
Durante la bolla speculativa, gli impiegati lavoravano fino alla morte per il profitto. Ora lo fanno per evitare la bancarotta alle proprie aziende o per non essere licenziati. Lo stress è, di conseguenza, aumentato.
La stampa giapponese mette deliberatamente in secondo piano questi avvenimenti per non incoragggiare possibili imitatori. Di solito raggiungono le pagine dei giornali solo i casi più spettacolari.
Quando Kobe venne sconvolta dal terremoto del 1995, alcuni responsabili delle società energetiche si uccisero a catena per errori nella gestione dell'emergenza che aveva causato vittime tra la popolazione. Il vicesindaco di Kobe si diede fuoco un anno dopo, probabilmente per il rimorso di non aver potuto fare di più.
Nel dicembre 1998, nella regione di Tohoku, fallì la Tokuyo City Bank, una piccola banca locale che non fece certo notizia nella grande finanza. Eppure da questa bancarotta ebbero origine 37 fallimenti di piccole e medie aziende, per un totale di 24,4 miliardi di yen, e tra gennaio e giugno del 1999, 78 suicidi. Denominatore comune di queste morti: la vergogna per il disonore.
Ma gli esempi ecclatanti sono tanti: Nonaka Masaharu, manager della Bridgestone uccisosi davanti al presidente dell'azienda; Kamoshida Takayuki, capo del personale della Banca del Giappone; alcuni funzionari del Ministero delle Finanze indagati per corruzione; il capo di una commissione d'inchiesta dell'Agenzia per il Nucleare; il direttore della Società Autostrade.
Kobayashi Masaaki, presidente della Spot Co., una ditta che commercializzava parti di automobili, e due agenti di vendita che piazzavano i suoi prodotti, si sono tolti la vita in un albergo di Tokyo, dopo aver inviato istruzioni al capocontabile dell'azienda di utilizzare la loro assicurazione sulla vita per ripagare i debiti della ditta.