hu è più ampio per quanto riguarda gli abitanti della zona, zona più densamente abitata rispetto a quella di Duilio.
Incontro Hu mentre sta passando il resto in moneta a un pensionato, che ha appena acquistato il “Corriere” e la “Gazzetta dello Sport”.
Anche Hu tiene Cronaca Vera;

Si certo che lo tengo, è lì – sepolto tra “Stop” e “DiPiù Tv” – fai che ne vendo tre quattro copie a settimana, al massimo eh, ci sono delle settimane che ne vendo una e basta. Poi con i resi funziona che ne vendi tre, te ne mandano tre, ne vendi due, te ne mandano due…

Il posizionamento di Cronaca Vera nelle edicole è un altro punto interessante; pur trattando di cronaca, viene inserito dove si accumulano settimanali di pettegolezzi nazionalpopolari e le varie novelle, le varie eve, i vari dipiù. In realtà Cronaca Vera non ha nulla a che fare con i settimanali scandalistici, anzi i due generi di periodico rimandano a due categorie antitetiche di immaginario. Da un lato la “nera” come piatto principale, dall’altro un groviglio di “rosa” inestricabile. Da un lato casi umani dispersi in piccoli comuni della penisola, dall’altro l’imbarazzante emulazione fallita del jet-set internazionale che programmi come “Verissimo” e giornali come “Eva Tremila” propagano. I pubblici possono in alcuni casi sovrapporsi; ma i loro interessi sono diversi, come sottolinea Labranca;

“Rispetto agli anni d’oro dei Cronaca Vera il popolo neoproletario ha sviluppato due nuovi fenomeni: una curiosità sempre più morbosa verso personaggi sempre meno interessanti e la convinzione di poter essere protagonista di questo grande spettacolo. Il lettore di Cronaca Vera era ben distinto da quello di Novella 2000, non era interessato alle gesta del jet set e non voleva essere protagonista.” .

Anche Hu conferma quanto in precedenza individuato riguardo ai lettori;

Sono tutte persone un po’ anziane, fai 55-60 anni almeno…poi un po’ maschi e un po’ femmine, a metà…credo siano pensionati, però non tutti, e quando vengono prendono solo Cronaca Vera, tranne uno…che prende anche “Il Giorno”.

Il lettore si conferma, agli occhi di Hu, come indistintamente uomo o donna, tendenzialmente anziano e frequentemente poco interessato alla politica. Se proprio deve acquistare un quotidiano, in questo caso, acquista “Il Giorno”. Nulla di male; solo “Il Giorno” non tratta certamente la politica interna o estera, con la stessa profondità e ampiezza che possiamo ritrovare nelle pagine del “Corriere della Sera” o di “Repubblica”.
Anche Hu ha letto Cronaca Vera, ma lo ammette con poca convinzione, e alla richiesta di essere più precisa non sa bene cosa rispondere.

Si, si, qualche volta – sembra poco convinto – cosa vuoi…Eh…racconta le cose giuste! Racconta quello che è giusto…

Il terzo edicolante intervistato è Massimo. L’edicola di Massimo è nei pressi di piazza Belloveso, a Niguarda, periferia nord di Milano. Il prefabbricato dell’edicola è nei pressi di una rotatoria dalla quale si accede a piazza Belloveso, a Via Riccardo Bauer o a via Monte Rotondo. La zona è densamente abitata; nelle immediate vicinanze la biblioteca pubblica, il comando dei vigili urbani, l’anagrafe, una scuola elementare. Massimo ha circa quarant’anni, molto ben portati; lo incontro che sta parlando con una cliente, sembra si conoscano bene, ridono e discutono insieme. Dopo le presentazioni iniziamo a parlare; si dimostra immediatamente cordiale e disponibilissimo, nonostante il passaggio continuo di clienti, principalmente anziani della zona. Anche nel caso dell’edicola di Massimo, Cronaca Vera è posizionato nel settore dei giornali scandalistici;

Guarda, è lì – solito posizionamento; stavolta seminascosto tra “Eva Tremila” e “DiPiù” - negli ultimi mesi è arrivato anche un altro giornale tipo Cronaca Vera, “Detective”…

Si conferma, nuovamente, la convinzione che Cronaca Vera vada inserito nel settore dove vengono tenuti i settimanali scandalistici.
Molto più interessante è il seguente dialogo tra Massimo e la sua cliente in cui entra in gioco il fattore della desiderabilità sociale. Alla base dello scambio tra i due, la domanda se Massimo avesse mai letto Cronaca Vera;

Massimo - Io sinceramente no, però mia madre lo prendeva sempre…anche lei lo leggeva!
- indica la cliente, che scoppia ridere -
Cliente - No, no! Lo leggeva mia sorella, io l’avrò guardato qualche volta – ride ma è quasi imbarazzata –
Massimo – sai cosa? Mi è sempre sembrato un giornale con un target molto specifico, un giornale, per della gente di un certo tipo…un target “limitato”…

Prepotentemente, entra in gioco, in uno scambio apparentemente poco significativo, la desiderabilità sociale di un atto, leggere Cronaca Vera, che non va ostentato; non si passeggia con Cronaca Vera sotto braccio, se proprio si deve, si passeggia con “Il manifesto” sotto braccio. Si afferma in questo modo la propria appartenenza politica; che senso potrebbe avere affermare la propria appartenenza apolitica, passeggiando o sfogliando Cronaca Vera in autobus? Si tratta di un distinguo valido per i lettori occasionali, naturalmente, che non fanno più riferimento all’estetica tradizionale, popolare, ma che rinnegano i canoni estetici delle origini per passare a qualcosa di nuovo: da Cronaca Vera, a Eva Tremila per esempio. I lettori occasionali di Cronaca Vera forse non amano far sapere di leggere Cronaca Vera, perché si tratta di una testata che rimanda a un tempo perduto da cui hanno voluto nettamente affrancarsi, il mondo in cui “gli operai erano tutti iscritti al P.C.I.” o, come forse direbbe Carmine, “la gente manteneva la parola data”. Un’estetica non povera di significati, ma poverista.
L’edicola di Massimo riceve dieci copie e ne vende almeno sei o sette, nelle sue parole

Me ne arrivano dieci copie e ne vendo almeno sei o sette…la maggior parte delle copie le vendo a persone anziane, gente con lo sguardo perso nel vuoto…soprattutto uomini, si, più uomini che donne…pensionati direi…cosa vuoi è un giornale uguale a sé stesso da sempre…che alla fine è da tanto che c’è no? Saranno trent’anni che c’è…ed è sempre uguale come impostazione, veste grafica…in tutto…e chi lo compra poi compra solo ed esclusivamente Cronaca Vera, fai che magari qualcuno mi prende “Oggi” o “Gente”…”Stop”…non prendono quotidiani, prendono espressamente Cronaca Vera, gli basta quello si vede! – ride – te l’ho detto…è gente di un certo tipo, quella che legge Cronaca Vera!

Massimo è perfettamente in linea con quanto dichiarato da Duilio e Hu; solo, Massimo affronta più criticamente l’aspetto esteriore di Cronaca Vera, e il tipo di lettore, identificato come – un lettore di un certo tipo – già, ma in che senso “di un certo tipo”? Il lettore sempre nelle parole di Massimo, ha “lo sguardo perso nel vuoto”. Un giudizio molto critico, che rende tangibile il distacco da quel tipo di realtà che Massimo prova nella vita di tutti i giorni

Dalle risposte degli edicolanti emergono alcuni elementi che successivamente verranno analizzati nelle interviste ai lettori, e che in questo caso vengono in parte confermati e in parte contraddetti. Tutti e tre gli edicolanti tendono a individuare i lettori come individui dotati di una bassa scolarità, tendenzialmente anziani, e poco interessati al resto dell’informazione che potrebbe offrire un quotidiano – a parte un paio di eccezioni, i lettori che prendono sia Cronaca Vera che “Libero” o “Il Giorno”. –.
In un caso addirittura un lettore arriva a smettere di acquistare il “Corriere” per passare a “Libero”. Il passaggio, sembra fatto apposta per contraddire ciò che emerge dalle conversazioni con i giornalisti di Cronaca Vera e in particolare con Edoardo Montolli. Ovvero che il lettore medio di Cronaca Vera non ha alcun interesse verso le issues della politica interna, propaga(nda)te dai grandi quotidiani e in varia intensità dal mezzo televisivo. Ed in questo caso è facile immaginare il perché del cambio; l’editoriale in cui Paolo Mieli dichiara le proprie intenzioni di voto. Molto meglio passare a “Libero” allora, nomen omen non potrà che essere un giornale affrancato da tutti e da tutto. Forse è questo il ragionamento che ha fatto il lettore di cui ci ha raccontato Duilio, l’edicolante della Stazione di Greco-Pirelli.


















2 - I lettori di Cronaca Vera.

Abbiamo affrontato, anche se ancora non del tutto in maniera esaustiva la rappresentazione del mondo filtrata attraverso le pagine di Cronaca Vera. Un mondo dove la politica è quasi del tutto assente, e dove l’unica verità è l’immagine, l’immagine cruenta o straziante; il volto del colpevole, gli occhi dell’innocente e via, spesso uniti in un manicheismo che annulla ogni possibilità di redenzione.
Un mondo dove non esistono il “romacentrismo” e il “milanocentrismo” tipici dell’informazione televisiva, e dove un fatto qualunque accaduto a Barbarano Romano merita lo stesso spazio e la stessa dignità – in termini di righe - di un fatto accaduto a Roma.

Un modo interessante per scoprire in che modo i lettori si rapportano al giornale è intervistarli.
Ecco la prima intervista.

2.1 - Carmine; so’ tutti ladri…

Carmine di Stefano è un parrucchiere per uomini di Milano, il suo esercizio si trova alla periferia Nord, zona Niguarda, in piazzale Nizza, crocevia piuttosto frequentato nei pressi dell’Ospedale. Piazzale Nizza è infatti un microcentro molto interessante, perché raccoglie esercizi commerciali presenti solo in quella parte della zona; panettiere, meccanico, gommista, fruttivendolo, videoteca, agenzie immobiliari, pizzeria, bar tabacchi, palestra e pompe funebri si raccolgono lungo i lati della piazza, tagliata a metà dal passaggio della linea 4 della metrotranvia, che scorre lungo i binari da Largo Cairoli all’estremo confine tra Niguarda a Bresso. Oltre alla metrotranvia, nella piazza scorrono anche due arterie stradali piuttosto trafficate, via Valassina e via Gioacchino Murat.
Carmine di Stefano gestisce da due anni il negozio; fa il parrucchiere in proprio dal 1980, oggi ha 52 anni. Originario di Battipaglia, nei dintorni di Salerno, la sua storia ricorda quella di molti emigrati dal sud al nord negli anni ’60. La povertà nel piccolo paese d’origine, una famiglia numerosa e rimasta presto senza padre, la disoccupazione, e la necessità di doversi spostare al nord per cercarsi una vita nuova. Carmine arriva Milano nel 1967, tra mille difficoltà riesce a trovare i primi lavori, sempre come parrucchiere, ma dopo alcuni anni decide di ritornare al paese d’origine. La soluzione non è però definitiva, e ritorna di nuovo a Milano, poi di nuovo a Battipaglia, dove rimane nella prima metà degli anni ottanta. A quel punto nel 1986 si stabilisce definitivamente a Milano.
Il negozio di Carmine è piccolo, ma è pulito e non manca niente; l’arredamento è ridotto all’essenziale, i prodotti per capelli che in molti parrucchieri fanno bella mostra di sé su scaffali mai spolverati, qui sono praticamente assenti. C’è qualche armadietto trasparente semivuoto e le riviste per i clienti in attesa sono un paio; “Men’s Health” e “Cronaca Vera”.
Nel piccolo salone le poltrone sono solo due, e l’intero negozio misura circa trenta metri quadri. Vari esercenti si sono susseguiti in quel negozio, sempre parrucchieri, e sempre l’arredamento è rimasto identico, con una piccola panchina dietro le poltrone per far accomodare i clienti in attesa.
Incontro Carmine una mattina di fine maggio, fa caldo, l’incontro non è stato pianificato in nessun modo, né ho mai avuto modo di parlare con lui. Verso le dieci mi muovo verso il suo negozio.
Cerco immediatamente con lo sguardo dove abbia messo le riviste; vedo in un angolo alcune copie di Cronaca Vera e Men’s Health.
Lo trovo seduto a leggere “Il Giorno”, non ci sono fortunatamente clienti; dopo le presentazioni iniziamo a parlare. Per prima cosa gli domando come mai tenga specificamente Cronaca Vera in negozio;

-“Eh si…tengo anche Men’s Health, che è un bel giornale, è fatto bene, però quelli della Mondadori hanno cominciato a scassare il cazzo per l’abbonamento cinque mesi prima che scadesse e non l’ho rinnovato, hanno cominciato a chiamarmi…io gli ho detto che non rinnovavo niente e basta…però preferisco Cronaca Vera…a me della politica sui giornali non me ne frega niente, so’ solo chiacchiere…so’ solo strunzate…io non c‘ho avuto una vita facile, anzi…e una delle cose più difficili è stare con la gente…con tutti i tipi di persone (…) a fare il mio lavoro devi saper stare con tutti, a fare questo mestiere devi parlare con tutti, saper dire ‘na parola a tutti, una volta c’hai il cliente stronzo, e devi parlare con cliente stronzo, a me piace la gente semplice…non mi piace la politica, per questo prendo questo giornale – picchietta il “Giorno” arrotolato contro una sedia – che ci sta poca politica e parecchia cronaca, che ti spiega come stanno le cose mentre ci sono tutti i giornali che parlano di politica prendi il corriere ci stanno venti pagine di politica, a me chemmifotte della politica, tanto so’ tutti uguali so’ tutti ladri, so’ vecchi, io ne ho viste tante…a me non interessa la parte politica mi interessa la persona…come questo – mi porta sul retro e mi passa il “santino” di un candidato al consiglio di zona - ”

Carmine inizia la conversazione raccontando dei problemi avuti con l’ufficio abbonamenti della Mondadori. Un problema che non avrebbe potuto avere con Cronaca Vera, periodico al quale non è possibile abbonarsi. Carmine è un lettore di Cronaca Vera, e tiene “Men’s Health” in negozio principalmente per i clienti. La distanza tra i due prodotti culturali è siderale; da un lato, l’Italia di una volta, il bianco e nero, le foto sgranate, dall’altro i colori patinati, la “pancia piatta in una settimana” e “falla impazzire a letto in dieci mosse”, con il contorno delle “cinque macchine con cui andarla a prendere al primo appuntamento” e al primo posto una Lamborghini Murcièlago.
Carmine preferisce Cronaca Vera, con il suo bianco e nero e i suoi titoli urlati in giallo grigio e rosso, al narcisismo patinato di Men’s Health; non si interessa di politica, e il suo rifiuto nasce da una vita per sua stessa ammissione dolorosa e piena di fatiche, e dove l’impegno principale è sempre stato assicurare una vita dignitosa a lui e alla sua famiglia – cui è legatissimo – e dove la politica - anche lo Stato, forse - sono sempre stati visti come presenze inutili, o solamente ingombranti e degenerate.
Una tendenza che conferma con il quotidiano che acquista occasionalmente, “Il Giorno” che come detto in precedenza, pur essendo un buon giornale, non ha certo tra le sue pagine l’accuratezza e gli approfondimenti di politica interna del “Corriere della Sera” o di “La Repubblica”. Probabilmente secondo Carmine la classe politica è qualcosa di più clientelare che meritocratico, e lo dimostra cercando di convincermi della bontà del candidato di cui mi offre il santino. In una seconda fase racconta con maggiore precisione la sua vita;

-“Che vuoi sapere? Io sono di Battipaglia, (…) ho avuto un sacco di esperienze, ho fatto un sacco di lavori diversi…ho studiato fino alla quinta elementare…che poi mio padre è morto quando avevo due anni, nostra madre non ci poteva mantenere e quindi ho dovuto lavorare subito…però ho studiato per conto mio mi sono fatto una cultura per conto mio anche se c’ho la quinta elementare, sono arrivato a Milano nel ’67, in quegli anni c’erano le prime cose…le prime sommosse, mi ricordo che in Calabria era successo qualcosa con la polizia c’erano 50000 persone in strada che volevano ammazzare i poliziotti che avevano sparato in aria…c’erano stati tre morti, io ero là…la gente era incazzata, a Milano poi ho fatto qualche lavoro qua e la, poi sono tornato a Battipaglia, che volevo aprire un parrucchiere per uomini, ero andato giù con la licenza, e anche con la licenza non mi facevano fare niente perché era tutto dei furbi, io ci andavo in comune con la licenza, con questo attestato – mi indica una parete dove c’è incorniciato un attestato professionale – ci stava l’impiegato che leggeva il giornale e m’ha detto “ guarda che tu ci porti quel cazzo che vuoi che il locale non te lo facciamo aprire” e lì ho capito, mi sono fatto qualche amico e poi ho aperto, poi qualche anno dopo sono tornato a Milano, poi di nuovo a Battipaglia e ancora a Milano…ho avuto una vita difficile, c’ho un figlio che ha avuto un tumore, poi ho due figli uno che ha 19 anni e l’altro 27, uno studia elettricista, l’altro lavora in fabbrica…”-

La storia di Carmine è una storia comune a quella di molti altri ragazzi del sud arrivati a Milano negli anni sessanta; condizioni di vita difficili nel luogo d’origine, la disoccupazione, il lavoro che c’era solo al nord . C’è di mezzo, spartiacque generazionale, il ’68; ma le difficoltà della vita lo tengono lontano dall’attivismo politico di quegli anni, pur essendo pressochè coetaneo dei fautori della contestazione.
Un fatto importante nella sua biografia e sicuramente il ritorno a Battipaglia, il paese dove era nato e dove voleva aprire un salone per uomini. Pur non dichiarandolo apertamente nell’intervista, è chiaro che Carmine deve scendere a patti con la camorra per aprire il salone – i furbi che hanno in mano tutto – purtroppo non sarà l’unico momento in cui avrà a che fare con l’organizzazione criminale. Carmine ne parla raccontando da quanto tempo sia un lettore di Cronaca Vera;

“Dal 1980, me lo ricordo sai perché? Perché stavo a Battipaglia, e a quei tempi c’era Cutolo, c’era la guerra di camorra, una guerra durissima…e un giorno ero in un ristorante con un mio cugino e l’hanno sparato…l’hanno sparato per sbaglio che lui con la camorra non c’entrava niente, somigliava e basta a un altro, e poi c’era stato l’articolo su “Cronaca Vera” che parlava di mio cugino il mese dopo, ed era vero, era tutto giusto ( … ) poi qualche altro mese dopo c’era stato lo scandalo del sindaco, che si chiamava Domenico Vicinanza, che gli avevano trovato della gente ammazzata in casa, c’aveva una casa colonica e gli avevano trovato questi morti sparati e anche lì era tutto vero, racconta le cose come stanno, è giusto così, è un giornale che ti racconta le cose come stanno…l’ho sempre preso poi da tenere in negozio, lo legge soprattutto la gente anziana che viene a tagliarsi i capelli.”

Entra in gioco una dimensione di lettura che ritroveremo in quasi tutti gli intervistati; leggono Cronaca Vera da anni perché in un tempo ormai lontano vi hanno trovato notizie che riguardavano o loro o qualche compaesano, un caso unico nel panorama editoriale attuale.
Ritorniamo a parlare di politica, ma Carmine esce dal seminato e racconta un po’ di tutto;

“La politica non mi interessa sai perché? Perché sono stanco, stanco, stanco, ho iniziato a lavorare presto, e ho lavorato tanto ho fatto una vita difficile piena di dispiaceri…e poi il mondo che viviamo oggi è un mondo di merda, che mi fa schifo e mi fa schifo soprattutto la gente, la gente che non mantiene la parola data…la gente chiacchierona…ecco vedi quello là con la maglietta nera – fuori dalla vetrina, sta passando un ragazzo sui venticinque anni con i genitori – quello lì è un parassita, uno che mi fa schifo, non fa nu cazz’ tutto il giorno, chiede i soldi ai genitori…non lavora…a me della politica non interessano i colori, i partiti, lui, questo qua – prende in mano il santino che mi aveva dato prima – è una persona semplice che fa politica per i giovani che ha un progetto, questo qua mi telefona due tre volte a settimana, ieri m’ha chiamato, ci tiene (…) mentre quest’altro– mi porta ancora nel retro e mi passa un altro santino – è uno che fa schifo, che non mantiene le promesse, anche lui è venuto a trovarmi in negozio ma co’ cazzo che lo voto…mo’ ti spiego perché il mondo che viviamo è un mondo di merda; io canto canzoni napoletane, e con me c’è questo che è un compaesano che suona le...le…tastiere. Io c’ho poi quest’altro amico che lo conosco da trent’anni , che adesso c’ha un negozio bellissimo a Milano, d’abbigliamento, roba di prima qualità…bellissimo, quello che suona con me aveva bisogno di vestirsi, solo che non c’aveva soldi, andiamo assieme al negozio dell’altro e lo presento…gli dico che ci si può fidare che paga a rate che è ‘na persona onesta…ma questo mica è sparito? – bestemmia – quando lo trovo gli metto le mani addosso, che ‘so buono sempre, che do sempre un’altra possibilità…mò questo ha scassato o’cazz…”

La storia di vita della vita di Carmine è in effetti dolorosa e complessa; il suo stesso volto è segnato, Carmine porta male gli anni che ha, ne dimostra almeno una decina in più. In lui si sente fortissima la nostalgia per un tempo perduto, di cui parleremo in seguito più diffusamente, e che è caratteristica comune a molti lettori. Il tempo in cui “la gente manteneva la parola data” ed in cui “la gente non era chiacchierona”; illusioni? La memoria tende a modificare i ricordi, tende a rendere migliore di quanto in realtà fosse il passato, elimina il peggio e tiene la parte migliore. Gli anni che Carmine rimpiange erano gli anni in cui pur tra mille difficoltà, era giovane, cercava di darsi da fare per mantenere la sua famiglia, e cercava di crearsi un futuro. Un futuro che è oggi, ora, questo momento; e questo momento non piace affatto a Carmine.
Carmine non si interessa di politica sui giornali o in televisione, preferisce un contatto diretto con chi lo deve rappresentare, indipendentemente dal colore politico – a me non interessa da che parte stanno…mi interessa che c’abbiamo un progetto… - ed ha un legame con la politica più che clientelare.
Successivamente Carmine racconta della sua famiglia, cui tiene moltissimo;

“io c’ho questi due figli, che uno ha 19 anni e l’altro 27, mi sono sposato nel ’78, quello più grande è sposato, e lavora, mentre quello più giovane studia da elettricista…elettronica…ma non c’ha voglia di studiare, quello più grande invece lavora in fabbrica, ha avuto tanti periodi difficili, che restava senza lavoro, e io lo vedevo che stava zitto, che non diceva niente, e una volta mi ricordo che era domenica e stavano lui e sua moglie a pranzo a casa nostra, e lui non parlava, non diceva niente…allora ho lasciato fare a mia moglie che lo sapevo che mio figlio c’aveva qualcosa che non andava ma lui è uno fatto così che non parla che parla poco…allora sa che ho fatto? Ho finito di mangiare e sono andato a dormire, poi dopo mi alzo, mia moglie fa il caffè e vedo che mio figlio ha la faccia più tranquilla però mia moglie mi dice – Alfredo sono due mesi che è disoccupato – e allora abbiamo parlato, e gli ho dato una mano, con qualche persona che conoscevo e per qualche mese ha lavorato, che prendeva 900 euro al mese, e poi hanno licenziato anche la moglie e avevamo il mutuo da pagare…guarda tu ricordati che tu sei giovane…che qualunque cosa fai i genitori stanno lì per darti una mano…”

Le risposte di Carmine confermano quanto prima potevamo presumere; che il lettore medio ha una bassa scolarità – in questo caso la quinta elementare -, che non segue la politica, ed è legato ad una “etica del passato” forse molto idealizzata – “la gente che non mantiene la parola” -.
Il ’68 lo sfiora, ma è come se non fosse accaduto nulla, Carmine doveva lavorare e non aveva certo tempo per manifestare o per unirsi alle proteste, pur essendo coetaneo di chi in quegli agiva nelle fila della contestazione. Molto interessante è la totale sfiducia nella politica, il cinismo che deriva dall’esperienza, ma che qui prende una maschera qualunquista; la politica mi ha deluso, mi fanno tutti schifo…però tieni un po’ questo “santino”. L’ideologia che traspare dalle parole di Carmine è quella comune a molti italiani; De Certeau forse inserirebbe molte delle sue parole come “regole auree” dell’uomo comune. C’è una nostalgia costante in quello che dice Carmine verso un passato in parte idealizzato, in parte reso migliore dalla delusione di un presente ormai senza prospettive. Il crollo delle speranze giovanili, se ce n’erano, ha portato a una idealizzazione del passato, un passato in cui “la gente manteneva la parola data”, ma anche in cui si veniva uccisi per sbaglio in una guerra di camorra – non che ora non accada più, anzi -. Un passato dove tutto era difficile, ma c’era una speranza di vedere una luce in fondo al tunnel, una luce che ora si è spenta. Carmine infatti è stanco, e durante l’intervista l’ha ripetuto più volte, è stanco sia della gente, sia del mondo – che nelle sue parole, è “un mondo di merda” – sia del lavoro stesso, che non lo appaga particolarmente. P. F. mi aveva parlato di Cronaca Vera, come di “un giornale per sconfitti”; un giornale per chi ormai ha perso la speranza, e si rifugia nelle brutture del mondo, in un freak-show strapaesano e nel vedere se c’è chi se la passa peggio. Di solito, c’è.
Altro aspetto da non sottovalutare, è la fede assoluta nel giornale; Cronaca Vera assume per Carmine un’infallibilità dogmatica, che le garantisce un lettore fedele da ventisei anni. Gli articoli sull’assassinio del cugino li ricorda come perfetti e aderenti alla realtà delle cose; trame iperrealiste di una realtà che aveva vissuto da pochi centimetri di distanza.














2.2 - Nino; “Una vita battagliata”

Siamo nella periferia di Milano, nei dintorni della stazione della metropolitana di Zara.
I giardini di via Veglia sono una creazione urbanistica degli ultimi dieci anni: prima, nell’enorme piazzale di fronte alla scuola elementare Locatelli, non c’era niente, solo erba, sterpaglie e alberi, che è un po’ come dire che ci fosse tutto, ma non c’erano panchine, campi da bocce, piste ciclabili, e tre piani di box interrati. Da quando i giardini di via Veglia, circa una decina di anni fa hanno cambiato aspetto, si sono trasformati in un punto di incontro sia per i bambini del quartiere, che ora giocano a calcio su un campo da calcetto a cinque regolamentare, con tanto di porte “vere”, senza usare zaini come pali e senza colorare di verde i pantaloni a suon di tackle sull’erba, sia per gli anziani del quartiere che passano ore a giocare a bocce o semplicemente accomodati su una panchina a parlare all’ombra di un gelso. La riqualificazione della zona è stata bene accetta dagli abitanti della zona che hanno trovato nei giardini un punto d’incontro perfetto per le loro diverse esigenze; c’è posto per i bambini, c’è posto per gli anziani, l’oratorio e la scuola elementare sono vicini, così come la chiesa di piazza Caserta. Un intervento riuscito quindi, che ha offerto agli abitanti della zona un nuovo punto d’incontro.
Incontro Nino R. che è seduto su una panchina del parco di via Veglia, davanti alla scuola elementare Locatelli. Nino ha 77 anni, molti dei quali passati a lavorare; è da solo, intorno a lui ci sono altri anziani, seduti su altre panchine, qualche coppia che a occhio e croce festeggerà i quarant’anni di matrimonio a breve, qualche straniero crollato su una panchina che dorme sotto il sole delle tre del pomeriggio.
Mi avvicino a Nino con qualche copia di Cronaca Vera sotto braccio. Avvenute le presentazioni, incominciamo a parlare. Nino ammette subito di aver letto Cronaca Vera;

Ehhh si che l’ho letto, l’ho letto…eh…ma io sono un lavoratore, mica un lettore…che ti posso dire?

Nino è quasi leggermente intimidito; si sente più lavoratore che lettore, nonostante sia in pensione da anni, come se un lavoratore non potesse essere anche un lettore. Meglio; come se un lavoratore dovesse essere solo un lavoratore, e niente di più. Nelle sue parole c’è tutta l’umiltà di una vita vissuta tra l’Italia e l’estero, a lavorare in miniera o in fabbrica;

(…) Ho avuto una vita battagliata…ho fatto il contadino, in Sicilia, che io sono di Capo d’Orlando, a scassare la terra, irrigare, un lavoro duro, che spaccava la schiena anche se ero giovane…era un’altra epoca…poi ho fatto l’autista, che guidavo la macchina del padrone della terra, poi sono andato in Francia, in Germania a lavorare. In Francia ci sono stato poco che c’hanno cacciato che noi eravamo senza contratto di lavoro, e la Francia aveva…c’erano arrivati degli altri lavoratori, che non erano italiani, venivano da un altro paese, e quindi a noi c’hanno sbattuto fuori, e siamo andati in Germania…In Germania ci stavo che era il 1961, e facevamo un lavoro in miniera, in una miniera di carbone. Che erano gli anni subito dopo che era successa quella disgrazia in Belgio, a Marcinelle, c’era mia moglie che aveva paura, che piangeva…poi ho cambiato lavoro e sono andato a lavorare in una fabbrica che ci lavoravano il cotone, eravamo io e due tedeschi, che dovevamo pulire queste macchine per il cotone…

Racconti da un altro tempo, quando a vent’anni non si partiva per l’Erasmus a Barcellona, ma per le miniere di carbone in Belgio. Si intrecciano nella storia di Nino eventi come l’emigrazione dal sud Italia del dopoguerra e le tragedie che segnano un’epoca, come quella di Marcinelle. Il tratto in comune con Carmine è sicuramente il lavoro; una vita spesa a inseguire un lavoro, alla ricerca di una stabilità e di un punto fisso, tra l ‘Europa e l’Italia. Continuando nel racconto Nino si dimostra meno nostalgico rispetto a Carmine; per lui il tempo passato non era poi così eccezionale, e il suo unico lamento attuale è per l’euro, che nelle sue parole “se non stai attento arrivi al quindici del mese e poi devi mangiare l’erba!” . Nino continua il suo racconto;

I tedeschi erano bravi con chi era bravo, ed erano cattivi con quelli che si comportavano male, che c’erano eh…una cosa che ci si deve ricordare se si è in un paese che non è il tuo è che devi essere sempre educato, devi stare alle loro regole…io così, in questo modo, non ho avuto problemi….con i due tedeschi con cui lavoravo non ho mai avuto problemi, solo che dopo qualche settimana, bottanazza! Il caporeparto non mi ha spostato a lavorare su un’altra macchina?!? E li si lavorava di più, prima con i tedeschi avevamo un po’ di tempo, che andavamo a fumare, e stavamo a non fare niente…adesso dovevo lavorare davvero…infatti tempo qualche mese e gli ho detto al caporeparto, sai cosa gli ho detto “Io del tuo cotone me ne fotto”…e sono tornato in Sicilia…che era agosto. Lì c’era questo compaesano che si era trasferito a Milano e mi diceva Nì, vieni anche tu a Milano che c’è pieno di lavoro…e che ho fatto, due giorni dopo che era partito l’ho raggiunto a Milano! Ho lavorato un po’ all’Esselunga, mettevo la roba sugli scaffali poi ho litigato anche lì col caporeparto, che era pugliese, si chiamava Santi…un giorno gli ho spaccato una bottiglia di vino in testa…che questo Santi era un’infame, che aveva l’amante e un figlio handicappato…mi voleva far fare il lavoro anche degli altri, e alla fine non ce l’ho fatta più…e sono andato a lavorare al PAM di corso Buenos Aires, lì sono stato fino alla pensione che ci ho lavorato per venticinque anni, tutti i giorni ad alzarsi alle cinque del mattino…

Nel suo racconto, che dal vivo era arricchito da una fortissima gestualità, quasi teatrale, Nino accenna alle regole non scritte che ha dovuto seguire durante la sua permanenza in Germania. Mentre oggi appariva calmo e rilassato, Nino da giovane doveva essere piuttosto irruente, visti i conflitti con i vari caporeparto, terminati tutti in maniera piuttosto brusca, sia in Germania che in Italia, quando fu assunto all’Esselunga. Rispetto a Carmine, dopo gli inizi burrascosi, Nino trova una sistemazione definitiva, che lo conduce alcuni anni fa alla pensione.
Nino legge Cronaca Vera da molti anni;

E Cronaca Vera, lo leggo da trent’anni ormai, all’inizio lo leggeva mia moglie e basta poi ho iniziato a leggerlo anch’io…solo che sai una cosa, dopo un po’ mi sembrava un giornale che era fatto per andare contro a noi meridionali…che lo leggevano quelli del nord per prendere in giro noi del sud, che c’erano sempre le storie che i siciliani erano tutti violenti, che c’era la mafia, che c’avevamo il sangue caldo…e quelli del nord poi ci credevano che mica potevano andare a vedere com’era che stavamo in Sicilia…

Di nuovo la lettura di Cronaca Vera si lega ad un fatto avvenuto a parenti amici o nel luogo di origine del lettore. Se in Carmine queste caratteristiche erano purtroppo raddoppiate – cugino = parente / Battipaglia = luogo di origine del lettore e luogo dell’omicidio – Nino sfoglia tra le pagine di Cronaca Vera la storia del suo paese, Capo d’Orlando. Interessante poi come Nino metta in relazione Cronaca Vera con i conflitti sociali nord-sud legati all’emigrazione degli anni 60 verso le metropoli del triangolo industriale. Secondo Nino era un giornale fatto “per prendere in giro quelli del sud” sottintendendo come la distanza e la differenza di capitale culturale a favore di “quelli del nord” fosse violentissima al tempo, oltre che destinato a mantenersi per alcuni versi tutt’oggi – il sangue caldo – . Nino affronta quindi criticamente il tema della stereotipizzazione dell’altro, un aspetto molto interessante della sua intervista, frutto di una vita di emigrazione in cui ha dovuto provare sulla sua stessa pelle le difficoltà e le incognite di una vita in cui dover ripartire sempre da zero.
Nino apprezza Cronaca Vera per vari motivi, tendenzialmente in linea gli altri intervistati;

Mi piace che è un giornale semplice, che ci sono i fatti veri…poi una volta ci ho letto di questo fatto che era successo a Capo d’Orlando, che questo qui, che faceva il principale nella ditta dove lavorava questo mio amico, la sera era ubriaco, e ha piombato al figlio che era un fatto che era stato uno scandalo, erano trentatrè anni che non c’era un fatto del genere a Capo…
Nino conferma ancora parte di quello che avevamo rilevato in precedenza; una bassa scolarità, una vita difficile, da emigrante in Francia e Germania, e soprattutto una vita incentrata solo sul duro lavoro, per “portare a casa la pagnotta”, frase tipica dell’uomo comune. Rispetto a Carmine è meno forte la delusione sul presente, nonostante Nino, in alcuni brani non riportati nell’intervista si lamenti dell’euro – “adesso con l’euro…arrivi al quindici del mese…e se non stai attento va finire che mangi l’erba!” – riguardo all’attenzione verso i temi politici Nino si dimostra evasivo e poco interessato, tanto che è superfluo inserire i brani dell’intervista che riguardano. C’è questa distanza infinita tra Nino, e l’immaginario che la mia generazione ha della sua; una generazione che immaginavo impegnata in metà perfette a organizzare Feste dell’Unità o Feste dell’Amicizia, a fissare per ore le tribune politiche di Jader Jacobelli. A cercare le radici di questa visione di senso comune si sprofonda in ciò che l’immaginario di chi non ha vissuto quegli anni ha mutuato qua e là dai prodotti culturali che ci raccontano l’epoca. Una mitologia che ha fatto dell’impegno lo stilema di quegli anni, per qualcuno formidabili, per altri meno, un immaginario che ha terreno fertile nei film di Fantozzi, con il ragionier Ugo succube allucinato di tribune politiche dove Craxi, Andreotti o Berlinguer lo indirizzano al voto .



















2.3 - Enzo e Michela; La Madonna di Medjugorie e “I misteri del sesso”.

Siamo sempre nella estrema periferia Nord di Milano, stavolta lungo viale Fulvio Testi, poco prima dell’ex manifattura tabacchi, incastonati lungo i palazzi che costeggiano il controviale, ci sono vari esercizi commerciali estremamente radicati, come un fruttivendolo ormai storico, una panetteria, una pizzeria e un’agenzia immobiliare, che hanno convissuto per anni senza problemi con il vicino GS, un supermercato costruito sul finire degli anni settanta. Tra i piccoli esercizi di cui sopra, uno in particolare è meritevole di attenzione, ed è “Acconciature Enzo e Michela”, situato al civico numero 86. Enzo ha circa una cinquantina di anni, Michela potrebbe essere sua figlia, ma in realtà è la nipote, e ha 24 anni. Lavorano insieme da alcuni anni, il lavoro va bene e non hanno nulla di cui lamentarsi; li incontro la mattina del 30 maggio. Enzo, che mi accorgo rapidamente sia un sosia moro di Valderrama , sta finendo di rasare i capelli ad un bambino, Michela invece è rintanata nel retrobottega. Mi guardo intorno; il negozio è piuttosto ampio, l’ambiente è ordinato e accogliente, ma dove sono le riviste? Eccole, accatastate disordinatamente, unica contraddizione in un ambiente estremamente preciso, su un mobile in fianco alle poltroncine per i clienti in attesa. Ad un primo sguardo noto un numero di “Oggi”, uno di “Novella 2000”, poi “Una storia italiana”, la biografia elegiaca inviata dal presidente del consiglio a molti italiani in campagna elettorale. Dopo le dovute presentazioni iniziamo a parlare; sia Enzo che Michela leggono o hanno letto Cronaca Vera

Enzo – si, e certo che l’ho letto, e le tenevo pure in negozio – nel frattempo arriva il nonno del bambino e paga – mi piace questo giornale, è fatto bene, dice la verità, non dice cazzate, mi piaceva parecchio, una volta che lo prendi poi non ti stacchi più, è una droga, - ride – si si, è una droga!!!
Michela – siii…e io lo leggevo con la zia, che avevo sedici, diciassette anni era bello, c’erano tutte le storie di…di…

Compare il tema della verità; Cronaca Vera, nomen omen non può mentire. Un effetto di cui si è parlato in precedenza; aggiungere il termine “Vera” a qualcosa che già in sé, è cronaca, qualcosa di accaduto, di documentato, porta ad un processo mentale per cui il lettore crede ciecamente alla testata. “L’ha scritto Cronaca Vera, non può essere falso.”. Una dichiarazione d’intenti che seduce il lettore, creando, nella parole di Enzo, una vera e propria dipendenza.
Come mai Michela leggeva ancora adolescente Cronaca Vera?

- C’erano “I Misteri del sesso” del Dr K.!

Michela – (ride) ahah si ero pischella e ci mettevamo a leggere tutte quelle storie…che noi non sapevamo niente, ci piaceva che era un giornale senza peli sulla lingua, cioè…tutte quelle lettere degli uomini che dicevano di avercelo piccolo! Ma dai!
Enzo – e…cosa vuoi, gli uomini – prende in mano e sfoglia una copia di Cronaca Vera – c’hanno sempre quella paura lì! Ma è colpa vostra, mica è colpa nostra!

Le pagine de “I Misteri del sesso” su Cronaca Vera sono una delle parti più lette del giornale; lettere provenienti da tutta Italia, con domande a volte sensate, altre ai limiti del surrealismo , comunque autentiche. Michela, adolescente legge “I misteri del sesso” e compie la sua educazione sentimentale. Nulla di strano; le generazioni di nati nei primi anni ottanta hanno dovuto convivere per anni con le copertine di “Panorama” o “L’Espresso”, grondanti nudi femminili a sproposito. Le intenzioni di Cronaca Vera forse erano – e sono - più oneste.
Nel negozio di Enzo e Michela però Cronaca Vera è assente;

Enzo – eh, lo tenevamo! Guarda l’avrò avuto per vent’anni, perché è un giornale serio che racconta la verità, che te l’ho detto non dice cazzate, tutto quello che c’è scritto è vero, solo che poi, sai io qui faccio uno sconto per il taglio ai bambini, e allora magari venivamo qui i bambini con le mamme e le mamme vedevano il giornale e c’era pieno di morti ammazzati…e le tette e i culi…che poi le tette e i culi ci sono pure su Novella Duemila, però…
Michela – Però sono diversi, li ci sono le storie dei vips !!!

Di nuovo Enzo mette l’accento sulla verità, sul vero che non può essere negato contenuto nelle pagine di Cronaca Vera. Un giornale, a detta di Enzo “serio e che racconta la verità”. Ricompare la desiderabilità sociale; cosa si trova in Cronaca Vera che non venga regolarmente trasmesso da un qualunque telegiornale? Ed in realtà l’esibizione di nudi femminili è molto più frequente sui giornali scandalistici. Su Cronaca Vera c’è ben poco per gli amanti del genere; Men’s Health, per riallacciarci all’intervista iniziale a Carmine, offre molto di più, se si è alla ricerca di quel tipo di immagine. La chiave di tutto in questo caso è la contestualizzazione; il nudo va bene sulle varie novelle ed eve ma su un settimanale fatto di cronaca non va bene. Inoltre la costruzione grafica di Cronaca Vera è molto diversa rispetto a quelle dei periodici scandalistici;

Michela- Eh si…non lo so c’è tutto quel bianco e nero…è un po’ cupo, è un po’ triste, guarda gli altri – indica Novella Duemila e Oggi – che ci sono le foto a colori, sono più allegri!
Enzo – continua a sfogliare una copia di Cronaca Vera e si ferma sull’articolo di una pornostar che ha aperto un villaggio vacanze per scambisti - Guarda che Cronaca Vera è un giornale che fa paura! Si! E’ un giornale che fa paura! Ci sono delle storie certe volte con delle foto terribili!
Michela – E poi guarda la copertina! Uno lo vede e dice che è pieno di donne nude!!!

“Uno lo vede e dice che è pieno di donne nude” ma in realtà non lo è; Cronaca Vera è “un giornale che fa paura” inteso non nel senso tradizionale. La “paura” cui si riferisce Enzo è più la sensazione di rimanere incantati dal proprio stesso ribrezzo, come quando si osserva un incidente stradale o non si riesce a togliere lo sguardo dalla carcassa di un animale morto.
In negozio Cronaca Vera non c’è più, ma Enzo e Michela lo leggono ancora a casa:

Enzo – Si…si… lo leggo ancora, solo che te l’ho detto, qui non lo tengo più, che c’erano i bambini che magari lo leggevano e si prendevano paura, e le mamme che mi dicevano – ma che cazzo di giornali tieni? – e alla fine poi ho finito con tenere questi qua – riordina la pila di “Oggi” e “Novella Duemila” – però Cronaca Vera continua a piacermi…ti racconto un fatto di una mia cliente…Guarda saranno stati venticinque anni fa e c’era questa mia cliente che soffriva…che aveva una malattia brutta, aveva la sclerosi multipla…allora questa è andata a chiedere la grazia alla Madonna di Medjugorie, ha preso il pullman, con il prete e lei e degli altri sono andati al santuario che è la in…in…Jugoslavia…questa qua non camminava eh, me lo ricordo, non camminava! Si muoveva così – mima dei passi lentissimi – allora ha fatto questo cammino…a piedi nudi, a Medjugorie…alla fine è arrivata al santuario e ha visto la luce! E c’è stato il miracolo! Guarda, è tutto vero! Poi delle cose…questa qua camminava a piedi nudi, su questa ghiaia…che là c’è della ghiaia per strada…è arrivata al santuario che aveva le calze pulite! Che il prete non ci credeva! Che era un miracolo! E poi questa è tornata e camminava! E poi questa qua è diventata famosa che era miracolata, e avevano fatto l’articolo su Cronaca Vera, poi era andata anche in televisione, che si faceva anche dare dei soldi per farsi intervistare…e poi qualche anno fa dov’è che andata…
Michela – Era andata a quella trasmissione che fanno su Raidue…alla vita in diretta! E questa qua diceva “Mi volete fare l’intervista? E mi dovete pagare!” e s’è messa da parte dei bei soldi…

Dalle parole di Enzo emergono nuove peculiarità; in particolare entra il gioco la dimensione religiosa, prima assente. Mentre mi parla della signora miracolata, Enzo ha un atteggiamento da credente ferreo che accetta le “le regole del miracolo”, senza se e senza ma. In un angolo del negozio, una cartolina con scritto “Padre Pio Proteggimi” e l’immagine del Santo di Pietralcina. Una dimensione di cattolicesimo lontana anni luce dalle encicliche di Benedetto XVI o dai manifesti teo-con di Marcello Pera, un culto semplice, ma non semplicistico. Si tratta del culto dei padripii, delle madonne sanguinanti, delle immagini di Cristo composte da schizzi di fango sul muro di cinta di una chiesa. Una dimensione difficile da definire; una dimensione in cui il cristianesimo è magico più che mai, e fonda il suo mistero più che sull’abitudine alla fede, sulla ingenuità dei suoi adepti, disposti a proseguire il culto della Madonna perché “alla fine è arrivata al santuario e ha visto la luce! E c’è stato il miracolo!”.
Un tipo di lettore che Cronaca Vera individua perfettamente, o meglio, gli inserzionisti pubblicitari di Cronaca Vera hanno individuato perfettamente. Sulle pagine infatti compaiono pubblicità di maghi, cartomanti, lottologi. Dimensioni extraliturgiche di una fede che si sposta nel rito magico in senso stretto, nella magia, nella cartomanzia e nei numeri del lotto “del lottologo Vincenzo Ariemma di Santa Croce di Magliano (CB)”.
Un ulteriore aspetto interessante si può ritrovare nelle risposte di Michela, che leggeva Cronaca Vera da adolescente, sbirciando tra i “Misteri del Sesso” . In un’età di cambiamenti e violente rivoluzioni interiori, Michela ricorda di avere trovato nelle pagine di Cronaca Vera alcune risposte a ciò che col tempo avrebbe capito comunque. Una versione edulcorata dei giornali porno con cui qualunque preadolescente inizia la propria bildung sentimentale.
Di nuovo la lettura di Cronaca Vera si abbina ad un fatto accaduto a qualcuno che si conosce, in questo caso la signora miracolata a Medjugorie; una dimensione di lettura che appare difficilmente accostabile ad altri quotidiani o periodici – difficilmente qualcuno compra la prima volta, e continua a comprare il “Corriere”o “L’Espresso” perché sa di trovarci una storia che riguarda qualcuno che conosce – in realtà credo che con molti lettori accada un fenomeno di immedesimazione, nel leggere storie accadute ad altri soggetti che vedono particolarmente simili a loro.














2.4 - Vito e Giorgio; il matto che spara.

Il giorno successivo all’intervista a Nino, mi sposto dal lato opposto dei giardini di via Veglia.
Di fronte alla scuola elementare Locatelli, alle quattro del pomeriggio di un qualunque giorno scolastico, si affollano bambini, nonni e genitori. Se i bambini in quanto bambini iniziano a fare i capricci e vogliono un gelato, si rivolgono a Vito, gelataio ambulante. Vito ha attrezzato un’Ape125 di trent’anni fa di tutto punto, e distribuisce acque, gelati, granite, cornetti, ghiaccioli e patatine a pargoli urlanti. La scritta sulla piccola tenda dell’Ape recita perentoria; “Gelati e granite, produzione artigianale”. Non si scherza con Vito; arriva da Reggio Calabria, e non è arrivato esattamente ieri a Milano, ci è arrivato nel 1957, ora non ha nessuna traccia di accento calabrese, anzi nei primi minuti in cui gli ho parlato ero praticamente certo fosse nato e cresciuto se non a Milano, almeno nei dintorni. Niente. Nato e cresciuto a Reggio Calabria Vito si trasferisce a Milano nel 1957, e mi dice “che guarda che a quel tempo a Reggio non c’era niente…niente!”. Con lui c’è Giorgio, papà di una bambina undicenne che si sta scorticando le ginocchia su dei rollerblade nella vicina pista di pattinaggio, e una signora molto anziana, minuta, Rita. Rita alla mia richiesta se potessi farle qualche domanda su Cronaca Vera mi risponde “ehhh, e io ti aiuterei, ma non so leggere, che li compro a fare i giornali?” inutile proseguire a quel punto. Rita, a occhio e croce ultraottantenne, si allontana salutando e sorridendo a tutti. Tutti salutano Rita. Inizio a fare qualche domanda. Vito era un lettore di Cronaca Vera, ora lo legge solo saltuariamente;

Giorgio, sovrapponendosi – A casa mia mi ricordo che lo leggevano mia madre e mio nonno, mio nonno addirittura li teneva via…li collezionava…non solo quello eh!!! Anche la settimana enigmistica, anche i giornali…teneva via tutto il nonno
Vito – Si si, lo leggevo, una volta lo prendevo sempre, adesso ogni tanto…eh mi sembra un giornale fatto bene, ci sono i fatti, le storie, che sono storie vere…è tutto vero, no? Ci sono le storie cruente, degli omicidi, degli ammazzamenti, e poi – guarda la copertina, con relativa ragazza seminuda – e poi anche il resto che non è che guasta, ai maschietti! – ride e serve un gelato ad una bambina, si allontana per un attimo e Giorgio entra nella conversazione –
Giorgio – alla fine poi lo leggevo pure io a casa e mi ricordo che c’erano delle storie assurde, per me erano inventate…è un po’ un giornale spazzatura…e poi dai, bianco e nero…le donne nude…

Di nuovo, come nel caso di Enzo, il tema della verità è fondamentale. La fiducia che Cronaca Vera è riuscita a conquistare nei propri lettori più affezionati, è incondizionata, acritica. Giorgio invece, che è bene ricordarlo non appartiene alla generazione di Vito, ma ha circa una quarantina d’anni, non trova Cronaca Vera affidabile. Il suo giudizio è sia etico che estetico; il bianco e nero è un retaggio di un passato sconfitto dalla quadricromia, mentre le “storie assurde” sono un freak show evitabile. Storie non poi così assurde; fatti di cronaca, mischiati con altri fatti, drammatici o curiosi, avvenuti nella penisola. Le stesse storie che forse troverebbe accettabili su RaiDue alle tre del pomeriggio. Vito apprezza anche la copertina, è il primo a dirlo apertamente; mentre Vito e Michela tendevano ad un atteggiamento costruito sulle esigenze dei clienti del salone – il giornale da non tenere perché “magari venivamo qui i bambini con le mamme e le mamme vedevano il giornale e c’era pieno di morti ammazzati…e le tette e i culi…” – ma in realtà non sembravano né scandalizzati né attenti alle copertine o al contenuto delle pagine di Cronaca Vera. Vito racconta come e quando inizia a leggere Cronaca Vera, confermando quanto visto in precedenza;

Vito – Lo leggevo perché era successa una tragedia al mio paese…venti venticinque anni fa era successo questo fatto al mio paese, che io ero di un paese vicino a Reggio Calabria, ero di Grotteria, c’era stato uno, un matto, che si era messo a sparare contro i carabinieri, di giorno, in mezzo alla gente, e i carabinieri avevano sparato anche loro, e c’era un bambino…c’era un bambino che era rimasto ammazzato nella sparatoria…che l’avevano colpito i carabinieri…ne avevano parlato anche sul giornale, lì, su Cronaca Vera, e alla fine c’era tutto, sai cosa? Che mi pare che esagerino un po’…

Si rinnova il legame tra la lettura di Cronaca Vera e un fatto, spesso di sangue, avvenuto nei paesi d’origine; anche Carmine e Vito avevano iniziato a leggere Cronaca Vera per gli stessi motivi. Di nuovo, storie di emigrazione dal sud al nord; ma Vito è anche sottilmente critico rispetto agli altri intervistati, sostenendo che a volte il giornale esageri un po’. Successivamente spiega meglio a cosa si riferisca;

Eh si, quello, alla fine magari i fatti sono veri, e quello che era successo al mio paese era vero…però su altre cose per me si inventano qualcosa, ci sono delle storie delle volte… – serve una bottiglia d’acqua a un bambino -

Vito è il primo dei lettori – fatta eccezione per Giorgio, ma è impossibile fare confronti per motivi di età e istruzione - a mettere, anche se non del tutto apertamente, in dubbio il dogma dell’infallibilità di Cronaca Vera, dogma finora tale per la totalità dei lettori intervistati.
Vito racconta la sua storia;

Si! Sono arrivato a Milano nel ’57, che arrivavo da Reggio Calabria, e al tempo…
Giorgio – al tempo non c’era niente giù!
Vito- Eh si, non c’era proprio niente…adesso è diverso, guarda che quelli che dicono che non c’è lavoro al sud…al sud il lavoro c’è se solo avessero voglia di farlo, se avessero voglia di lavorare la terra, la terra c’è…
Giorgio (dubbioso) – Dici?
Vito – si da fare ci sarebbero mille cose…e niente, comunque, sono arrivato a Milano nel ’57, ho iniziato a vendere i gelati, e ho sempre venduto gelati con l’ape per tutta la vita a anche adesso – Vito avrà a occhio una settantina di anni, almeno –

Come nel caso di Carmine e di Nino, anche la storia di Vito è una classica storia di emigrazione; dal sud al nord in cerca di lavoro, e poi la vita passata a vendere gelati ai giardini pubblici. Qui la vita si sovrappone alla nostalgia; il venditore di gelati sull’ape, una figura d’altri tempi. Con un bagaglio d’immaginario d’altri tempi; che legge Cronaca Vera, un giornale fermatosi a quel tempo. Lo stesso aspetto di Vito racconta molto; i capelli imbrillantinati all’indietro, la camicia anni ’50 a maniche corte, l’ape50 trasformato in gelateria mobile. Sembra tutto un prodotto di un’epoca lontana, che si riflette perfettamente nel bianco e nero delle pagine di Cronaca Vera.
Vito è molto diverso sia da Carmine che da Nino, Enzo o Michela. A parlargli sembra in possesso di un capitale culturale leggermente più elevato, nonostante svolga un lavoro semplice e umile, in pratica da tutta la vita. Ricorre ancora una volta la relazione tra la lettura di Cronaca Vera e qualche delitto compiuto nelle zone di provenienza del lettore come nel caso di Nino. Si tratta sempre di eventi di un’epoca, tra i venti e trenta anni fa, dove l’informazione non aveva assunto la forma tentacolare di oggi, e dove per sapere qualcosa della vita del proprio paese di origine si doveva necessariamente essere in contatto con parenti o amici del posto, oppure leggere il giornale locale. Se il giornale locale non c’era, oppure si preferiva semplicemente qualcosa di diverso, ecco il succedaneo perfetto; Cronaca Vera.
Cronaca Vera da sempre rivolge una particolare attenzione alla cronaca locale, ai fatti normalmente trascurati dai media dominanti, imperniati, come detto in precedenza, su un romacentrismo e un milanocentrismo totali. Ed ecco che a quel punto Cronaca Vera si trasforma nel giornale italiano più letto all’estero dagli emigranti della penisola.
Vito non parla di politica; interpellato dice di non interessarsene particolarmente. Non dice altro, non c’è bisogno che lo dica, il suo silenzio conferma in parte quanto già rilevato. Chi legge Cronaca Vera, difficilmente si farà trovare all’uscita dell’edicola con “Le Monde Diplomatique” sottobraccio, e sarà difficile anche vederlo con il “Corriere della Sera” o addirittura con uno qualunque dei vari “Metro” “City” “Leggo” raccolto in metropolitana. Chi legge Cronaca Vera molto probabilmente cerca un giornale dove l’immagine vinca sulla parola, non il contrario come avviene normalmente sui quotidiani. In Cronaca Vera vince l’immagine; l’immagine enorme, sgranata, contrappunto perfetto alla sintesi – e alla sintassi - brutale degli articoli.

2.5 - Pasquale; le palle ad effetto.

Milano, fermata della metropolitana di viale Zara. Esco dal sottopassaggio. Da un lato, una farmacia ricavata da una villetta, dal lato esattamente opposto un bar che fa da angolo tra viale Zara e viale Nazario Sauro. Dall’altro lato della strada una sconfinata rimessa di mezzi ATM.
Pochi metri lungo il sottile controviale, camminando verso piazzale Lagosta e si incontrano alcuni esercizi commerciali, una piccola agenzia immobiliare, una macelleria islamica, un international phone center gestito da sudamericani. Di lì a poco si incontra il negozio di Pasquale; Pasquale fa il parrucchiere. L’esterno del negozio è distinguibile per l’insegna; la scritta parrucchiere è composta con della lettere adesive semi scollate, sbiadite dal sole e dal tempo, lettere adesive rosso sbiadito su sfondo bianco sporco. Dalla “P” di parrucchiere, in verticale, scende la scritta “Pasquale”, anch’essa composta da lettere adesive sbiadite e scollate, stavolta di un carattere più piccolo. La vetrina è semi oscurata da delle tende. Pasquale, sulla soglia del negozio, attende clienti, che per ora non arrivano. Entro nel negozio. Il locale è microscopico, i soffitti sono alti, saranno stati imbiancati l’ultima volta una quindicina di anni fa. Negli angoli e sui mobili sono appoggiati fiori di plastica, tra cui un’edera, inserita sul bancone in fianco alle forbici e agli shampoo. Fuoriesce, di sottofondo, RadioZeta, emittente che propone grandi successi ed evergreen da ballo liscio, da una radio Philips quasi di modernariato.
Pasquale avrà circa sessant’anni, è un uomo minuto, magro, con degli occhiali da vista a goccia, i capelli tinti di un irreale nero corvino. Indossa un grembiule bianco, sembra più un macellaio che un parrucchiere. Gli mostro qualche copia di Cronaca Vera, all’inizio è diffidente, poi mi fa entrare, iniziamo a parlare. Pasquale è un lettore di Cronaca Vera da molti anni, inoltre lo tiene in negozio per i clienti;

Si si, però mica tengo solo quello! Ne ho tante di riviste io – si sposta verso una montagna di riviste e giornali accatastati ,alcuni con la copertina strappata via, altri risalenti a mesi e mesi fa – tengo anche i quotidiani, vedi – indica il Corriere – poi ho anche questo – indica l’inserto settimanale del Corriere – e poi qui ne ho anche tante altre – si sposta verso un portariviste gonfio all’inverosimile di “corrieri”, “novelle”, “chi” e “di più” – e vedi che mica ho solo Cronaca Vera, che insomma, non è proprio un giornale che leggono tutti quelli che passano qui…

Il riferimento è sottile, ma è difficile da non cogliere. Pasquale ammette di tenere Cronaca Vera, ma si affretta a mostrarmi anche tutti gli altri giornali che tiene, sia quotidiani che periodici. Qui rientra in gioco il fattore della desiderabilità sociale che avevamo visto tra Massimo, l’edicolante di piazza Belloveso e la sua cliente. “Certo, leggo Cronaca Vera”, ma non solo quello; e via con una sfilata di “GQ” con copertine strappate, “Panorama” risalenti a mesi prima, edizioni del “Corriere”.
Anche Pasquale legge tuttora Cronaca Vera;

Si, si, lo leggo e l’ho letto, guarda – mi mostra l’ultimo numero – stavolta non c’è neanche la donna nuda in copertina ! C’è la storia di questo qua, sul mostro di Firenze…è un giornale che me lo ricordo, una volta lo leggevano tutti, adesso, mah…ci sono tutte quelle storie brutte tutti quegli assassini…la gente ha voglia di cose più tranquille.

Pasquale ha colto il cambiamento di gusti degli italiani; ma non lo motiva con la sofisticazione dei gusti – che in ogni caso è avvenuta, non necessariamente migliorandoci - , ma con una forma di overdose di notizie di cronaca nera. Secondo Pasquale la gente ora ha voglia di cose più tranquille; ed ecco quindi il crollo delle vendite per Cronaca Vera e i boom editoriali di testate scandalistiche che trattano temi più leggeri, come “Chi” e “DiPiù”.
Ma come mai Cronaca Vera piace a Pasquale?

E mi piace che è un giornale che parla alla gente che non ci serve la laurea per capirlo!

Il tema dell’immediatezza di Cronaca Vera, rispetto per esempio ad un quotidiano è fondamentale; in Cronaca Vera il primo posto spetta all’immagine e alla titolazione, quest’ultima enorme, urlata. Gli articoli sono molto brevi, e scritti in maniera semplice e comprensibile a chiunque. L’esatto opposto della necessaria verbosità con cui alcuni quotidiani devono confrontarsi nell’affrontare temi più complessi di “un delitto d’onore a Partinico”, magari una riforma costituzionale o una legge sulla procreazione assistita. Come mai legge Cronaca Vera? Pasquale fa notare aspetti che gli altri intervistati non avevano notato;

ehhh…fai che lo leggo da vent’anni…vent’anni e passa, che prima si chiamava “Cronaca Nera” , e lo leggevo anche prima, c’erano delle foto, le foto erano la cosa incredibile, guarda che a quel tempo, la televisione non era come adesso, non facevano vedere niente, li invece c’erano delle foto a volte orribili, che facevano senso…poi va bè c’erano anche un po’ di cose che…mah…ti lasciavano un po’ così…

In un altro tempo, dove la televisione aveva solo due canali, la stampa rivestiva, nel raccontare la realtà uno strumento quasi di pari potenza al tubo catodico. Pasquale ricorda con impressione soprattutto le foto, le foto dei delitti, degli omicidi, delle piccole e grandi tragedie che insanguinavano l’Italia del tempo. Erano immagini che in nessun altro luogo avrebbero potuto essere viste; in una televisione ancora fissata su una funzione pedagogica e lontana anni luce da quella che conosciamo e vediamo oggi, era impensabile vedere la foto di un cadavere con un coltello piantato nel cuore. Su Cronaca Vera non c’era invece nulla di strano. Pasquale però si mostra critico su alcuni tipi di notizie, che effettivamente lasciano qualche dubbio:

Eh si ma dai! Certe cose sono delle balle ad effetto, delle esagerazioni! E chi è che ci può credere?!? Che finchè fa il giornale della mortalità gli do retta, poi no...che vedi riportano i piccoli fatti delle persone che si ammazzano…sono tutte le cose cattive che succedono in Italia…poi guarda certe cose che ci leggo le leggo anche sul Corriere poi, quindi sono vere per forza…per altre magari sarebbe a vedere la serietà dei giornalisti che ci lavorano…

La parte più importante è il collegamento con il “Corriere della Sera”; ritenuto fonte limpida di pura verità – “se lo mettono sul corriere è vero per forza” -, e messo a pietra di paragone con le notizie pubblicate su Cronaca Vera. Pasquale individua nei giornalisti la categoria dei “colpevoli”; anche Duilio, l’edicolante della Stazione di Greco Pirelli aveva compiuto lo stesso ragionamento, pur partendo da assunti di base differenti, ovvero il continuo affastellarsi di conferme e smentite cui la politica italiana ci ha abituato negli ultimi anni. Chi risultava colpevole al termine della querelle? Naturalmente i giornalisti, rei di “aver frainteso” o aver “male interpretato”.
Pasquale precisa meglio il proprio pensiero;

Eh secondo me si inventano qualcosa…qualche numero fa c’era questa storia dell’ufo, che in Piemonte avevano avvistato un pupazzo in aria, e questo pupazzo dicevano che era un…un…extraterrestre…ma io non ci credo!

Pasquale porta alla luce nuove caratteristiche; c’è il collegamento massimalista con Corriere della Sera, per cui se qualcosa è scritto sul Corriere, è vero per forza, mentre se è scritto su Cronaca Vera, qualche dubbio, sorge. Per il resto, Pasquale è piuttosto in linea con gli altri intervistati; legge Cronaca Vera per abitudine, e soprattutto legge con gli occhi di un’altra epoca, in cui la Rai magari aveva solo due canali.
La scolarità medio-bassa dimostra essere una costante nei lettori più fedeli; in questo caso però c’è addirittura quasi un po’ di imbarazzo nel farsi scoprire a leggere Cronaca Vera, infatti Pasquale si affretta a mostrarmi gli altri giornali che conserva semimacerati nel portariviste, e precisa di leggere anche il “Corriere della Sera”, mostrandomi immediatamente tanto di inserti mensili e settimanali. La questione fondamentale in questo caso è la desiderabilità sociale di un comportamento; leggere Cronaca Vera poteva essere un piacere personale, un piacere personale che non doveva essere rivelato, perché poco consono all’altezza dove l’asticella del gusto è posizionata in quel momento. Si tratta di un comportamento frequente; molte sono pratiche sociali che amiamo compiere ma che non amiamo mostrare apertamente, perché poco desiderabili, poco consone al ruolo che gli altri ci attribuiscono. Un esempio in questo caso, potrebbe essere l’intellettuale che dileggia un qualunque reality show senza averlo mai visto, eppure senza averlo mai visto apre una critica, conoscendone i personaggi, gli schemi narrativi, il plot. Questo perché l’intellettuale deve fare l’intellettuale e non può certo ammettere, se non in rari casi, di aver passato la sua serata davanti al Grande Fratello piuttosto che davanti a un saggio di Habermas. In realtà è un passaggio che Moores fa notare molto bene ne “Il consumo dei media”, dove affronta la questione dei cultural studies. Gli intellettuali d’avanguardia in questo caso portano avanti nuovi temi – le soap opera, le culture giovanili, gli spettatori di Nationwide – che non vengono condivisi dalla vecchia guardia degli intellettuali conservatori. Allora per costruire un modello di studio coerente, e accettato dalla vecchia guardia intellettuale, abbinano all’indagine sull’inusuale oggetto di ricerca, uno strumento classico, per esempio televisione + semiotica.













2.6 - Davide; un giornale “pregio”.

Davide M. abita a Sesto S. Giovanni, ha ventitrè anni, dopo il diploma come geometra, inizia a studiare fisioterapia, oggi è prossimo alla laurea. La sua vita cambia qualche anno fa. Una gita, alle superiori, in montagna; una passeggiata lungo il ciglio di una scarpata, lui che cade, viene portato via in elicottero, la prognosi è senza pietà; resterà paralizzato dalla vita in giù per tutta la vita. Davide riesce però a risollevarsi, riesce a rimettersi a studiare, consegue il diploma, inizia a lavorare. Lavora per qualche anno, e decide poi di iscriversi all’università, corso per fisioterapista; ad oggi si occupa anche della riabilitazione di chi affronta ora ciò che lui ha dovuto affrontare solo pochi anni fa. Si tratta di un personaggio pieno di energie, trascinante, a dispetto della condizione oggettivamente non delle più semplici.
Lo incontro a casa di un comune amico, Riccardo, chiedo se a casa leggano, lui o i suoi genitori, Cronaca Vera, la risposta è entusiasta;

Siii! A casa lo leggono i miei e lo leggo anch’io, poi c’è mio zio che lo legge da sempre lo prende tutte le settimane, è un giornale pregio !…è un giornale semplice, immediato…cioè che poi ha dentro tutto! Ci sono le storie, ci sono gli annunci, è un giornale duro, la gente non fa fatica a capirlo…oh, guardi la pagina, guardi l’immagine hai capito tutto, non c’è bisogno che ti metti anche a leggere l’articolo

Come riscontrato in precedenza Cronaca Vera ha uno dei suoi punti di forza nella semplicità e nell’immediatezza. Che poi il “tutto” indicato da Davide, abbia dei limiti in realtà molto precisi – niente politica interna o estera per esempio, niente sport - è un altro discorso. Il punto fondamentale è che un certo tipo di lettore, tendenzialmente disimpegnato politicamente – come Davide dirà poco dopo – e con una scolarità medio-bassa – ma Davide in questo caso fa eccezione -, fa coincidere i confini del proprio universo dell’informazione con quelli a lui proposti da Cronaca Vera.
Cronaca Vera funziona, e una volta funzionava ancora meglio, perché “non ci serve la laurea per capirlo” come diceva Pasquale nell’intervista precedente, che “guardi l’immagine e hai capito tutto” come ci dice Davide.
Davide precisa meglio il suo pensiero riguardo alla brevitas insita negli articoli di Cronaca Vera;

Seee, ma la gente non ha voglia di stare a leggere tanto come sui giornali veri…i miei prendono in mano il giornale, leggono guardano e hanno finito, poi lo teniamo al cesso – risate – poi quando ho fatto l’incidente…che sono rimasto in carrozza, mi pare che avessero fatto l’articolo, oh non lo so eh, magari mi sbaglio

Secondo Davide la gente non ha voglia di leggere un “vero” giornale, dove troverebbe inutili pagine ricolme di parole e poche immagini. La gente non ha bisogno del superfluo; ha bisogno dell’immagine e del titolo. Ha bisogno dell’immediatezza. Si tratta di un fattore molto importante e che non solo Davide ha notato.
Alla domanda su chi potrebbero essere i potenziali lettori di Cronaca Vera, Davide risponde così;

Mah, la gente come noi…tò mio zio, mio zio faceva l’operaio adesso è in pensione, c’ha la quinta elementare, la gente così, anche i miei, e sai perché? Perché è un giornale che li rende partecipi, mio zio per dire ha iniziato a leggerlo quando è venuto al nord, che lui è di giù, di Bari, secondo me è un giornale proprio per quelli del sud che quelli del nord sono più informati…nel senso che è un giornale facile, che prendi e guardi e capisci…l’immediatezza delle notizie! Leggi dieci parole e hai capito, e anche perché costa poco…cosa costa Cronaca Vera? Un euro! Oeuh! Un euro! È poco! Alla fine è sempre meglio spendere un euro a settimana che un euro al giorno per il giornale no? Costa poco alla fine anche perché avrà come obiettivo divulgare notizie a tutti…e tutti alla fine possono spendere un euro a settimana per leggerselo…poi altra cosa che è un po’ un giornale…antimoderno! Cronaca Vera è antimoderno! Tutto in bianco e nero con il rosso e il giallo…e per me piace anche ai vecchietti! Si ai vecchietti!

La storia dello zio di Davide, ricorda quelle di quasi tutti gli altri intervistati; il solito percorso, dal sud verso un nord dove cercare lavoro e dove cercare di costruire una famiglia. La relazione tra lettori di Cronaca Vera e la provenienza dal centro sud continua a manifestarsi; la sfumatura qui è leggermente diversa rispetto agli altri casi. Secondo Davide Cronaca Vera era un giornale per quelli del sud, ed infatti lo zio inizia a leggerlo quando si trasferisce.
Anche per Davide la credibilità di Cronaca Vera è fuori discussione;

Bè, si, i fatti sono fatti…e poi sai un’altra cosa? Che costa poco perché si basa sull’economia, non so, mi sembra fatto in un modo diverso rispetto agli altri giornali, la carta…si rovina in fretta…per me è stato il primo giornale a basarsi sul risparmio, sull’economia…risparmiano e poi vendono il giornale a poco…poi i miei non prendono il giornale...il giornale non lo leggono, non lo prendono mai, magari il giovedì che c’è l’inserto dei programmi…la politica…boh, poco direi…anche a me…non capisco un cazzo!

La storia di Davide mette in luce nuovi risvolti e ne conferma ulteriormente altri. Davide dimostra essere un lettore molto più critico rispetto agli altri intervistati, nota dettagli che gli altri lettori non avevano fatto notare nelle conversazioni intrattenute, come la qualità della carta, o il prezzo stesso del giornale. Un aspetto interessante è contenuto in una frase “Seee, ma la gente non ha voglia di stare a leggere tanto come sui giornali veri” ; Cronaca Vera forse è un non-giornale? Forse per Davide si; forse agli occhi di Davide Cronaca Vera è un diverso tipo di giornale, lontano dalla titolazione sobria di un “Corriere”, collocato in un’altra dimensione rispetto a “Panorama” o “L’Espresso”, ma molto più vicino alla realtà del lettore “semplice”.
Gli aspetti confermati sono quelli della tendenza alla bassa scolarità dei lettori “storici”, in questo caso la quinta elementare dello zio. Gli stessi genitori di Davide non hanno avuto la possibilità di compiere un ciclo di studi ampio, mentre Davide è il primo della famiglia a poter studiare, nonostante le innegabili difficoltà che deve affrontare a causa del suo handicap, tanto più nel corso di studi da fisioterapista che ha scelto di frequentare; la posizione in cui si trova è quindi particolarmente interessante, in quanto a metà strada tra la famiglia di provenienza, con una scolarità bassa, e gli amici, quasi tutti studenti universitari, ed in possesso di un capitale culturale medio alto. Tale posizione gli permette di affrontare criticamente il proprio retroterra culturale, pur restandone saldamente legato.
Si conferma anche in questo caso una generale indifferenza alla politica, ed una maggiore attenzione ai fatti di cronaca di più immediata comprensione. Cronaca Vera è “il giornale dell’immediatezza”, contrapposto alla verbosità dei quotidiani, troppo densi, troppo complicati, troppo scritti; troppo lontani dall’immaginario del lettore. Immaginario che in questo caso è totalmente coerente con il suo significato etimologico, e si fonda in misura maggiore sul primato dell’imago nei confronti della parola.










Commenti finali alle interviste ai lettori.


Cosa emerge dalle voci ascoltate nelle sei interviste, interviste che, è bene ribadirlo non hanno alcune pretesa di offrire un campione scientifico? Emerge un popolo di lettori diverso da quello che immaginiamo normalmente. Una realtà che normalmente non ha voce - o ce l’ha distorta? – una realtà dove la politica non lacera in interminabili discussioni a cena e dove gli editoriali di Paolo Mieli sono grumi di parole prive di significato, dove il referendum sulla riforma costituzionale è un mistero alla pari della fine di Atlantide.
Un mondo visivo, e quasi esclusivamente visivo, dove il primato dell’immagine sulla parola è totale. Fanno riflettere in questo senso le affermazioni di quasi tutti gli intervistati, che esplicitamente o meno affermano di cercare nelle pagine di Cronaca Vera l’immediatezza che non riescono a trovare in nessun altro giornale, sia esso periodico che quotidiano. Un primato che sopravvive in Cronaca Vera in un’immagine sgranata, in bianco e nero, circondata da strilli gialli e rossi, un’immagine che rimane identica con il passare degli anni, trasmessa ereditariamente da un’impostazione grafica immobile, scolpita in un’altra epoca. L’epoca dove i lettori forse vivono ancora, nel tempo che cercano e non trovano più, in una recherche che al posto della madeleine ha Cronaca Vera; un viaggio indietro nel tempo, dove tutto era migliore, dove si manteneva la parola data, dove si emigrava alla ricerca di lavoro, dove la gente era felice, dove il vicino di casa era un amico e non un estraneo, e via così, in un inarrestabile flusso di luoghi comuni. Il mondo forse non era così migliore. L’Italia che rimpiangono i lettori, in molti casi, è l’Italia degli anni di Piombo, delle Brigate Rosse. L’Italia delle stragi di Stato. Non il migliore dei mondi possibili, ma solo uno dei mondi possibili; quella che passa alla storia e ci viene offerta oggi come l’Italia di quegli anni è solo una Italia. Nessuno può dire se l’altra Italia convivesse amorevolmente con il proprio vicino di casa, mantenesse la parola data, o fosse semplicemente più serena. Magari entrambe le cose, o magari nessuna delle due.
Ulteriore tratto comune a molti intervistati è la bassa scolarità; una bassa scolarità che si è tradotta spesso in una vita di emigrazione dal sud al nord, a cercare lavoro, solitamente un lavoro umile e faticoso oltre che mal retribuito. La distinction tra nord e sud Italia ricorre in molte interviste; qualcuno sottolinea come Cronaca Vera abbia potuto essere utilizzato al nord per prendersi gioco del sud, che in particolare negli anni settanta appariva ancora più distante di quanto non sia ora, altri sottolineano l’opposto, ovvero come il giornale sia stato un veicolo d’integrazione per i nuovi milanesi che affollavano le periferie della metropoli meneghina in quegli anni. In sintesi, Cronaca Vera emerge dalle interviste come il giornale di chi non trova voce nei media convenzionali, fatta eccezione per certe aree dei palinsesti televisivi. L’accostamento naturale è quella che si può fare con i vari “La Vita in diretta” “ l’Italia sul due” “Verissimo”, e perché no, con “Striscia la notizia”. Si tratta più che di contenitori pomeridiani, o di rotocalchi quotidiani, o di presunti telegiornali satirici, di megafoni per la voce dell’uomo comune. Ma è una voce che arriva spesso distorta, soprattutto quando urla la sua richiesta di aiuto; una voce che porta ai processi a Wanna Marchi, fino alle crociate contro l’abusivismo edilizio o gli sprechi delle giunte, il tutto condito da un voyeurismo di serie Z, come nel caso delle Veline o dei servizi di cronaca rosa dei programmi sopracitati. Il tutto mischiato indistintamente, senza soluzione di continuità. Quello della televisione tagliata a misura dell’uomo comune è però un modello che si afferma negli ultimi dieci, quindici anni. Prima non c’era; forse non per caso negli anni ottanta Cronaca Vera tirava circa 500000 copie a settimana.
La mutazione antropologica annunciata da Pasolini ha fatto il suo corso, ed ora siamo in una nuova fase.















Fig. 1.2 ; la rubrica “I Misteri del Sesso” citata da Michela nell’intervista.

Fig 1.3 ; una lettera pervenuta alla rubrica.
3 - In redazione.
Finora abbiamo analizzato il significato di Cronaca Vera per i lettori; ne è emerso un microcosmo fatto di nostalgia per un tempo perduto, di bisogno di immediatezza e semplicità, oltre che di un’informazione rapidissima, non tanto per il tempo a disposizione per recepirla, ma soprattutto per la mancanza di stimoli ad affrontarla. Lettori tendenzialmente distanti dalla politica interna, disinteressati alla politica estera, concentrati sulla cronaca italiana e su fatti accaduti ad altri individui che vedono più simili a loro. Un’umanità ricca di pietas, alla ricerca si, delle brutture del mondo da guardare quasi di nascosto, ma con una forte partecipazione emotiva.
In questo capitolo affronteremo il punto di vista dei redattori di Cronaca Vera; sia in forma di conversazioni aperte, come nel caso di Edoardo Montolli, giornalista free lance e scrittore, che presta la sua penna a Cronaca Vera come a “Il Riformista”, sia con interviste dirette, con Tommaso Vitali Rosati, storico fotoreporter in servizio a Cronaca Vera. La parte finale contiene una conversazione con Montolli e Giuseppe Biselli, quest’ultimo direttore, da oltre dieci anni di Cronaca Vera.
3.1 - I giornalisti di Cronaca Vera ; conversazione con Edoardo Montolli.
Siamo alla fine di maggio, il tempo stringe per la consegna della tesi. Dopo i primi contatti con il direttore di Cronaca Vera, Giuseppe Biselli, ottengo tre numeri di telefono ed un paio di indirizzi mail. Le persone cui questi numeri e queste mail si riferiscono sono Tommaso Vitali Rosati e Edoardo Montolli. Tommaso Vitali Rosati, fotoreporter e giornalista, vive nelle Marche, avrei dovuto immaginare qualcosa del genere leggendo il prefisso mai composto prima del suo numero di casa. Gli ho mandato delle domande via mail dopo esserci parlati per telefono, mentre ignoravo vivesse nelle Marche.
Edoardo Montolli invece aveva un confidenziale 338 e nessun telefono di casa per cui l’ho chiamato ieri, abbiamo passato quasi un paio d’ore al telefono.
Senza vedere in faccia una persona è possibile tentare di descriverla?. Edoardo Montolli è nato nel 1973 a Milano, ma credo lui preferirebbe sentirsi dire – è nato a Rho – piccolo paese un tempo celebre per le raffinerie Agip ed ora per una fiera postmoderna battezzata da Fuksas. Al telefono Montolli mi racconta della sua storia; tenta di laurearsi in filosofia ma viene cacciato dalla facoltà, bandido, – avrei voluto fargli notare che anche Emanuele Severino era stato cacciato dalla Cattolica, ma sul momento non mi era venuto in mente; rinuncio a fare il brillante via telefono - e mi appresto a una lunga chiacchierata. In quelle due ore Montolli attraversa fatti di cronaca irrisolti, la storia di Cronaca Vera, il metodo con cui Rai e Mediaset creano parte dell’informazione e molto altro.
Per prima cosa affrontiamo il modo in cui viene visto Cronaca Vera dai lettori; c’è il lettore “semplice” con una scolarità medio bassa, facilmente anziano e con una storia di vita fatta di emigrazione e spostamenti alla ricerca di lavoro in giro per l’Italia o per il mondo, che crede quasi acriticamente a ciò che legge sul settimanale. La verità, iniettata nel nome stesso della testata, produce il suo effetto, e la forza dell’immagine cruenta, dei cadaveri ancora caldi, amplifica ed elimina ogni dubbio nel lettore, creando sulle pagine del periodico un calco del reale.
Un processo cercato dalla testata fin dalla nascita che si continua a perpetrare nei lettori, che oggi, nelle caratteristiche sopracitate, sopravvivono in numero molto ridotto rispetto all’age d’or di Cronaca Vera, un decennio a cavallo tra la metà degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta. Come tutti i prodotti culturali anche Cronaca Vera ha diversi livelli di lettura; quello appena enunciato è quello classico, ci può essere poi un lettore ironico, smaliziato che legge sorridendo i titoli, e che nel frattempo assume un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione, e c’è l’atteggiamento snobistico di chi si ritiene campione della cultura di serie A, perennemente impegnato ad alzare il livello dell’asticella del gusto. Chi legge i fenomeni culturali in questa chiave è lo stesso genere di snob che negli anni ’70 tacciava Cronaca Vera di essere un giornale di destra. In un decennio iperpoliticizzato, era impensabile che un giornale non si schierasse. Niente di più falso, mi racconta Montolli, Cronaca Vera era ed è tuttora, un giornale apolitico. I problemi della gente, mi dice, non sono la guerra in Iraq, al lettore di Cronaca Vera della guerra in Iraq non importa nulla, come non importa nulla della crisi nucleare iraniana o dei casseurs parigini. Perché dovrebbe importargli? Il lettore medio di Cronaca Vera deve fare molta più attenzione “ad arrivare al quindici del mese e non dover mangiare l’erba” come diceva Nino nell’intervista, ed essere a conoscenza delle ultime dichiarazioni di Ahmadinejad non rappresenta qualcosa di imprescindibile. Cronaca vera offre a questo tipo di lettore una distrazione e dei servizi. Montolli mi racconta di come, qualche numero addietro, abbiano inserito un box, nella sezione del giornale intitolata “Scacciapensieri” intitolato – “La Giustizia non ti dà ascolto? NOI SI” – seguito da indirizzo della redazione del giornale e da indirizzo e-mail, quest’ultima una novità assoluta. “Abbiamo già ricevuto centinaia di lettere”. A quale altro giornale sarebbe successo? Su quale altro giornale si sarebbe messo un box del genere?
Il vero distacco, che nessun altro media è in grado di colmare, è quello tra paese legale e paese reale. Il paese reale, sostiene Montolli, è quello che legge Cronaca Vera, che spedisce lettere alla rubrica “Una mano tesa” affermando – 41enne perito agrario, sono la fotocopia di Sergio Castellitto, alto 1,86, peso 80 kg., brizzolato castano benestante desidero una ragazza bella nell’aspetto, religiosa ma non bigotta, sensibile seria disinteressata scopo matrimonio – è un paese che non legge gli editoriali di Giovanni Sartori, che non si appassiona se Paolo Mieli si schiera, che non parla di riforme costituzionali o di fecondazione assistita, perchè è un paese che ha, tendenzialmente, altro a cui pensare.
Come nasce Cronaca Vera? Come nasce una notizia degna delle pagine del settimanale? Il punto di partenza è sempre una rassegna stampa, svolta in redazione, nella quale si sfogliano i quotidiani locali di tutta Italia. Individuato il fatto di interesse, che può essere un delitto, come una storia di disservizi statali o parastatali che crea “un’ingiustizia” o anche semplicemente un fatto curioso e trascurato dagli altri media, si parte. Parte l’inviato, spesso free-lance, e va sul posto. Lì cominciano le sorprese. Montolli mi racconta un episodio; una signora anziana, uccisa a Vicenza, una storia triste, una storia come tante altre della provincia italiana, una di quelle storie che chi è abituato a leggere “Corriere della Sera Magazine” legge raccontate da Cesare Fiumi, solo, in uno stile lontano anni luce, e caratterizzato dai “ ‘chè “ inseriti dal giornalista al posto del convenzionale “perché”. La vittima non ha parenti, ma solo alcune amiche che rifiutano ogni contatto con la stampa. Non vogliono foto, non intendono rilasciare dichiarazioni, non prendono in considerazione neanche lontanamente l’idea di farsi intervistare. Silenzio totale. Il silenzio totale, per un giornalista è un problema. Significa dovere tagliare la notizia, facendo abbassare il principio attivo, la sostanza pura, e aumentare la sostanza che taglia e fa aumentare il peso, non in grammi, ma in righe dell’articolo. Nessun giornalista riesce a entrare in contatto con le amiche della vittima; solo Montolli ci riesce, e solo perché si qualifica come inviato di Cronaca Vera. La anziane amiche della signora massacrata aprono le porte del dolore, si lasciano intervistare, Montolli abbandona il triste teatro con le solite foto che si chiedono ai parenti delle vittime di un crimine violento. Foto recenti, foto di un momento felice, foto di quando la vittima era un bambino o una bambina.
La nostra conversazione prosegue; “Cronaca Vera”, mi racconta, è “il giornale più letto ma meno citato d’Italia”. Sia Rai che Mediaset, per riempire i loro palinsesti, densi di “Vita in diretta” o di “Italia sul due”, fitti di “Verissimo”, dove alle 11 del mattino ci si trova tutti in “Piazza Grande” con Magalli, saccheggiano ampiamente le storie di Cronaca Vera. I parenti della vittima, la storia curiosa, l’ingiustizia. Tradotto a colori e in immagini in movimento su uno schermo, in un’intervista in una piazza irreale, il delitto, il fatto curioso, l’ingiustizia, che poche ore prima erano un titolo giallo-rosso appoggiato su una foto in bianco e nero leggermente sgranata, diventano qualcosa di differente. Diventano qualcosa che verrà visto e ascoltato, magari distrattamente, magari tagliando una cipolla, magari aspettando di andare a prendere il nipote a scuola, ma da milioni di italiani. Il tono di un giornale come Cronaca Vera e il taglio di certe trasmissioni sia Rai che Mediaset non è poi così differente. La stessa ideologia, gli stessi meccanismi narrativi, perché in fondo sempre di storie da raccontare si tratta, e la stessa tensione, sottilmente, ma non troppo, populista.
Le intenzioni di Cronaca Vera sono diverse; Tommaso Labranca a proposito di Studio Aperto;

Purtroppo anche oggi mi è capitato di sintonizzarmi su Studio Aperto, il tg (?) di Italia 1 diretto da Mario Giordano. Dico sempre che devo evitare questa versione patinata di Cronaca Vera (e sicuramente Cronaca Vera è una testata più onesta nelle intenzioni), ma alla fine resto incantato dal mio stesso ribrezzo.

Il più letto, ma il meno citato. Nelle storie raccontate in “Piazza Grande” o a “La Vita in diretta” ritroviamo, sotto forma di una serie di immagini ferme che danno l’illusione del movimento, lo stesso humus che nutre e ha nutrito più di trent’anni di Cronaca Vera.
Montolli prosegue; Cronaca Vera è per esempio, insieme a Famiglia Cristiana, uno dei giornali più letti in carcere; i carcerati, altra fascia di “sconfitti”, a un livello diverso. Aneddoto; per anni su Cronaca Vera, una rubrica raccoglieva le testimonianze e le lettere dei detenuti, la rubrica si chiamava “Lettere dal carcere”. Chi si impegnava ad tenere i contatti con questo mondo rimosso, con questa nazione che non vogliamo vedere? Alfredo Bonazzi.
La storia di Alfredo Bonazzi merita di essere raccontata. Bonazzi negli anni ‘60 rapina un tabaccaio in viale Zara. Durante la rapina, uccide il tabaccaio. Viene preso, processato e condannato all’ergastolo. Detenuto, scopre, la poesia, inizia a comporre. Bonazzi diventa un poeta, o forse lo era sempre stato, e vince vari premi. Nelle sue stesse parole

Sono un assassino: ho spento la luce della vita ad un povero vecchio di 73 anni. Ero entrato in tabaccheria per una rapina: non sapevo che nel retrobottega dormisse questo vecchio quasi sordo: l’ho spaccato con il crik che avevo in mano… Mi hanno dato 33 anni… A Porto Azzurro cominciai a scrivere poesie. L’ignoranza è la protezione per il povero: attraverso la cultura cominciai a capire l’abisso in cui ero precipitato, anche se, conoscendo di più cominciai a soffrire di più… Per meriti letterari (avevo vinto il Premio Viareggio ed altri premi internazionali) mi diedero la grazia, ma era un’altra la grazia che io volevo: il perdono della figlia che, accorsa in aiuto del vecchio, non avevo uccisa solo perché la furia omicida mi si era improvvisamente calmata.
Mi ritrovai con lei quando, uscito dal carcere mi chiamarono alla trasmissione speciale GR della radio. Mi disse: “Se il martirio di mio padre, perché di martirio si è trattato, è servito alla redenzione e alla poesia di Alfredo Bonazzi, io sono ben felice di perdonarlo…” Questa per me è stata la vera grazia!

Bonazzi, era soprannominato “il boia di Zara”. Per meriti letterari Sandro Pertini lo propose al Presidente della Repubblica, Leone, per la grazia. La grazia fu concessa, Bonazzi venne liberato; la sua rubrica su Cronaca Vera durerà molti anni, con un successo straordinario, fatto a sua volta di lettori straordinari, che in quelle poche righe riversavano anni di solitudine e disperazione. Addirittura Bonazzi riuscì a indire un concorso di poesia tra detenuti; vincitore, coronato d’alloro, Licio Gelli.
Ma non è l’unico contatto del settimanale con il mondo dei detenuti; nella sezione “Una mano tesa” troviamo anche, e sono gli annunci più frequenti, annunci matrimoniali di carcerate e carcerati, e gli indirizzi si somigliano tutti, casa circondariale “Secondigliano” di Napoli, casa circondariale “Velletri” di Roma, casa circondariale “Opera” di Milano.
Il rapporto con i lettori da parte con Cronaca Vera è fortissimo; la redazione riceve 20000 lettere al mese, lettere di una volta, lettere cartacee, lettere spedite da un lettore che non avrebbe bisogno di un sito, o di un indirizzo mail -comunque ora presente- un lettore che scrive a mano, con la sua grafìa incerta, con la sua grammatica rabberciata.
Il rapporto con i lettori è poi principalmente fatto di richieste d’aiuto, di domande cui il lettore non sa trovare risposta, sia tecniche, come quelle che ricevono le rubriche “I Vostri problemi” e “Un avvocato al vostro servizio”, sia più pratiche come i quesiti rivolti a “Dottore mi dica” e a “I misteri del sesso”, la rubrica di cui parlava Michela nell’intervista.
Al telefono con Montolli passiamo a parlare della professione giornalistica oggi; mi racconta di come oggi il giornalismo si sia imborghesito, la stessa scrittura di chi esce dalle scuole, sia povera, proprio perché a proporla è spesso il figlio del proprietario dell’attico in via Senato dove chi scrive non abiterà mai. La stessa cosa che mi aveva fatto notare P. F.;

“Guarda io ho dei ragazzi in stage qui, che magari vengono dallo IULM o dalla scuola dell’Ordine, e credimi, non sanno scrivere un lancio d’agenzia…non sanno scrivere, o fanno letteratura, e fare letteratura non è fare giornalismo, tantomeno in un’agenzia, oppure adottano uno stile asettico terribile, da blocco sovietico…neanche quello è saper scrivere”

I giornalisti che escono dalle scuole, non sanno stare in mezzo alla gente, non sanno cercare le notizie. Abbozzo nella conversazione un riferimento alla Scuola di Chicago. Fare il giornalista, fare il giornalista vero, è sapersi sporcare, mischiarsi alla gente, è questa la sintesi di quello che mi dice. Non nascondo che è anche un po’ quello che volevo sentirmi dire.
Ancora un ultimo aneddoto; Montolli una sera è fuori a cena, in una pizzeria, un luogo sordido, nelle sue stesse parole. A Montolli piacciono i cani, e mi fa venire in mente Ellroy che in un’intervista diceva di voler essere il suo cane, rovistare nella biancheria e pisciare negli angoli.
Fuori dalla pizzeria, racconta, passa un ragazzo con un boxer albino. Non un boxer bianco, un boxer albino, c’è una non sottile differenza. Al telefono mi chiede “Ti piacciono i cani?” rispondo di si, però non so niente di razze e affini. Per questo mi sfugge ciò che a Montolli in quel momento non era sfuggito. Non esistono, o meglio non dovrebbero esistere boxer albini. In via teorica dovrebbero essere come le mucche viola di una nota marca di cioccolato svizzero. Montolli esce e chiede al proprietario. Il cane era un boxer albino. Doveva essere soppresso, perché sporcava la purezza della razza, il malinteso presupposto nazista con cui gli umani si avvicinano agli animali domestici. Il boxer albino non viene soppresso, viene addestrato, diventa un cane della protezione civile. Diventa ancora di più, uno dei “cani eroi” della protezione civile.
Ecco pronto un altro servizio per Cronaca Vera, sbucato da una serata in cui per qualcun altro non sarebbe successo nulla.


















3.2 - I redattori di Cronaca Vera; intervista a Tommaso Vitali Rosati

Il primo contatto con Tommaso Vitali Rosati avviene per telefono, complice, il direttore di Cronaca Vera, Giuseppe Biselli. Compongo un prefisso mai visto, mi risponde una donna di età indefinibile, comunque ben disposta e cortese. Mi chiede di richiamare tra una decina di minuti. Continuo a pensare a dove conduca il prefisso composto; spero in qualcosa di non troppo lontano. Varese. Pavia. Magari Piacenza. Niente di tutto questo. Marche. Lontanissime Marche. Tramonta rapidamente la possibilità di incontrarlo dal vivo. Sono passati i dieci minuti, richiamo. Parliamo per circa mezz’ora, ha un tono di voce calmo e disponibile, mi racconta brevemente dei suoi impegni futuri, della sua occupazione attuale – fotoreporter a Cronaca Vera e giornalista su Cavallo Magazine – ci accordiamo affinchè gli mandi via mail una serie di domande. A distanza di alcuni giorni arrivano le risposte;

-Lei ha lavorato per Cronaca Vera in pratica fin dalla nascita del giornale; mi diceva che collabora con C.V. già dal 70-71, che cosa si ricorda di quel periodo? Come ha iniziato la sua carriera di fotografo-giornalista?

Arrivai a Milano nel 1971, da Napoli dove mi ero appassionato della fotografia decidendo di farne il mio lavoro. Milano era la città dei Giornali! Iniziai la professione presso una piccola Fotoagenzia, dove venivo inviato a effettuare dei fotoservizi ( la mia esperienza, compresi che era limitata!). Nel contempo i datori di lavoro mi mandavano presso le redazioni di tutti i settimanali, quotidiani, mensili per proporre i servizi prodotti dalla stessa agenzia. Pian pianino conobbi tutti i direttori e tutti i giornalisti nonché i fotogiornalisti. Approdai, quindi, anche a Cronaca Vera. La prima redazione era spartana. Su un unico lungo tavolo lavoravano tutti i redattori, diretti da Antonio Perria. Costruivano Cronaca Vera. L'Agenzia ove lavoravo riceveva materiale di cronaca nera un po' da tutta Italia ed essi assorbivano molto materiale. Le parole erano sempre poche ma non mancava mai la frase del Direttore: “Che facciamo di nuovo?” Il mio primo servizio che andai a proporre fu di fare un servizio fotografico sui viaggi estenuanti effettuati dai cittadini che il venerdì pomeriggio, alle ore 15,00, partivano da Milano o da altre località per andare a Rimini!

-Il momento in cui nacque Cronaca Vera era anche e soprattutto un momento storico di grande rilevanza: il ’68 e gli anni della contestazione erano ancora vivi, erano realtà, non erano ancora storia da studiare sui libri. Ecco, in un momento estremamente politicizzato come quello, si decise di fondare un giornale “apolitico”, o “dalla parte dell’uomo comune”, come mai?

Dietro i movimenti politici degli studenti degli anni '70, c'erano comunque gli adulti che avevano pagato con la guerra uno scotto altissimo e si crearono camere-stagne fra le varie generazioni. Cronaca Vera si inserì con il linguaggio semplice e ironico fra questi compartimenti, dando ai suoi lettori la possibilità di giudicare gli avvenimenti e dando voce a chi non ne aveva.

-Cosa ricorda dell’editoria di quel periodo? Da quanto ho letto documentandomi, mi è sembrato un periodo molto più vivace di ora, con molto più spazio per l’improvvisazione e l’innovazione, e dove fiorivano in continuazione nuove testate, che in alcuni casi duravano pochi mesi, in altri durano tutt’oggi, come Cronaca Vera. Ritiene che oggi ci sia ancora lo spazio per creare un grande giornale “popolare”, come poteva esserlo Cronaca Vera negli anni settanta e ottanta? Quali sono gli eredi di Cronaca Vera?

A quei tempi erano ancora assenti le Radio private e le TV private. Le tecnologie limitavano gli operatori televisivi per cui pochi potevano affrontare la libera professione per la TV. I grandi settimanali davano molto spazio ai fotogiornalisti costanti per cui nel mondo del giornalismo c'era un enorme fervore che veniva fertilizzato dal lavoro abbondante. Per quanto riguarda le testate che prendevano vita e poi finivano poco dopo, ricordo che erano soprattutto “prove” di editori.

-Prima al telefono mi diceva di come lei sia sempre stato più fotografo che giornalista; come si creava un servizio per Cronaca Vera? In che modo sceglievate le notizie?

Cronaca Vera aveva ed ha una sua impronta editoriale; il mio compito era quello di inserirmi con argomenti che potevano essere adatti al giornale e interessare ogni cittadino d'Italia che in una data storia poteva ritrovare la sua stessa esperienza. O apprenderne delle altre. Nel mio rapporto con Cronaca Vera debbo spiegare che quasi sempre sono stato io ( e lo sono ancora) a fare delle proposte per dei fotoservizi che venivano o non, accettati dal Direttore responsabile. Tale rapporto ha significato per me, negli anni, crescere con Cronaca Vera.

-Sempre prima al telefono mi diceva di come lei abbia portato temi nuovi nel giornale, che in precedenza era improntato esclusivamente sulla cronaca nera più cruenta; mi racconti in che modo ci riuscì. Tra l’altro lei lavorava a Cronaca Vera ai tempi di Antonio Perria; cosa ricorda di lui? Da quanto ho scoperto finora era un personaggio molto interessante.

Il Direttore Antonio Perria era un uomo affabile nonché di poche parole. Intelligenza viva e immediata. Capiva immediatamente la notizia, dava poche direttive. Se il fotoservizio non rispondeva ai criteri del Giornale, non giudicava ma si limitava a dire: “Non è per noi!!”.
Richiudevo la cartellina e capivo che ero andato “fuori argomento”. Aveva una grandissimo sensibilità su tutto ciò che avrebbe potuto interessare i lettori.
Per quanto riguarda l'aver apportato nuovi argomenti, credo che la redazione si rendesse conto che i tempi cambiavano con sempre maggiore fretta, ( TV e Radio); si innescò quindi una ricerca su un'Italia minore ove traspariva la genialità degli italiani. Quando il direttore Perria è andato in pensione, con il direttore Giuseppe Biselli è iniziato un ulteriore cambiamento dovuto all'idea dello stesso: non è Cronaca solo quella Nera, ma è Cronaca tutto ciò che riguarda le gente comune. Siamo quindi ai giorni d'oggi.

































3.3 - Mazzo di Rho revisited: conversazioni con Giuseppe Biselli.

Quattordici giugno duemilaesei. Alle due e mezza devo essere in redazione a Cronaca Vera. La redazione si trova a Rho, anzi, a Mazzo di Rho, in via Alcide De Gasperi: ci ero già stato, circa un anno fa, in compagnia di Elena Meurat, quando la laurea mi sembrava molto vicina.
In realtà riguardo alla laurea mi sbagliavo, e di svariati mesi. Parto con enorme anticipo, non è una di quelle occasioni in cui ci possa essere la possibilità di un ritardo. Inoltre so che mi perderò, perché non ho la minima idea, se non ricordi molto vaghi, di dove si trovi la redazione. Mi ricordo di un concessionario Mercedes nei dintorni, ma è come non ricordare niente. Imbocco la tangenziale ovest, sarà l’una del pomeriggio. Caldo torrido, i vestiti si incollano ai sedili. Esco dalla tangenziale, uscita Fiera Milano: come previsto, mi perdo. Sprofondo in un immenso cantiere senza fine, in lontananza la vela di Fuksas, qualche rotatoria incompleta, campi, camion, mezzi da lavoro, operai rumeni. Nessuna indicazione per Zona Industriale Mazzo di Rho, come, ingenuo, speravo. Ritorno in tangenziale, il tempo corre, mi perdo di nuovo, stavolta perché seguo Zona Industriale Pero Sud e naufrago tra campi deserti, strade invisibili sommerse da una vegetazione equatoriale, prostitute con ombrello parasole ai bordi della strada provinciale. Continuo a cercare l’indicazione della salvezza, rappresentata da un segno semplice, la rappresentazione stilizzata di una di quelle fabbriche che non esistono più, con il tetto a denti di sega e la ciminiera da cui esce il fumo, a completare il quadro, cinque lettere; Zona Industriale Mazzo di Rho.
Rho è un labirinto senza indicazioni; ci si perde anche senza farlo apposta, le indicazioni ti seguono per un incrocio e ti abbandonano a quello successivo. Ci si confonde con i cartelli scritti in giallo su sfondo marrone che indicano con la stessa grafica gli studi dell’emittente privata “Telereporter” e il colorificio industriale “Degussa Colortrend BV”, ci si confonde con tutto.
La salvezza si manifesta in corrispondenza dell’automercato Nicola Rizzitiello ; gioisco come un naufrago che vede terra all’orizzonte, sotto forma di autovetture e veicoli commerciali, nello specifico Porsche Cayenne, Smart e Mercedes. Nel cortile del concessionario ruota, su un piedistallo degno di un modellino Bburago, una Mercedes SL cabrio da 74mila euro.
Resto folgorato sulla via di Mazzo di Rho. Anche se non è il concessionario che ricordavo, la strada comincia ad avere l’aspetto di quella giusta. Seguo le indicazioni, trovo viale De Gasperi. Parcheggio.
Viale De Gasperi è esattamente come lo ricordavo; molti alberi ai lati della strada, aiuole sporche o rinsecchite o entrambe le cose, parcheggi che affiancano il viale delle piccole e medie imprese. Tutto combacia; il concessionario Mercedes, il viale alberato, la zona industriale.
Altre prostitute accaldate con ombrello parasole ad attendere clienti. Un chiosco di panini.
Suono alla porta. La redazione di Cronaca Vera è inserita in un palazzo recente, avrà al massimo una quindicina d’anni ed è adibito solo ad uffici. Su un lato, metà palazzo è occupata da un negozio di piastrelle. Al piano terra, dell’altra metà del palazzo, la redazione di Cronaca Vera. Poco più in là, il concessionario Mercedes che ricordavo.
Entro; sono le due e venti, sono in anticipo. Mi accolgono due redattori, gentilissimi. Nella redazione semivuota appoggiati ai tavoli vedo decine di vecchi numeri di Cronaca Vera, in fondo al locale, che si sviluppa per il lungo, affiancati su un tavolo vicino alla scrivania del direttore, cumuli di altri giornali, anche d’epoca. Il numero uno di Cronaca Vera del 1969, Crimen, di cui si era parlato in precedenza, un numero de “L’espresso” quando ancora non aveva il formato attuale ma all’incirca quello de “La Repubblica”, altri numeri di decenni addietro di “Stop”. Infine, numeri recentissimi di periodici come “Cronaca Oggi”. Avvenute le presentazioni, rievocata la visita di un anno fa, iniziamo, i due redattori già rientrati dalla pausa pranzo ed io, a parlare. Il primo tema è “Cronaca Oggi”, misterioso rivale sorto nelle ultime settimane.
Alle due e mezza arriva Giuseppe Biselli, il direttore: mentre attendiamo Montolli iniziamo a parlare di questo nuovo rivale di Cronaca Vera: “Cronaca Oggi” è un settimanale che al momento in cui questa tesi verrà discussa, non esisterà più. Si tratta di un’emulazione fallita di Cronaca Vera. I temi sono all’incirca gli stessi; un piatto principale fatto di “nera” e un contorno di insignificanti fatti di costume conditi da nudità femminili – nel caso del primo numero di Cronaca Oggi, strillo in prima pagina; “Le più belle spiagge italiane”, sfondo con ragazza ammiccante leggermente svestita, a lato, foto di Erika di Nardo, preludio a una Novi Ligure Story contenuta nelle pagine interne - quello che differenzia Cronaca Oggi da Cronaca Vera è la parte grafica. Cronaca Oggi è a colori. Colori ovunque. Copertina a colori, foto a colori, grafiche pastello.
Il colore, all’interno di questa emulazione fallita di Cronaca Vera – quindi, trash – distrugge ciò che prima era la magia dell’oggetto della nostra indagine. Il bianco e nero, le foto sgranate, i titoli surreali; la sensazione di trovarsi nelle mani un cronotopo . Il colore uccide la magia. E da Cronaca Oggi fuoriescono pagine con sfondo viola teenager per una rapina, o verde speranza per un’omicidio. L’effetto è straniante, soprattutto se paragonato con il modello cui vorrebbe ispirarsi, Cronaca Vera. Arriva anche Montolli, uno dei pochi casi in cui dopo aver parlato al telefono con qualcuno te lo immagini, e una volta che lo incontri è esattamente come te lo immagini. Strette di mano, sedie che si spostano, ci mettiamo a parlare di fronte alla scrivania del direttore. Si parla di Sergio Garassini, ideatore e fondatore, insieme ad Antonio Perria di Cronaca Vera; inquadriamo il momento storico. L’Italia di cui stiamo parlando è l’Italia del 1969. Dal punto di vista editoriale il fermento è continuo, dal punto di vista politico, siamo in pieno biennio della contestazione, gli italiani cambiano. Garassini aveva tentato in precedenza con “Kent”, di trasporre nella penisola il modello di periodico per uomini che si era affermato con Playboy negli Stati Uniti. Ovvero splendide donne nude o quasi, ma non solo; basti pensare che Aldous Huxley pubblicò proprio su Playboy un suo breve saggio in difesa dell’Lsd. In Italia non c’era Huxley né Lsd da difendere, ma c’era una intera società che stava cambiando rapidamente, e c’erano scrittori come Moravia e Soldati, disposti a prestare il loro genio anche a Kent. Kent sopravvive qualche anno, ma la censura, che ai tempi prevedeva il sequestro delle macchine di stampa, si fa sentire, e prima che sia troppo tardi, Garassini chiude. Parliamo del rapporto tra Garassini e Perria, il primo, editore, il secondo storico direttore di Cronaca Vera; due uomini che hanno vissuto insieme un’epoca, che reciprocamente sono stati testimoni di nozze e che hanno passato la vita a darsi del lei – tradizione tutt’ora rispettata a Cronaca Vera – ora Garassini vive in Svizzera, mentre Antonio Perria è scomparso nel 2004. Il periodo in cui nasce Cronaca Vera rappresenta un momento fondamentale della storia italiana, non c’è nemmeno bisogno di sottolinearlo; ciò che è doveroso sottolineare è invece il delinearsi all’orizzonte di un mutamento, di una rivoluzione dei costumi degli italiani. Un paese fino a quel momento democristiano fino al midollo, bigotto, che vede sfilare sotto i suoi occhi prima la contestazione giovanile del biennio 68-69 e in seguito vede materializzarsi referendum sull’aborto e sul divorzio, in cui il fronte conservatore viene sconfitto. Passata una decade arriverà anche il ’77 bolognese, emulazione forse del tutto fallimentare del ’68. In questo contesto, le riviste popolari contribuiscono a squarciare il velo moralista che copre l’Italia. I periodici popolari come ABC, uno dei predecessori di Cronaca Vera, o Kent, condussero al tempo battaglie progressiste, proseguite negli anni successivi su altri periodici, destinati sempre a un lettore di estrazione popolare. ABC in particolare, fondato da Gaetano Baldacci che in seguito diresse anche “Il Giorno”, si impegnò a fondo nello svecchiare l’Italia e nel traghettarla tra due ere. Biselli mi racconta dei primi anni di Cronaca Vera; per i primi tre anni, Cronaca Vera non mette ragazze svestite in copertina, non tanto per pudore, ma per coerenza con l’interno del giornale, che conteneva principalmente cronaca nera. Le vendite però in questi primi tre anni non vanno particolarmente bene; alla fine si decide di tentare di mettere in copertina proprio qualche ragazza svestita. Le vendite si impennano. La tradizione della ragazza in copertina – totalmente slegata dal resto del giornale; anche all’interno non se ne trovava traccia, non aveva nome – dura per più di trent’anni, finchè tre numeri fa, la svolta. In copertina Mario Spezi, il giornalista d’inchiesta finito in carcere con l’accusa di avere inquinato le prove dell’indagine sul mostro di Firenze. “Per ora non torneremo indietro” e anche i redattori sembrano convinti della scelta del direttore. In effetti ora la copertina è di nuovo, in un deja-vu che i lettori più anziani forse avranno colto, coerente con l’interno del giornale. Non mancano però le proteste da parte dei lettori più affezionati alla copertina storica; lo stesso Pasquale, il parrucchiere di viale Zara, mi aveva fatto notare che

Si, si, lo leggo e l’ho letto, guarda – mi mostra l’ultimo numero – stavolta non c’è neanche la donna nuda in copertina! C’è la storia di questo qua, sul mostro di Firenze…

Un cambiamento che molti apprezzeranno, come Enzo e Michela, che avevano tolto il giornale dal negozio perché

Enzo – eh, lo tenevamo! Guarda l’avrò avuto per vent’anni, perché è un giornale serio che racconta la verità, che te l’ho detto non dice cazzate, tutto quello che c’è scritto è vero, solo che poi, sai io qui faccio uno sconto per il taglio ai bambini, e allora magari venivamo qui i bambini con le mamme e le mamme vedevano il giornale e c’era pieno di morti ammazzati…e le tette e i culi…che poi le tette e i culi ci sono pure su Novella Duemila, però…
Michela – Però sono diversi, li ci sono le storie dei vips!!!

Biselli, Montolli ed io torniamo a parlare dei primi anni di Cronaca Vera. Garassini al tempo impone una linea editoriale precisa; testi brevi, al massimo quattromila battute, grandi foto – al tempo necessariamente in bianco e nero; lo resteranno anche quando la tecnologia della stampa a colori sarà alla portata di tutti – e titoli altamente sensazionalistici, in grado di raccontare al lettore un fatto, senza che debba fare lo sforzo di affrontare la lettura dell’articolo. Sempre secondo Garassini, Cronaca Vera doveva poter essere letto in tre modi; il primo, guardando solo le immagini, il secondo leggendo i titoli e guardando le immagini, il terzo leggendo anche l’articolo. Obiettivo perfettamente raggiunto, se confrontiamo l’idea di Garassini con quanto dichiarato da molti intervistati, che trovano in Cronaca Vera l’immediatezza che in nessun altro giornale, periodico o quotidiano che sia, riescono a trovare.
Un attimo di interruzione; il direttore e Montolli parlano di Boris Zubine. Il nome non mi è nuovo, dato che Boris Zubine abitava a Niguarda, in via Asturie, non lontano da casa mia. Boris compie un delitto atroce; uccide e taglia a pezzi la madre per poi nasconderla in cantina. In quel periodo nel quartiere fiorivano le leggende metropolitane più assurde sul modo in cui furono scoperti dalla polizia i resti della madre di Zubine. La migliore di tutte è questa.
Il fetore che saliva dalle cantine verso le abitazioni cominciava ad essere insopportabile ed il deodorante spray con cui Boris aveva pateticamente cosparso i sacchi della spazzatura dove non trovavano ancora riposo i resti della madre, non bastava a coprire l’odore emanato da un cadavere umano in decomposizione. Allora un ragazzino delle case popolari in cui abitavano Boris e la madre scende in cantina. Il ragazzo, curioso, scassina la porta della cantina di Boris. Vede quei sacchi orrendamente gonfi per i gas emessi nel corso della putrefazione. Tocca appena un sacco, il sacco, la cui superficie è tesa, liscia; il sacco si taglia, facendo cadere un braccio della madre di Boris. Vomita e scappa urlando, chiama la polizia.
Questa dalle nostre parti è la storia più accreditata, ignoro quanto ci sia di vero, e mi accorgo delle incongruenze, per esempio, se i sacchi erano chiusi e tesi vuol dire che erano chiusi ermeticamente, se erano chiusi ermeticamente come poteva uscire il fetore della morte che respiravano gli inquilini di via Asturie. Magari uno dei sacchi era bucato. Tant’è…
La storia di Zubine offre l’occasione a Biselli e Montolli di raccontare altri celebri casi di nera, di cui il giornale trattò ampiamente e con cui, in vari modi ebbe a che fare. Donato Bilancia, reo di aver commesso 17 omicidi, per esempio scrisse a Cronaca Vera, poco prima di essere intervistato, in una domenica tutt’altro che buona, da Paolo Bonolis, davanti a milioni di telespettatori basiti. Emiliano Santangelo, l’assassino che a Biella prima perseguitò per anni e infine uccise con sette coltellate Deborah Rizzato, spedì minacce di morte a Biselli e alla redazione; le lettere di Santangelo non avevano il timbro di nessun ufficio postale, qualcuno le aveva recapitate a mano. Santangelo, o chi per lui, non ebbe il tempo di portare a compimento i suoi deliranti propositi. Morì suicida, in circostanze ancora poco chiare, nel carcere di Biella il 3 febbraio di quest’anno.
Passiamo a parlare di un tema che Montolli mi aveva accennato per telefono, ovvero il “furto” da parte di alcuni programmi televisivi, delle storie di Cronaca Vera; programmi come “La vita in diretta” o “L’Italia sul Due” saccheggiano apertamente le storie raccontate in bianco e nero e strilli giallorossi su Cronaca Vera. Le trasformano in melò pomeridiani o mattutini ispirati alla cronaca, ed il gioco è fatto. “La televisione depreda Cronaca Vera” sottolinea Biselli. Non è difficile credergli, vedendo la programmazione di una rete come Raidue. Anche il Maurizio Costanzo Show è vissuto per anni delle storie raccontate su Cronaca Vera, traendone una fonte d’ispirazione talmente simile all’originale, da poter parlare direttamente di plagio giornalistico. Chiosa Biselli “La televisione si fa i fatti nostri” ed il calembour ci rimanda al noto programma di intrattenimento mattutino condotto da Gianfranco Magalli, “I Fatti Vostri”.
Passiamo a parlare dello stile giornalistico che deve adottare chi scrive su Cronaca Vera; mi viene in mente P.F. , che mi aveva raccontato “quanto fosse difficile scrivere semplice”.
Al di là del bisticcio, c’è molta verità in quella frase. Biselli mi racconta di come molti pezzi vengano cucinati in redazione allo scopo di renderli comprensibili a chiunque. In redazione si uniforma lo stile, e si crea un prodotto che una volta arrivato in edicola abbia una linea editoriale precisa. A riguardo mi racconta della storia di un ormai anziano giornalista del Corriere della Sera andato in pensione, che alcuni anni fa scrisse, dopo anni di permanenza in via Solferino, un pezzo per Cronaca Vera. I risultati furono imbarazzanti; la storia di base era un tentato uxoricidio, una storia comunque a lieto fine, che si trasformò in qualcosa del genere “era una notte buia e tempestosa…” e del tutto inadatta allo stile di Cronaca Vera. La collaborazione finì dopo poche righe.
La conversazione a questo punto devia sul tema della pubblicità; “Ci ostiniamo a chiamare giornali quelli che in realtà sono solo contenitori pubblicitari…” spiega Biselli, ed in effetti è difficile dargli torto. Nelle riviste di moda il fenomeno dilaga fino al parossismo, tanto da creare un indotto, fatto di “cercatori di pubblicità” degli uffici stampa di un qualunque stilista. Nulla di male, un lavoro come un altro; il vulnus è altrove, nel comporre un terzo di un settimanale o di un mensile di pubblicità, un settimanale che “A quel punto dovrebbero pagarmi loro per leggerlo!”.
Un punto che avevamo affrontato in occasione delle interviste ai lettori era la questione della desiderabilità sociale; alcuni soggetti intervistati preferivano non dichiarare apertamente di leggere o aver letto Cronaca Vera, basti pensare allo scambio di battute tra Massimo, l’edicolante, e la sua cliente. Bene, la questione della desiderabilità sociale torna tra i giornalisti che hanno lavorato a Cronaca Vera; lo stesso contatto dalla cui conversazione è nato il capitolo 2.1 di questa tesi di laurea, mi ha chiesto di mantenere l’anonimato. Aveva lavorato a Cronaca Vera, ora faceva altro e non voleva che il suo nome fosse associato a un prodotto editoriale lontano anni luce dal suo impiego attuale. Eppure è difficile pensare che questa tesi possa avere più di venti - cari… - lettori, motivo per cui è altrettanto difficile credere che possa portare scandalo in casa altrui; nonostante questo, per alcuni, aver lavorato a Cronaca Vera è una macchia, un’onta, un disonore. Un pezzo del proprio curriculum vitae da sbianchettare il prima possibile.
- Scambio di battute “Invece Montolli, lui fa il contrario…se ne vanta!” risate generali… -
Si torna a parlare del giornale in sé; affrontiamo il tema del bianco e nero, tratto distintivo, insieme ai ben noti titoli giallorossi, della testata. Nel 1969 la tecnologia per produrre a costi accettabili un giornale a colori è ancora molto lontano dall’essere una tecnologia alla portata di qualunque editore. Il bianco e nero è una scelta obbligata per la maggior parte dei giornali, siano essi quotidiani o periodici; passano gli anni, ma anche una volta che i costi di questa tecnologia si abbassano, Cronaca Vera resta immutata, immobile, fedele alla linea più dei CCCP ai tempi d’oro.
Bianco e nero e quello stile “realistico socialista, interrotto da strilli rossi abnormi o evidenziati con baloon geometrici a stella multipunte” che “era essenzialmente la contropartita da sorbirsi in deliquio per apprezzare la sintassi devastante di titoli e catenacci. Ndavo in delirio.” nelle parole di Giuseppe Genna, intervistato nell’ultimo capitolo.
Proprio il bianco e nero scelto per esigenze pratiche e contingenti, diventa con il passare degli anni il tratto saliente di Cronaca Vera. In un mondo che si fa patinato e fin troppo debordante di colori, si sceglie di mantenere un’impostazione il più possibile fedele alle origini: ma c’è anche altro. Trattando in massima parte di cronaca nera, necessariamente molte foto ritraggono vittime di omicidi. Le foto delle vittime di un omicidio spesso portano con loro una dote di sangue sparso sull’asfalto, su una strada di campagna, su un pavimento di una villetta a schiera lungo l’appennino tosco emiliano. Una foto di quel genere, a colori, è un pugno allo stomaco; un lago vermiglio, oppure quasi marrone se raggrumato, coagulato al fianco di un corpo buttato sull’asfalto. C’è poco da storcere la bocca; basta sostituire alla foto, un filmato, e all’appennino tosco emiliano, la periferia di Baghdad dilaniata dall’ennesima autobomba, ed ecco pronto un servizio del Tg2 delle venti e trenta.
Inoltre, in bianco e nero “Tutto sembra più brutto, più sporco, più cattivo”, nelle parole di Biselli. A vedere le pagine interne di Cronaca Oggi, il neonato rivale di Cronaca Vera, pagine ricche di foto a colori, di titoli pastello, si è colti da una sensazione di straniamento difficilmente riscontrabile altrove. Più o meno come se da un giorno all’altro trovassimo il “L’espresso” in bianco e nero.
Infine si passa a parlare degli inserzionisti pubblicitari di Cronaca Vera; lottologi, cartomanti, ditte che distribuiscono prodotti come il “profumo erotizzante” o la “vagina del marinaio – in morbido latex, caratteristiche come quelle reali” o oggetti più casti come “pancera snellente unisex”, telefoni erotici, cure dimagranti, che come si vede nelle immagini di fine capitolo, garantiscono di passare in poche settimane dall’obesità patologica ad una silhouette alla Gianfranco Funari – Genna dixit - .
“Se ci fosse la pubblicità del Dash…o del Mulino Bianco…vorrebbe dire che ho sbagliato a fare il giornale” racconta Biselli; le già inesistenti famiglie del Mulino Bianco, stonerebbero decisamente tra le rubriche “Una mano tesa” e “Cronaca Italiana”.
Il Dash poi sarebbe del tutto inutilizzabile; il sangue si smacchia con l’acido tartarico.




























Terza parte: Extra.

Cronaca Vera è un fenomeno editoriale interessante, e non lo è da oggi. Negli anni passati sia lo scrittore Tommaso Labranca, che Giuseppe Genna hanno indagato, con modalità diverse, su un settimanale che aveva lasciato un segno indelebile nell’editoria italiana. Labranca all’interno di “Andy Warhol era un coatto; vivere e capire il trash” e Genna sul portale internet Clarence, hanno analizzato, il primo più tecnicamente, il secondo con maggiore ironia, l’etica e l’estetica di Cronaca Vera.
Le interviste seguenti affrontano l’argomento dai loro punti di vista;

Extra#1 – Intervista a Tommaso Labranca.
Per Aldo Nove, Tommaso Labranca è Dio. T-la, ricambia considerandolo il più grande scrittore vivente. Labranca attualmente conduce su PlayRadio un programma che lo costringe a risvegli antelucani, Plug & Play, dove con Lorenzo Campagnari si occupa di “Commenti non richiesti” ai principali fatti del giorno; scrittore, autore per la radio e la televisione; si è occupato di Cronaca Vera nel 1994 all’interno di “Andy Warhol era un coatto; vivere e capire il trash.” nel capitolo “Agiografie non autorizzate”; Cronaca Vera era in buona compagnia, tra Andy Warhol e “I Quindici” insostituibile enciclopedia a volumi appartenente a un’epoca senza Wikipedia.
-Una delle parole che ormai mi hanno definitivamente nauseato è la parola trash. Non la sopporto più; tu con un anticipo impressionante sei riuscito a decodificarne perfettamente le forme nel tuo libro, quando la parola trash era ancora solo una voce nel dizionario tra Trappist e Trauma: a distanza di dodici anni cambieresti o aggiungeresti qualcosa a “Andy Warhol era un coatto”? O addirittura eviteresti di scriverlo per evitare alla Storia di prendere la piega che ha preso?
L’unica cosa che farei è NON usare la parola trash perché così avrei evitato tutte le incomprensioni con cui mi sono scontrato dopo. Per me il trash è lo scarto che si ottiene tra l’intenzione che sta dietro le emulazioni di prodotti o personaggi di successo e il risultato effettivo. Purtroppo il mondo non la pensa così. Ci sono le giornaliste chic che considerano trash (o peggio kitsch) tutto quanto non serve a nobilitarle o tutto quanto abbia un vago riscontro popolare. Per cui Sanremo è trash e il festival della pizzica no. Si tratta di un atteggiamento che nasce chiaramente dall’ignoranza abissale di queste signore poco alfabetizzate e con forti complessi di inferiorità che sfogano arricciando il naso. Ci sono poi i ragazzetti poco più che ventenni che fanno rimare trash con tutto quanto esistente prima della loro venuta al mondo. Penso a certi piccoli dj che inseriscono nelle loro serate il momento-trash e suonano Califano. O certi cretinetti che esibiscono con orgoglio le magliette con Oronzo Canà, Fantozzi e Abatantuono. Poi c’è un comparto tipico dell’universo gay giovanile secondo cui è trash tutto quanto gli americani (e anche Arbasino) chiamerebbero camp: vecchie cantanti, elementi di moda eccessiva del passato, atteggiamenti sopra le righe. Ma nulla di tutto ciò è trash. A darmi particolarmente fastidio è l’atteggiamento di superiorità con cui questi personaggi trattano la materia “popolare”, sottolineando sempre il loro coinvolgimento momentaneo e a puri fini di divertimento. Io mi sono sempre detto immerso nel trash, sua parte integrante. Io sono l’emulazione fallita di Tom Wolfe. Quindi sono trash.
-Negli ultimi anni la rivalutazione, a scopi prevalentemente commerciali, di ciò che un tempo si definiva cultura di serie B ha invaso vari settori della comunicazione; penso a programmi televisivi come “Stracult” per esempio, oppure ai vecchi film di Abatantuono offerti in abbinamento a “Oggi”, o anche a un negozio di Milano, Bloodbuster, che ha fatto la sua fortuna su film, poster e memorabilia di pellicole un tempo snobbate o stroncate dalla critica militante; credi che in tutto questo possa esserci una piccola fusione tra estetica dominante e estetica popolare alla Bourdieu? O semplicemente “i mercanti sono entrati nel tempio”?
In parte ti ho già risposto. A decretare il successo postumo di queste pellicole sono proprio quei ventenni sprovveduti che credono in tal modo di prendere in giro i “vecchi” usando i loro stessi materiali, i loro film, vestiti e così via. “Stracult” nasce dall’amore di Marco Giusti verso quell’universo anche se poi al pubblico quell’amore arriva deviato, appare come un invito a ridere delle schifezze del passato. Abatantuono è un caso particolarissimo. La comparsa del suo personaggio, il “Terrunciello”, causò l’effetto Calibano Davanti allo Specchio. Il popolo italiano si rese conto di essere tutto composto da terruncielli con coda di volpe e fiat coupè. Certo, come nel caso di Fantozzi, tutti ridevano pensando di vedere sullo schermo l’amico o il parente e mai se stessi. Però poi, tornati a casa, procedevano a far sparire le prove: la zampa d’elefante, la pettinatura finto-afro. Abatantuono segna davvero lo spartiacque tra l’Italia degli anni Settanta e quella degli anni Ottanta. Poi la scelta sciagurata di diventare un attore serio e gli scarsi risultati ottenuti hanno fatto in modo che il pubblico tornasse ad apprezzarlo e a richiederlo nella sua forma originale. Bloodbuster è un fenomeno a parte, l’unico luogo in cui gli appassionati di generi ben diversi dal trash, ossia pulp, gore, splatter eccetera, trova quello che cercherebbe invano nell’asetticità familiar-commerciale dei maledetti Blockbuster.
-Alcuni autori, come Michel De Certeau ne “L’invenzione del quotidiano” o Shaun Moores ne “Il consumo dei media”, sostengono, in estrema sintesi, che l’uomo comune – una definizione che non mi piace particolarmente – è un bricoleur di significati testuali, non si adatta al testo, ma lo vive come un inquilino in affitto. E che come sostiene De Certeau; “(…) bisogna tenere presente la capacità presente in ogni soggetto, di convertire il testo tramite la lettura e di bruciarlo, come si bruciano le tappe(…)è sempre bene rammentare che non bisogna considerare la gente idiota.” Personalmente non sono d’accordo; tu cosa ne pensi? Hai fiducia nelle capacità di “guerriglia testuale” del pubblico?
Sono orgoglioso di non conoscere questi signori che sicuramente non avranno mai visto e analizzato “Champagne in paradiso” con Al Bano e Romina e quindi producono testi sterili pieni di bei termini che piacciono alle studentesse-cozze di Scienze della Comunicazione e che servono a farcire di nulla un discorso.
E comunque la gente è idiota come dimostrano le chat e gli annunci su Internet, i discorsi in palestra e durante gli happy hour, le telefonate che si ascoltano in radio e i testi degli sms che scorrono al piede delle trasmissioni su MTV. Altro che bricoleur di significati testuali.
-Finalmente arriviamo a Cronaca Vera; un periodico unico nell’editoria italiana, bloccato nella grafica, nel linguaggio utilizzato, nel prezzo, nella qualità stessa della carta al 1969, anno della fondazione; come è nato il tuo interesse per C. V.?
Esiste un piccolo paese poco lontano da Varese che si chiama Casciago e che rappresenta la mia Combray personale. Lì è nato il mio interesse per il trash come emulazione fallita, osservando i gruppi di liscio che si esibivano nelle feste locali e che richiamavano nel nome le grandi orchestre romagnole. Ed è lì che vedevo la gente che alla domenica tornava a casa dalla messa con Famiglia Cristiana e Cronaca Vera arrotolati insieme sotto il braccio.
Ero molto piccolo allora e non capivo che dietro le foto dei pretini del settimanale paolino e le tette esibite sulla pessima carta dell’altro non c’era differenza, ma la stessa tensione al moralismo.
Famiglia Cristiana, ti parlo di quella degli anni Settanta, e Cronaca Vera erano due baluardi contro lo sfacelo del mondo moderno. Entrambi puntavano il dito contro drogati, adulteri, rapporti prematrimoniali, aborto, divorzio e altri grandi temi etici del decennio. Il percorso di Cronaca Vera era più tortuoso: mostrando le tette diceva nel contempo “che schifo queste ragazze senza dignità”.
- Intervistando vari edicolanti in giro per Milano su Cronaca Vera, molti mi hanno confermato una fortissima riduzione delle vendite dagli anni ottanta ad oggi; in particolare un’edicolante di Stazione Centrale mi detto “Una volta ne vendevo 500 copie a settimana, adesso 15-20” mentre in Piazza Castello l’edicolante si è quasi offeso; l’ennesima prova della inesorabile sofisticazione dei gusti neoproletari? Secondo te, dove possono essere finite le 480 e rotte copie in meno? Cosa legge ora chi leggeva Cronaca Vera vent’anni fa?
Una parte di quei lettori oggi trova un comodo surrogato a Cronaca Vera nella tv. “Striscia la notizia” è il sostituto attuale di Cronaca Vera. Pensaci: ha le tette delle veline, il moralismo di certe campagne contro gli sprechi o i maghi, mette alla berlina i potenti. Il tutto confezionato con una carta luccicante e moderna. Settimanali come “Dipiù” sono la versione patinata di Cronaca Vera: ancora tette condite di miracoli, padripii, propensione al pulp (micidiale la serie di servizi sulle mestruazioni delle vip). Rispetto agli anni d’oro dei Cronaca Vera il popolo neoproletario ha sviluppato due nuovi fenomeni: una curiosità sempre più morbosa verso personaggi sempre meno interessanti e la convinzione di poter essere protagonista di questo grande spettacolo. Il lettore di Cronaca Vera era ben distinto da quello di Novella 2000, non era interessato alle gesta del jet set e non voleva essere protagonista: voleva solo osservare con una smorfia di disgusto le brutture del mondo. Salvo poi eccitarsi di nascosto per le foto e per la posta del dottor Kappa.
- Cronaca Vera ha una delle sue peculiarità nel linguaggio e nella titolazione; cito da un numero a caso “Arrestato il marocchino CHE STUPRAVA LE VECCHIETTE”(il maiuscolo è per tentare di replicare le mostruose dimensioni della titolazione), “Laureato trentaduenne fulmina a revolverate l’amico studente”, “Dopo aver ammazzato la moglie colpendola alla testa con la mazzetta da muratore, l’ha lavata, profumata e vegliata per giorni”; uno stile costruito su misura per alimentare sentimenti di sicurezza o insicurezza sociale “dell’uomo comune” – e della donna comune - forse però su un canone di individuo che non esiste più da anni; tu cosa ne pensi?
Non esiste più? Evidentemente tu non hai mai letto “Libero” o “La Padania”. Lo stile scandalistico, urlato, maccarthiano, razzista è sempre quello. E anche il pubblico è sempre quello. O meglio, sono i figli di quel pubblico antico. Ma siccome la gente è idiota, non sa crescere. Vanno a Sharm invece che a Igea Marina ma sono imbecilli, ignoranti e impauriti come i loro padri.

Extra#2; intervista a Giuseppe Genna.

Giuseppe Genna è nato a Milano il 12 dicembre 1969, nel quartiere di Calvairate, una zona a sud della città, dagli incerti confini geografici ma dalla precisa subidentità antropologica, che corre nei libri dell'autore come una sorta di personale Yoknapatawpha.
Dopo il diploma classico il Genna si iscrive alla facoltà di filosofia, non laureandosi; entra nel mondo dell’editoria lavorando alla rivista “Poesia” dell’editore Crocetti.
Successivamente, viene chiamato a collaborare presso la Presidenza della Camera dei Deputati, con un incarico che concerne l'organizzazione di manifestazioni artistiche e un lavoro più tecnico che gli permette di studiare da vicino gli atti e il funzionamento di commissioni governative quali quella sulla P2, sulle stragi e terrorismo. Trascorso un periodo di surreale disoccupazione, Giuseppe Genna è cooptato come collaboratore presso Mondadori; alla fine del '98 è nel formidabile e da lui rimpiantissimo nucleo creativo che lancia il portale satirico e di cultura Clarence, - dove si occupa anche di “Cronaca Vera” - realtà impazzita e di enorme successo sul Web che Gianluca Neri e Roberto Grassilli hanno avuto il genio e il coraggio di fondare. La dipartita da Clarence, non ne inficia la presenza su Rete: crea l'e-zine letterario i Miserabili, cura il sito (sotto la direzione di Valerio Evangelisti) Carmilla, entra nel pool esploso di contributori di Macchianera, il blog più letto del Web italiano, fondato - manco a dirlo - da Gianluca Neri. Dal luglio 2005, firma un contratto come autore e consulente fisso per Rizzoli, con cui ha recentemente pubblicato “Dies Irae”, 768 pagine di romanzo epico, proiettato su un teatro senza fine.


1) Cronaca Vera è un piccolo pezzo di storia dell’editoria italiana; estraneo ai grandi gruppi, non è neanche associato alla Fieg, è identico da trent’anni, dal linguaggio – uno dei miei titoli preferiti è questo; “settantenne col cervello tarlato si costruisce un rudimentale fucile e ritenta di ammazzare l’immaginario rivale in amore” - alla qualità della carta. Quando e come hai scoperto Cronaca Vera? Come hai avuto l’idea di Edicola Trash?

Cronaca Vera è un insostuibile fondamento del mio immaginario adolescenziale. La componente grafica, quel bianco e nero in stile realistico socialista, interrotto da strilli rossi abnormi o evidenziati con baloon geometrici a stella multipunte, era essenzialmente la contropartita da sorbirsi in deliquio per apprezzare la sintassi devastante di titoli e catenacci. Ndavo in delirio. Essendo cresciuto a Milano, va sottolineato che parte della mia formazione include anche la presenza deflagrante del quotidiano pomeridiano La Notte, che era l’anticipazione della forma magazine Cronaca Vera. Per fare un esempio: un pomeriggio, incrociando l’edicola nella piazza dove giocavo a pallone, vedo il titolo MORTO BETTEGA, e Roberto Bettega era il mio eroe calcistico assoluto. Acquistai il giornale: era morto un cursore di rally, che di cognome faceva Bettega. Cronaca Vera invece non esprimeva malizia: la malizia era direttamente la serietà: un’inversione in anticipo sui tempi, una sorta di gnosticismo degradato, un situazionismo senza situazione né ideografia situazionista. Era l’Italia devastata che se ne fotteva degli Anni di Piombo, anticipando il ritorno al privato del decennio successivo e mostrando il volto feroce e strapaesano di quel privato. Ma lo strapaesano, urlato e fotodocumentato in una grande metropoli, poneva un quesito nazionale – che razza di Paese vivevamo. Va inoltre detto che tutto, di Cronaca Vera, ispirava in me bambino una non tanto vaga sensazione di fascismo, assai prossima a quella che mi trasmetteva il granitico enigma al di là della Cortina di Ferro.
Quando mi trovai a Clarence, l’operazione che ci si poneva consapevolmente non era tanto la ripresa idiota di immaginari passati, quanto l’effettiva persistenza di tali immaginari. L’Edicola Trash fu uno degli itinerari di questa verifica: l’immaginario di Cronaca Vera e quello dei fotoromanzi o degli annunci pubblicitari di Selezione (intendo: gli occhiali per vedere attraverso i vestiti delle donne et similia) o la dottoressa Tirone o il Bogumil mi parevano traslati in una ritraduzione catodica che, da Cristina Parodi di Verissimo all’insorgere dei reality, non aveva compiuto alcuna mutazione genetica né salto quantico: era la stessa sostanza di tragico degrado antropologico, una cifra dell’Italia degli ultimi vent’anni.

2) Finchè la televisione non ha lentamente modificato i gusti degli italiani, l’editoria “popolare” andava alla grande; penso non solo a Cronaca Vera, che negli anni migliori vendeva 500000 copie a settimana, ma anche a Stop, a Grand Hotel. Oggi Cronaca Vera vende infinitamente di meno, e qualunque giornalaio ti risponde “Una volta ne vendevo 200 copie a settimana , adesso tre o quattro.” Cosa è cambiato nei lettori? Cosa è cambiato nei gusti di chi legge?

Nei gusti non è cambiato nulla. Solo, c’è altro da comprare. La nicchia di Cronaca vera è occupata ora da uno tsunami di riviste che, con grafica coloratissima e direzioni collaudate alla Sandro Meyer, costano 1 euro. Cronaca Vera è implosa quanto a prodotto editoriale con quella testata, ma è esplosa quanto a nicchia. Cronaca Vera è ora la verità del gossip. Solo che il gossip, ai tempi dei successi di Cronaca Vera, non aveva alcun utilizzo strategico o politico, mentre oggi sì, come dimostra il memorabile servizio di Chi, diretto da Silvana Giacobini, sull’ex ministro Lunardi che suona a casa la chitarra per hobby. Il tubo digerente di Cronaca Vera si è trasformato nella classe dirigente di Donna Diva.

3)Alcuni autori, come Michel De Certeau ne “L’invenzione del quotidiano” o Shaun Moores ne “Il consumo dei media”, sostengono, in estrema sintesi, che l’uomo comune è un bricoleur di significati testuali, non si adatta al testo, ma lo vive come un inquilino in affitto. E che come sostiene De Certeau; “(…) bisogna tenere presente la capacità presente in ogni soggetto, di convertire il testo tramite la lettura e di bruciarlo, come si bruciano le tappe(…)è sempre bene rammentare che non bisogna considerare la gente idiota.” Personalmente non sono d’accordo; tu cosa ne pensi? Hai fiducia nelle capacità di “guerriglia testuale” del pubblico?

A differenza di Labranca, conosco il sociologo De Certeau e ricordo che si scagliò contro il Diavolo. La mia prospettiva è che l’immaginario è al di là del bene e del male, dell’idiozia e della saggezza. L’immaginario è l’immaginario. Quando, nell’Edicola Trash, documentai la storia dell’Esserino Indifeso, una novantenne che pesava meno di venti chili e non parlava non vedeva e non sentiva, sotto il titolo che accusava i parenti di non curarla perché “Forse aspettano che la zia renda l’anima al Signore!”, la sensazione fu di trovarsi nel pieno centro di un immaginario che affabulava, nel cinismo e nell’improbabilità, una realtà di fatto, concreta e mondana, peraltro anticipando una tendenza giornalistica e letteraria, che è la lamentazione da prefiche su povertà e precariato, due fenomeni sociali che durano esattamente da ventidue anni e che solo ora vengono elaborati. La sottocultura è sempre anticipatrice della cultura. Il problema italiano nasce dal fatto che invece la sottocultura è anticipatrice solo di sottocultura. Non è un problema di masse di lettori, ma di scarsezza di elaboratori culturali dell’immaginario collettivo.
















Fig 1.4 ; un classico esempio di un titolo in copertina di Cronaca Vera; titolazione senza mezze misure e richiami all’eros, su sfondo inequivocabile.



Fig 1.5 ; altro esempio di titolazione da prima pagina.
























Fig 1.6 ; un’immagine che si ricollega perfettamente a quanto affermato da Enzo e Michela nella loro intervista, in particolare a una dimensione di religiosità fatta di padripii, madonne sanguinanti e miracolistica varia.









Fig. 1.7; il lettore medio di Cronaca Vera ama rifugiarsi nelle brutture del mondo, nel freak show nazionalpopolare, nel vedere se “c’è chi sta peggio”; ecco un esempio dalla rubrica di Cronaca Vera “Cronaca Italiana”.



Fig. 1.8 ; un esempio perfettamente calzante dei “casi umani” mischiati ai fatti di “nera” contenuti all’interno di Cronaca Vera.




Fig. 1.9; la rubrica “Il mondo dell’inconscio”.





Fig. 2.0; di nuovo, nelle pagine di Cronaca Vera, le storie e le immagini di un’epoca passata; l’epoca dei rimpianti di alcuni dei lettori intervistati, come Carmine per esempio.






Fig 2.1; all’interno di Cronaca Vera le uniche pubblicità a comparire sono telefoni erotici, lottologi, cartomanti e cure dimagranti.



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Perniola M. I situazionisti; il movimento che ha profetizzato la società dello spettacolo, Castelvecchi, Roma 2003.
Sartori G. Homo Videns, Laterza, Bari 2003.
Silverstone R. Perché studiare i media?, Il Mulino, Bologna, 1994.
Stella R. L’immagine della notizia, Franco Angeli, Milano, 2004.
Wallace R.A. e Wolf A., La teoria sociologica contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2000.
Wolf M. Sociologie della vita quotidiana, Espresso Strumenti, Milano, 1979.

7:18 PM  
Anonymous Giulio said...

geniale la tesi sul blog.. suppongo che questo significhi laurea e allora complimenti caro amico!

7:12 PM  
Anonymous Anonimo said...

solo un essere sufficentemente malato e geniale come te poteva arrivare a questo..

non avevo dubbi..

auguri dottore!!

ci vediamo a settembre.. forse..

marco

5:38 PM  
Anonymous Anonimo said...

tu e il tuo spocchioso ultimo post con 114 (ora 115) commenti...
calcolando che *un po'* cono tuoi il numero scende...
e cmq...
non la quantità di commenti fa interessante un blog..
gne gne gnèèèèèè

7:59 PM  
Anonymous Anonimo said...

il mio,infatti nn se lo fila nessuno,o meglio..tante,troppe visite di curiosi.. ma in pochi scrivono.. ovvi i motivi..
oggi ho ricevuto una visita di qualcuno che cercava
"sedie da dentista" in google...
assurdo come una povera persona ignara di tutto possa capitar per caso nel mio inferno.
ne resterà poi stranito e non scirverà nulla.
che pazzo pazzo mondo qst di internet..e blog.. e myspace ..e fotolog...
amore mio dolce..
un bacio..
odio blogspot, mi lascia sempre i commenti anonimi..poi sembro una pazza..
a presto...
io e le belle robine che hai visto oggi.. che aspettan te...
grrrrrrrr
(supporterà gli html 'sto cesso di sito? potrò dire che è un cesso senza incorrere in atroci ripercussioni?!)
con amore,un po' di vomito e bava sul letto...

f.


(116... record?)

8:12 PM  
Anonymous Anonimo said...

meglio non incontrarti mai

1:26 AM  
Anonymous Anonimo said...

Ti amo,ancora.

12:54 PM  

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