Pu(l)po.

Ore 21,15. Roma. Lo studio di "Affari tuoi". Certe cose a Milano non si fanno, vanno fatte a Roma, perché poi si irradiano meglio verso il Centroitalia, si irradiano nelle Marche, in Umbria, in Toscana. Hanno il sapore di quel posto. Panariello, Milly Carlucci, Pupo, Gianni Morandi, sanno di Centroitalia.
Raiuno sabato sera emana centralismo, una serie di cerchi concentrici che partono da viale Mazzini, e si fermano prima del Po.
In tutto quel resto del Paese che se abiti altrove è inimmaginabile, figurati se esiste, figurati se ci vive qualcuno, nel resto dell’Italia...
Fine di un’altra puntata. Tra poco, un appuntamento che aspettava da mesi.
I complimenti del direttore di produzione per gli ascolti di ieri, accolti con il sorriso che era abituato a portarsi appresso come le chiavi di casa, uno sguardo ai camerini.
La Mercedes ML430 nel parcheggio privato. Le proposte di condurre Sanremo.
La porta con scritto “ingresso artisti”. I saluti ai concorrenti.
Il pensiero al dopo.
La 24 ore appoggiata sul sedile posteriore; Pu(l)po è un tipo ordinato, è la sua falsa vivacità a dircelo.
Un appuntamento per dopo cena. Salendo sulla ML430 che qualche anno fa non avrebbe potuto permettersi, i cerchi in lega sul cui prezzo non aveva battuto ciglio, il tachimetro con fondoscala a 260, i sedili in pelle beige nei quali affondava complice il suo metro e cinquanta circa, si sposta verso il suo appuntamento.
“Ciao eh, ho fatto un attimo tardi” nessun problema per il tuo interlocutore caro Pu(l)po “Hai tutto?” anche qui nessun problema per tuo interlocutore, caro Enzo, lui lo sa il tuo nome vero, lui la sa la storia di cui non parli a nessuno “Hai visto ieri?” qui il tuo interlocutore deve contraddirti “Ah no? C’era quella concorrente di Albano Laziale, tu non stavi alla A.S.L. di Velletri, magari l’hai vista” al tuo interlocutore non piacciono le domande che ti servono per allentare la tensione che i suoi monosillabi ti stanno piantando in testa come tanti piccoli chiodi, tanti piccoli morsi sul cuore, per aver raccontato tutte quelle cazzate che ti aveva detto il tuo agente, alle interviste in radio, all’Italia sul Due, agli inserti del Corriere e di Repubblica, all’Espresso –"Ho smesso col gioco, mi c’ero quasi rovinato" "Ho fatto l’amore con una estranea in treno" "Ho perso trecento milioni a baccarat in una sera" – ma quello era vero, e ti eri dimenticato dell’altra tua passione, quella che avevi sempre preferito tenere per te “Fammi vedere” quella che l’Italia non avrebbe capito, il tuo interlocutore non sembra dell’idea di accettare imperativi, ti chiede giustamente un assegno, più che un imperativo.
“To’ tieni ‘un ce la faccio più cazzo”
Pu(l)po tende le mani verso un sacchetto del Conad. Dentro una piccola scatola nera di legno laccato, come il contenitore di un compasso, solo più alto. Peserà in tutto mezzo chilo.
L’interlocutore saluta ed esce, coprendo con passi rapidi la distanza che lo separa dalla fermata di un autobus qualunque di Roma. Svanisce.
Pu(l)po resta solo col suo piacere; sta impazzendo, ripensa alle storie che gli hanno raccontato su Maurizio Belpietro, un altro che di passioni strane se ne intendeva, ma non ai suoi livelli.
Perché Pu(l)po era un fuoriclasse e come tutti i piccoli doveva darsi da fare il doppio per emergere, figurati per tenere qualche milione di persone davanti alla rete ammiraglia alle otto e mezza di sera.
La scatola di legno laccato si attacca alle mani di Pu(l)po.
Gli tremano le mani, mesi per ritrovare qualcuno che potesse procurargli quel genere di cose.
Quel genere di cose inimmaginabili.
Apre la scatola. I piccoli cardini scattano precisi.
Dentro, un feto umano di quattro mesi.
Un feto lungo come una piccola agenda; sotto un'epidermide sottile e trasparente, di seta gelata, affiorava la rete dei vasi sanguigni e un tempo ferveva l'attività di organi sempre più perfezionati.
Pu(l)po viene e scoppia a piangere.
L’alone che si forma sui pantaloni lo laverà qualcun altro.
Su RadioItalia passavano “Gelato al cioccolato”.








